lunedì, 25 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

I mostri ci sono sempre stati
Pubblicato il 21-05-2012


I mostri ci sono sempre stati. In un’isola, Utoya, in una tranquilla giornata d’estate della pacifica Norvegia. A Piazza Fontana, a Capaci, a Erba, ad  Avetrana e adesso anche a Brindisi. Un uomo isolato, forse; un mitomane, un escluso pieno di risentimento, un uomo invisibile, forse respinto dalla società, un uomo che, probabilmente in solitudine, ha iniziato una guerra per tracciare il segno della propria invincibilità, colpendo i ragazzi, proprio loro che non c’entrano nulla, convinto di provocare gli effetti più devastanti; qualcuno ha parlato di mafia, di sacra corona unita, di terrorismo, di anarchici. Se ne sono dette di tutti i colori. A indagini ancora non iniziate, ci si è buttati nelle congetture più insensate. Proprio nel momento in cui saremmo dovuti essere tutti più prudenti e misurati.
Chiunque abbia compiuto questo gesto e qualunque sia la macabra ragione e matrice, ha avuto il potere di smascherare l’ipocrisia di molti di noi: ho visto circolare una montagna di retorica, un fiume di strumentalizzazioni. Ho sentito politici parlare di ‘guerra civile’, di ‘stato nazista’, altri (che politici non sono, ma si travestono da tali) scrivere che “ci si aspettava da tempo una bomba del genere”: un’affermazione a cinque stelle di un comico che ne ha dette anche troppe.
Le dichiarazioni hanno tutte un titolo: “dolore, sgomento, orrore”, poi l’indignazione, vera o falsa che sia. Qualcuno ha anche attribuito l’accaduto a una sorta di malessere generalizzato dei cittadini e della nazione, magari riconducibile alla mal politica, alla crisi economica o a chissà cosa, come se questo avesse uno straccio di senso, a poche ore dalla morte di una ragazzina di 16 anni.

Per tutta la mattinata di sabato, l’amichetta di Melissa è stata data per morta quattro, cinque volte: arrivano notizie da ogni dove, i giornali on-line sugli attenti e gli inviati che si affrettano a chiedere il collegamento agli studi dei Tg già in diretta dalle 8 del mattino, in versione “edizione speciale”; ed ecco la notizia: la studentessa “non ce l’ha fatta – dicono- nella sua lotta disperata per la sopravvivenza”, spinti da uno sconsiderato e avido desiderio di essere stati i primi dare la notizia, in questo racconto dell’orrore. Poi smentiscono: Veronica è in gravi condizioni, ma vive. E la faccia non basta a nessuno per   poter contenere un fondo di imbarazzo. Se non di vergogna.

Poi la foto di Melissa circola convulsa nel web, Facebook ne diventa contenitore privilegiato, quegli occhi grandi fanno il giro della rete e quel volto diventa subito riconoscibile, come avvenne per Sarah Scazzi; e noi siamo diventati tutti un po’ più consapevoli che quel viso ce lo saremmo ritrovato per molti giorni nei talk, nei Tg, in rete. Come se non bastasse, la sera stessa, il circo di Maria De Filippi prosegue indisturbato in prima serata su Canale 5.  E su Repubblica.it qualcuno si avventura in un’analisi, inopportuna e dettagliata, della criminalità organizzata, delle sue differenze e peculiarità, tirando in ballo persino “i nipotini di Riina”.
Intanto qualche voce più autorevole di questa, dice che le cosche non c’entrano, che la mafia non può essere stata perché “preferisce starsene cauta, perché solo così riesce a legittimare il suo potere finanziario e che non ha nessun interesse a proporre la strategia della tensione”; lo ha detto Gratteri, mica uno qualsiasi. E certo, la strage di Brindisi è una cosa abbastanza impopolare, mentre la mafia cerca di affermarsi grazie ai consensi sociali.
La mafia non mette le bombe, usa il tritolo e non il gas, ha altri obiettivi e altre strategie: e soprattutto non uccide una ragazzina di fronte ad una scuola, e non perché considera questo gesto orrendo, ma perché non ha interesse e tornaconto, non gli fa fare gli affari. Il che è ancora più macabro. La cosa certa è che questo gesto ci ha fatti sentire tutti un po’ più vulnerabili, ha diffuso paura, ci ha destabilizzati. E che come al solito “siamo un Paese che si ricorda di stare unito solo quando si muore”. C’era scritto in uno striscione di fronte alla scuola “ Morvillo Falcone”, mentre da qualche ora i sogni di una ragazzina andavano in frantumi.

Giada Fazzalari

Giornalista - PoliticAnti

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