sabato, 19 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

La presa della Bastiglia di Hollande: raccontando i volti della Piazza
Pubblicato il 12-05-2012


Il 6 maggio il cielo è quello grigio di un novembre parigino. Le macchine che normalmente ruotano attorno alla colonna di Luglio sono sparite. E’ pieno pomeriggio e Place de la Bastille è quasi piena. Al posto delle auto ci sono centinaia di sostenitori di Hollande a riempire la Piazza. Sono eccitati e ottimisti. Qua e là si grida «On va gagner» (vinceremo). Sull’edificio dell’Opera Bastille spicca Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, locandina dalle dimensioni ciclopiche della Cavalleria rusticana e di Pagliacci, le due opere in programma questa settimana nel teatro moderno di Bastille.

L’immagine domina dall’alto ma le persone della piazza sembrano l’estensione del quadro. Bastille raccoglie tutti i volti della Francia: è l’emblema della frammentarietà etnica di Parigi. Se si conosce la città, non si rimane colpiti dal mosaico di facce. A Bastille però colpiscono gli sguardi, intensi di aspettative e di cambiamento, tutti proiettati verso il Président normal. Una modesta famiglia tunisina, la madre con il velo rosa che le copre la testa e il padre che rimprovera in arabo il figlio irrequieto, aspetta i risultati delle elezioni accanto ad una coppia di anziani distintamente vestiti. I due benestanti abitanti di Saint Germain o del Marais spiccano in mezzo a marocchini, algerini o turchi. Così esteriormente diversi, negli abiti e nei modi, eppure si confondono. E sorridono contenti tra i suoni allegri della piazza.

Yassir, ventenne algerino è arrivato con un bongo, il ritmo delle sue mani attira la gente e le telecamere. Una tv locale lo intervista. Parla di speranze, delle opportunità per gli stranieri e della speranza di non sentirsi tale in Francia, perché la politica di Sarkozy degli ultimi anni ha costruito solo ghetti morali che devono essere demoliti. Accanto a lui c’è una ragazza curda, una indiana. Ci sono turisti, bambini portati sulle spalle dei genitori che sorridono. L’attesa è una festa e la piazza continua a riempirsi. Sventolano bandiere francesi e le dodici stelle dell’Unione Europea. Si agita quella del Senegal, sul retro campeggiano i colori di quella francese. E’ il simbolo dell’unità sperata.

In un attimo la folla si gira verso la colonna: un ragazzo è riuscito ad arrampicarsi sulla base, adesso grida «Sarko, dégage!» (Sarko, vattene!). In pochi minuti il piedistallo di marmo si riempie: una catena umana si mette in moto per far salire i meno agili. Persone e altre bandiere lo popolano: «Le changement est maintenat» (Il cambiamento è adesso), insieme al rosso del Parti socialiste, del Front de Gauche e del Parti Comuniste Française. Alle 20.30 in punto compare l’immagine di Hollande sullo schermo: 51,7 è la percentuale della vittoria contro Nicolas Sarkozy. Dopo diciassette anni torna un Presidente socialista: la folla esplode. Prima che Hollande pronunci il suo discorso da Tulle passa un’ora. Intanto si alternano le immagini del figlio Thomas che si congratula al telefono con il padre, l’entusiasmo a Rue de Solferino, la sede del Parti Socialiste, le lacrime di una giovane sostenitrice del candidato sconfitto in una Place de la Concorde che si svuota velocemente.

Campeggia un grande manifesto giallo con le lettere blu: «Sans papiers travaillers isolés en lutte et en route pour la Marche européenne» (clandestini lavoratori isolati in lotta e in viaggio per la Marcia europea). Dall’alto della colonna spiccano anche i sostenitori della squadra di calcio della città, il Paris Sanit Germain, anche loro lì in sostegno di Hollande. Il discorso del Settimo Presidente della Quinta Repubblica viene seguito col fiato sospeso. L’uguaglianza, la necessità di restare uniti, la crisi, l’Europa, la Germania sono le parole chiave. Un ragazzo di colore sventola in aria la sua carta d’identità gridando con un po’ di ironia: «Domani ci dai i documenti». Le ragazze che gli stanno accanto sorridono, ma sembra che vogliano crederci.

In piazza c’è anche chi cinque anni fa ha votato Sarkozy e si è ricreduto, come Maximilien, studente di Letteratura alla Sorbonne Nouvelle. C’è chi come François al primo turno aveva votato il centrista François Bayrou o chi come Cyril era per Jean-Luc Mélenchon del Front de gauche. Si continua a ballare e a gridare fino a tarda notte. Poco dopo le 23 arriverà il nuovo Presidente, pronto a parlare davanti ai suoi elettori, stavolta senza schermo. Alla fine sembra che la piazza abbia riunito Parigi. Il giorno dopo si conosceranno le percentuali di voto in ciascuno dei venti “arrondissements”, i quartieri di Parigi. Lo spartiacque tra l’Ovest e l’Est resta evidente: un 16ème, quello vicino al Trocadero e al Bois de Boulogne ricco, in cui Sarkozy ha toccato il 78%, e un 20ème, quello multietnico e popolare di Belleville e di Père-Lachaise in cui Hollande ha ottenuto il 71,3%.

La responsabilità di Hollande di fronte alla Francia, che sarà ufficializzata il 15 maggio con l’investitura all’Eliseo, sarà duplice. Quella politica, cercando di rianimare un Paese che toccato dalla crisi si è rifugiato nell’estremismo di Marine Le Pen, e quella personale, dimostrando che l’uomo normal, al quale è stata attribuita una dose di improvvisazione e inesperienza in campagna elettorale, riuscirà a farsi apprezzare più di Sarkozy, il President bling bling, ostentatore del lusso.                                                                                 

                                                                                    

Benedetta Michelangeli

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