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Opinioni e commenti
 

“Il Re è nudo”, Krugman, l’Euro e Keynes
Pubblicato il 03-05-2012


In una bellissima fiaba di Andersen un ragazzino svela quello che tutti vogliono per compiacenza nascondere, e cioè che il re andava in giro nudo. E “il re è nudo”, ai giorni nostri, è stato gridato in un articolo di recente pubblicato su “Repubblica dal Premio Nobel per l’Economia 2008, Paul Krugman. In verità, l’articolo apparso sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari, uno dei maggiori assertori in Italia della moneta unica e delle politiche di stabilizzazione dei conti pubblici, costituiva la traduzione di uno apparso sul New York Times l’11 novembre 2011, incui l’economista liberal americano affermava, tra l’altro, che la crisi dei debiti sovrani in Europa “è il modo in cui l’euro finisce. Non molto tempo fa, i leader europei insistevano che la Grecia avrebbe potuto e dovuto rimanere nell’euro mentre pagava interamente il suo debito. Ora, con la caduta dell’Italia da una rupe, è difficile vedere come l’euro può sopravvivere a tutto ciò.”

 

Krugman è sempre stato molto critico con l’euro sin dalla sua nascita, spiegando che  non avrebbe potuto reggere a contrazioni economiche molto marcate, perché si sarebbero ripetute le crisi dei paesi in via di sviluppo che avevano la loro valuta agganciata al dollaro. Infatti, l’euro è una moneta troppo apprezzata per Stati in crisi, che avrebbero bisogno di una svalutazione competitiva per rilanciarsi e aggiustare i loro prezzi reali ai livelli più bassi determinati dalla recessione. Questo non è possibile per l’area euro, e la strategia deflazionistica perseguita con l’austerità, soprattutto in fase quasi recessiva a livello planetario, aumenta il costo reale del debito, strangolando le economie in crisi e generando povertà, come testimoniano i casi della Grecia, della Spagna e dell’Italia.

Di particolare importanza è l’analisi del Premio Nobel sul tema della spesa pubblica e del Welfare State, poiché la crisi dell’euro non ha nessun rapporto con la sostenibilità delle politiche sociali, come invece indicato dalla Troika (FMI, BCE, asse franco-renano) “l’austerità è stata un fallimento ovunque essa è stata applicata: nessun paese con debiti importanti, diciamo, è riuscito a tagliarli tornando così nelle grazie dei mercati finanziari”. Da qui la riflessione secondo cui paesi come il nostro o come la Spagna, a causa dell’imposizione del dogma monetarista, si sono ridotti come quelli del Terzo Mondo, che prendendo a prestito la valuta di altri, non possono stampare moneta neanche in casi di emergenza, sono soggetti a interruzioni di finanziamenti, a differenza degli Stati che invece hanno mantenuto la propria sovranità monetaria. Il risultato è quello che abbiamo tutti sotto gli occhi.

L’alternativa proposta da Krugman, a parte quella radicale della fuoriuscita dall’euro che, comunque, non può essere scartata, è l’intervento sull’attuale deficit delle partite correnti all’interno dell’area euro, che favorisce gli Stati del Nord e penalizza quelli del Sud, tramite interventi pubblici che possano rilanciare la crescita nelle aree economicamente depresse. Un trasferimento di risorse a sostegno della domanda. E poi, la modifica dei compiti della Banca Centrale Europea, che non dovrebbe contrastare solamente l’inflazione, secondo la dottrina-Merkel, ma stimolare anche la crescita e l’occupazione. Tesi presenti nel programma del candidato socialista alle presidenziali francesi François Hollande e dei socialdemocratici tedeschi.

Si dirà: un ritorno a Keynes? Probabile, d’altronde cosa hanno prodotto le politiche monetarie restrittive e la cosiddetta teoria dell’austerità espansiva, di moda anche in certa sinistra italiana convertitasi all’idola tribus del mercato,  fondata sui tagli alla spesa pubblica, se non disoccupazione e povertà? Già, “il re è nudo!”.

Maurizio Ballistreri

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