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Opinioni e commenti
 

La coppia sopravvisuta al terremoto: «La protezione civile non rispondeva al telefono!»
Pubblicato il 21-05-2012


«Ci siamo svegliati di soprassalto. L’abbiamo sentito arrivare. Prima della scossa abbiamo avvertito un tremore che ti prendeva dentro, poi un boato enorme che aumentava, e più aumentava più si capiva che la scossa si stava avvicinando. D’istinto ho afferrato la piccola Enrica, l’ho vestita e ho pensato al da farsi. Ho dimostrato un sangue freddo che non immaginavo di avere. Un inferno. E come se non bastasse siamo stati lasciati soli da vigili del fuoco e protezione civile: che vergogna!». Queste le parole con le quali Mariarosaria, una delle tante sopravvissute al terremoto che nella notte tra sabato e domenica ha sconvolto le vite migliaia di ferraresi e di buona parte dell’Emilia, ha scelto di raccontare all’Avanti!online la sua brutta esperienza.

Una storia però non comune, che dice rivela una cattiva gestione dell’emergenza da parte degli organi preposti, contrariamente a quanto raccontato più e più volte. Nel loro caso la macchina dei soccorsi era in panne, anzi latitante, negando servizi primari di assistenza o peggio dando informazioni sbagliate o non veritiere. Nel loro caso il tanto millantato welfare di prim’ordine fornito ai cittadini di della città estense è andato gambe all’aria. A 35 km dal primo epicentro e 15 dal secondo: Ferrara, piccolo bilocale a ridosso delle mura del centro storico. 4.04 e il lettone Malm in betulla chiaro comincia ad ondeggiare. Sembrano cullati dalle onde Mariarosaria e Alessandro, una giovane coppia originaria di Napoli, 39 anni, un lavoro a Bologna, una figlia di un anno e quattro mesi e due bici perché al centro storico di Ferrara l’auto è inutile. Poi arriva il tremore e hanno pensato al peggio. Ma senza sapere che era solo l’inizio dell’odissea.

“Venti secondi di scossa sono infiniti, un vero inferno – racconta la giovane – Ho rivissuto l’incubo del terremoto dell’80: ero una bambina quando a Napoli una serie di scosse mi buttarono letteralmente giù dal letto e con i miei genitori vidi, una volta scesa in strada, il palazzo oscillare. Come allora anzi peggio, molto peggio. Qui a Ferrara il boato è stato molto maggiore e più cresceva più il letto oscillava. Per fortuna la bambina non si è resa conto di nulla, l’ho vestita in fretta e furia, ho aspettato che la scossa terminasse e con mio marito siamo scesi in strada. Prima però ho dato una mano ai vicini che erano del tutto impreparati. Mi sembrava che sottovalutassero il pericolo. Gli dicevo: “Prendete delle coperte e qualcosa da bere e da mangiare che ci toccherà di passare tutta la notte fuori casa!”.

E come tanti avete passato la notte in auto?

Macché, qui a Ferrara in pochi posseggono l’auto se si ha casa nel centro storico. Qui si gira in bici. Quindi siamo rimasti a vagare per le vie quasi deserte della città. Come tante anime in pena ci aggiravamo con una coperta sulle spalle e una piccola valigia per l’emergenza. E quella mi è sembrata in tutto e per tutto un’emergenza: mio marito che spingeva il passeggino con dentro la valigia ed io che tenevo in braccio Enrica, che intanto per il freddo e il sonno ha cominciato a piangere. Era tutto chiuso, il primo bar ha riaperto solo alle 6.30 del giorno dopo e quindi abbiamo cercato riparo in stazione. Verso le 8 della mattina siamo rientrati a casa e ho chiamato i vigili del fuoco. E’ a quel punto che è cominciato il nostro calvario.

Perché, oramai il peggio sembra va scampato?

Beh perché i vigili, che hanno risposto immediatamente, prendendo nota delle lesioni ad un muro portante e interno al mio come a gli altri appartamenti della palazzina di tre piani nella quale vivo, mi hanno detto: “Signora la lesione che mi descrive non è certo uno scherzo. Le manderemo il prima possibile una squadra per accertarsi della stabilità dell’edificio. Avendo una bambina piccola, le consiglio di andare a stare da qualche amico o al massimo in albergo”. Peccato che non avessimo amici in città né volessimo passare la notte in alberghi del centro storico più antichi e forse più pericolosi di casa mia.

E perché non siete andati in uno dei tanti centri di assistenza allestiti per l’occasione dalla Protezione civile?

Non riuscivamo a sapere dove fossero collocati in città. Dopo la telefonata delle 8 del mattino riuscire a parlare con qualcuno dei vigili è stata un’impresa impossibile e non avevamo altri recapiti da chiamare. Il telefono squillava a vuoto finché non cadeva la linea. Poi per due ore sembrava addirittura fosse ‘staccato’. Alle 15.30 una nuova scossa. Dalle 17.00 alle 19.00 la linea cadeva ripetutamente. Alle 19.45 ho trovato finalmente libero. Al primo operatore del 115 che mi ha risposto ho chiesto dove fosse la tenda della protezione civile. “Signora – mi dice l’operatore – non so dove sia ma sicuramente nel centro città. Intanto chiami questi due numeri e si faccia dare più informazioni”. Peccato qualche ora dopo scopro che non fosse stato istituito nessun centro di proma accoglienza in città e che i numeri fossero errati e noi non sapessimo dove altro andare. Se non per strada.

E la seconda notte l’avete passata sempre all’addiaccio?

No, anche perché pioveva a dirotto e faceva un freddo che le coperte non bastavano a tenerci caldi neanche sotto la tettoria della stazione. Lo spavento era ancora tanto e ad ogni rombo di treno che passava sobbalzavo e con la mente ritornavo alla notte prima. Pensavo a quel tremore che pian piano cresceva e si avvicinava. Sempre più vicino, sempre più vicino. Poi ci siamo fatti coraggio e ci siamo incamminati verso casa, piccola, lesionata ma comunque nostra. Comprata con tanti sacrifici e un mutuo sulle spalle che forse tra vent’anni riusciremo a pagare. Ci siamo rimessi nel lettone con ancora i vestiti addosso, la valigia pronta per ogni evenienza sull’uscio della porta e con la speranza che stanotte non si torni a ondeggiare. Magari domani arriverà un tecnico, come promessomi dal 115 a fare un sopralluogo in casa per tranquillizzarci. E intanto ci troviamo come una parete portante, tra il salottino e la cucina, squarciata come burro dal piano terra fino al secondo piano della palazzina. Una cosa impressionante che a parole non rende. Bisogna vederla. Ma non è un bello spettacolo, vi garantisco.

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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