mercoledì, 22 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Zambrano: «Determinate esternazioni politiche sono chiacchere»
Pubblicato il 30-05-2012


Il giorno dopo il sisma che ha colpito una seconda volta l’Emilia Romagna, con la violenza di una magnitudo 5.8, si fa il bilancio delle strutture che hanno resistito all’evento sismico e a quelle che invece si sono sbriciolate togliendo la vita a diciassette persone. L’Avanti!Online ha cercato di far luce sulle questioni di edilizia antisimica al centro del dibattio nazionale di questi giorni intervistando l’ingegnere Armando Zambrano, Presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri.

L’aspetto che ha fatto più clamore del sisma è il crollo di diversi capannoni industriali. Si tratta di strutture che non erano costruite seguendo le norme antisismiche?

L’opinione che mi sono fatto, fermo restando la possibilita di essere smentito, è che si tratti di fabbricati realizzati prima del 2005, anno in cui sono entrate in vigore le nuove normative antisismiche. In passato nelle aree non sismiche si progettava prendendo in considerazione soltanto i carichi verticali; questa tipologia costruttiva non era dunque in grado di affrontare le forze sismiche. Le strutture mancavano di collegamento tra gli elementi verticali e quelli orizzontali ed erano dunque poco resistenti alle sollecitazioni orizzontali, quelle del sisma appunto. Questo è il caso degli edifici crollati in Emilia.

La regione della Pianura Padana è considerata a rischio sismico?

Ogni sisma che si verifica è un tassello in più che serve ad ampliare la nostra conoscenza in merito alle aree a rischio, inducendoci quindi ad una maggiore prevenzione. La zona della Pianura Padana era ritenuta a basso rischio, come la Sardegna e il Salento, ma è evidente che il terremoto di ieri e della scorsa settimana pone un problema, ovvero la necessità di modificare la mappa delle aree maggiormente soggette ai sismi. In più bisogna considerare le singole aree nello specifico, perché l’effetto sismico può essere ampliato o diminuito anche a distanza di pochi metri. Un esempio sono le reazioni diverse che hanno avuto differenti fabbricati posti anche a poche decine di metri di distranza tra loro.

Quando pensiamo alla ricostruzione tornano alla mente l’esempio virtuoso del Friuli o quello “cattivo” dell’Irpinia e dell’Abruzzo. Lei ritiene che il rischio di speculazione possa interessare anche l’Emilia?

Il rischio c’è sempre e dappertutto, proprio per questo lo Stato deve stare attento a far applicare delle regole semplici e chiare che siano realizzabili nell’immediato, che agevolino i cittadini nel processo di ricostruzione. La zona infatti si presta ad una ricostruzione veloce, con interventi sparsi sul territorio, proprio per la presenza di centri abitati di entità non eccessivamente grande.

Qual è il modello di ricostruzione che si dovrebbe seguire nel caso della realtà emiliana?

Nella stragrande maggioranza dei casi si può riparare ciò che è stato danneggiato o che è parziamente crollato. Lo Stato deve mettere in atto delle procedure snelle e semplici, corredate da linee guida sugli interventi di ricostruzione. Non si dovrebbe andare verso una “buracratizzazione” del post sisma, ma si dovrebbe invece affidare la ricostruzione ai cittadini, seppur con un finanziamento dello Stato.

Quando si verificano eventi sismici il dibattito sulla “casa del futuro” torna alla ribalta. Qual è il modello di fabbricato abitativo più sicuro?

Quello della casa indistruttibile che non crollerà mai è un modello puramente teorico. Al momento siamo nella condizione di riparare e costruire case con norme antisimiche che hanno tutte le prerogative per essere resistenti. Mi riferisco ai fabbricati costruiti dopo il 2005 con i criteri antisimici e che non a caso hanno retto al sisma in Emila, ma anche a quelli in cemento armato che seppur progettati ed eseguiti prima del 2005, non hanno subito danni.

Come commenta la dichiarazione del ministro del Wefare Elsa Fornero che ieri ha affermato «Il terremoto è naturale, ma non è naturale che crollino gli edifici ad ogni scossa. In altri Paesi non succede»?

Credo che si tratti di chiacchiere senza fondamento. In Giappone nel passato si sono verificate situazioni omologhe. Le altre zone d’Europa hanno sismicità piu bassa, non sono interessati da terremoti così forti e non hanno una così alta concentrazione di zone industriali. In Italia abbiamo quindi una convergenza di situazioni particolari. Non si tratta di dividere i Paesi in bravissimi e scarsi, si tratta soltanto di progettare secondo una normativa precisa, e l’Italia lo sta facendo.

Ritiene che la ricostruzione e il recupero dei beni architettonici dell’Emilia possa avvenire con criteri migliori rispetto al trattamento che è stato riservato a quelli abruzzesi?

La situazione degli edifici antichi è particolare perché costruiti senza nessuna normativa. Inoltre nella zona dell’Emilia nel tempo si è persa la memoria del terremoto e di tutti gli accorgimenti semplici e banali che solitamente vengono utilizzati per prevenire i problemi sismici (come le catene che tengono i fabbricati in piedi e quelle che sostengono gli archi). In Emilia questo non è avvenuto e nessuno ha pensato di porre un rimedio anche artigianale. Oggi le techiche ci sono ma c’è bisogno di finanziamenti. L’Italia custodisce il 50% del patrimonio artistico e culturale mondiale, bisogna quindi ragionare in termini piu ampi: la chiesa del paesino dell’Emilia crollata è di tutti. Sarebbe il caso quindi che anche altri Paesi si facciano carico degli evidenti problemi di manutenzione e adeguamento degli edifici storici italiani danneggiati dal sisma. Noi abbiamo conservato il nostro patrimonio fino ad oggi, con regole ambientali rigorose e il controllo delle sovraintendenze. E’un merito che va a noi ma di cui anche gli altri Paesi si dovrebbero far carico.

Benedetta Michelangeli

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