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Opinioni e commenti
 

La battaglia di Greenpeace contro i colossi del carbone. A Brindisi l’eco-mostro italiano
Pubblicato il 16-05-2012


Da sempre animata dalla volontà di sensibilizzare alla lotta contro i cambiamenti climatici che interessano il Pianeta, Greenpeace, l’organizzazione non governativa ambientalista e pacifista attiva dal ’71,  rivolge questa volta la sua attenzione alle centrali di carbone della società italiana Enel, che da sola produce nel nostro Paese più di 26 milioni di tonnellate di CO2. L’Avanti!online fatto il punto con Alessandro Giannì, direttore della Campagna di Greenpeace contro il carbone killer, finalizzata alla decarbonizzazione delle centrali in favore di una green economy e di uno sviluppo sostenibile.

Greenpeace si sta mobilitando oggi in questa grande campagna contro i colossi del carbone. Perché Enel è l’azienda contro la quale puntate maggiormente il dito?

Greenpeace si occupa del carbone perché è il peggiore combustibile fossile esistente al momento. Quella del clima è la principale emergenza del pianeta e gli sconvolgimenti climatici degli ultimi anni, come le alluvioni delle Cinque Terre, di Genova e di Messina del 2011, stanno mostrando le gravi conseguenze non solo ambientali ma anche sociali derivate da essa. Ne parlano i dati del rapporto elaborati da Greenpeace insieme a Medici per l’Ambiente, che indicano una crescita della mortalità umana del 3%, per ogni grado di aumento della temperatura terrestre. Anche il rapporto pubblicato dall’Accademia Pontificia delle scienze del Vaticano nell’aprile 2011, al quale ha collaborato il fisico Carlo Rubbia, parla di cifre spaventose causate dai tipi di emissioni “pericolose”: più di due milioni di morti premature nel mondo ogni anno. Enel in Italia è il principale attore per quanto riguarda l’utilizzo del carbone. Prima società pubblica, oggi Enel è un’azienda privata, anche se l’azionista di maggioranza, con circa il 30% delle quote azionarie, è il governo Italiano tramite il ministero dell’Economia e delle Finaze. Vi è pur sempre una responsabilità dello Stato legata all’Enel. Si auspicherebbe dunque che l’indirizzo industriale dell’azienda non si limiti ad un’ottica di profitto, ma si rivolga anche alla tutela della salute pubblica, dell’ambiente e del clima.

Quali sono i danni che Enel causa all’ambiente?

In uno studio realizzato nel 2011 sugli impatti sanitari, ambientali ed economici dell’inquinamento atmosferico dei principali impianti industriali europei, l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) ha stilato una classifica dei 20 impianti industriali più inquinanti per emissioni atmosferiche in tutto il Pianeta. La centrale termoelettrica a carbone Enel Federico II di Brindisi si trova al diciottesimo posto. I danni sanitari, economici e ambientali di quell’impianto sono tra i 536 e i 707 milioni di euro, in riferimento ai dati di emissioni del 2009. Nonostante questi dati spaventosi, Enel progetta l’apertura di quattro nuovi impianti a carbone in Europa, due dei quali in Italia, a Rossano Calabro e Porto Tolle. Greenpeace chiede che questi impianti a carbone siano riconvertiti in impianti a gas. Si avrebbero infatti danni da inquinamento minori, e una la mortalità prematura indotta che si ridurrebbe di sei volte. Sulla riconversione della centrale di Porto Tolle, al momento Greenpeace è implicata in una querelle giudiziaria con Enel. Aspettiamo con ansia il prossimo 22 maggio, quando il Consiglio di stato deciderà definitivamente sulla compatibilità ambientale del progetto Enel.

Attraverso quali iniziative vi state muovendo per sensibilizzare i cittadini a questo problema?

Greenpeace ha creato il sito www.facciamolucesuenel.org nel quale si può navigare come se si fosse protagonisti di una vera e propria “investigazione climatica”. L’utente può dunque iscriversi al sito, “Investigazioni Climatiche di Greenpeace” per far luce sull’azione di Enel nell’uso del carbone per la produzione di energia.

Greenpeace è protagonista di altre campagne contro tre grandi colossi della tecnologia: Amazon, Microsoft e Apple. Perché?

Il problema è sempre quello del carbone e dell’energia. L’informatica e Internet sono i nuovi miti della nostra società, percepiti da tutti come qualcosa di immateriale. In realtà l’evoluzione di questa “nuvola informatica” ha bisogno di hardware sempre più grandi per manipolare miliardi di dati e quindi necessita di tanta energia. L’alimentazione di questi data center, che il più delle volte consumano energia sporca, è un problema grande, così come la decisione di dove colocarli. E queste tre aziende non seguono le regole della green economy.

Ci sono degli esempi virtuosi di aziende che al momento rispettano le norme ambientali?

Sì, ci sono alcune aziende informatiche come Google, Yahoo! e Facebook che hanno adottato misure efficaci: investono in energie rinnovabili per alimentare la propria nuvola informatica, o adottando una politica di localizzazione degli impianti in siti in cui c’è disponibilità di energie rinnovabili.

Sembra che le regolamentazioni vigenti non siano sufficienti a controllare il fenomeno dell’inquinamento da parte delle aziende. Cosa propone di fare Greenpeace?

Il problema è che molte attività di computing sono localizzate al di fuori dell’Unione Europea, in paesi come l’India e la Cina in cui ci sono produzioni di carbone nucleare, non facilmente controllabili. Ci sono rapporti che dicono che le tecnologie per decarbonizzare esistono, e sarebbero realizzabili entro il 2050. In Italia possiamo progredire nell’uso delle rinnovabili: siamo infatti molto avanti nella ricerca, ma ancora troppo indietro sull’efficienza, nonostante i progressi nel fotovoltaico. È questione di volontà politica ed è ciò che chiediamo a Enel: fare scelte responsabili per dimezzare il carbone dal 2020 e per eliminarlo del tutto entro il 2030.

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