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Opinioni e commenti
 

Rapporto Istat, l’Italia in sofferenza: stipendi fermi da 20anni, prezzi in crescita e consumi in calo
Pubblicato il 22-05-2012


Soffre l’Italia: è quanto emerge dalle pagine del rapporto annuale rilasciato dall’Istat. I numeri parlano chiaro: prezzi aumentati, investimenti che rallentano, consumi in calo e risparmi che si assottigliano sempre di più. Non va meglio per quello che riguarda i tempi della giustizia civile e i suoi costi: in Italia c’è un numero di processi avviati addirittura dieci volte superiore a quello della Svezia, doppio rispetto alla Francia e cinque volte superiore alla Danimarca. Ma il quadro dei dati, presentato a palazzo Montecitorio, regala anche qualche timido segale positivo rispetto alla discesa dell’indebitamento e alla crescita delle esportazioni.

SALARI FERMI DA VENT’ANNI – Ma la vera nota dolente riguarda lavoro e salari che sono rimasti fermi per vent’anni: con tassi di crescita bassissimi, le retribuzioni dei lavoratori italiani sono appena riuscite a compensare l’inflazione. L’Istat fa sapere che “Tra il 1993 e il 2011 le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno”. Lavoratori più poveri e più precari: soprattutto i giovani ingrossano le fila degli “atipici” e nel 2011 l’impennata del numero di precari raggiunge la vetta massima. L’Istat fotografa una situazione in cui “dal 1993 al 2011 gli occupati dipendenti a termine sono cresciuti del 48,4 per cento (+751 mila unità) a fronte del +13,8 per cento registrato per l’occupazione dipendente complessiva. Nel 2011 l’incidenza del lavoro temporaneo sul complesso del lavoro subordinato è pari al 13,4 per cento, il valore più elevato dal 1993; supera il 35 per cento (quasi il doppio del 1993) fra i 18-29enni.”

UN PAESE CHE CRESCE PER NUMERO DI ABITANTI – L’Italia è il quarto Paese dell’Europa a 27 per numero di abitanti dopo la Germania, al primo posto con quasi 82 milioni di residenti, la Francia con 65 milioni e il Regno Unito con poco più di 62 milioni. E la popolazione del Belpaese cresce: i residenti all’Ottobre 2011 sono 59 milioni 464 mila, 2 milioni 687 mila in più rispetto al censimento del 1991. Sono soprattutto i cittadini stranieri residenti a determinare l’aumento demografico, triplicati nell’ultimo decennio e oggi arrivati a 3 milioni 770 mila (6,3 ogni cento residenti). In questo l’Italia è in compagnia della Spagna fra i paesi che hanno registrato la più alta crescita demografica dovuta alle dinamiche migratorie avvicinandosi così ai paesi con una consolidata tradizione di immigrazione come Germania, Regno Unito e Francia. Popolazione immigrata a parte, il saldo fra nascite e decessi è negativo nello “Stivale”, soprattutto nel Centro-Nord mentre nelle Isole e al Sud, pur in contrazione, il bilancio resta positivo.

MIGLIORE L’ASSISTENZA SANITARIA PER ANZIANI – E, parlando di età della popolazione, migliorano i dati sull’assistenza sanitaria per gli anziani passata da 2 a 4,1 per cento tra il 2001 e il 2010: anche in questo campo emerge forte il divario fra Nord e Sud. Nel Mezzogiorno infatti, con l’eccezione di Basilicata e Abruzzo, i dati in materia si attestano su valori al di sotto dell’obiettivo minimo, stabilito dal Quadro strategico nazionale 2007-2013, che prevede il 3,5 per cento. Mentre nel Nord le strutture residenziali offrono oltre 37 posti letto ogni 1.000 anziani residenti, nel Sud sono solo 10 ogni 1.000 residenti.

QUANTO PESA LA SPESA DELLA SANITA’ PUBBLICA – Anche la sanità pesa sulle tasche degli italiani. Proprio l’invecchiamento della popolazione è alla base dell’aumento della spesa sanitaria passata nell’arco di 20 anni dal 14,6 al 16,3 per cento del Pil a scapito della spesa per l’istruzione passata dal 12,3 al 9,4 per cento. Nel 2010 il Servizio sanitario nazionale ha speso 111 miliardi di euro, ben 1.833 euro pro capite. Ma il Nord e il Sud incidono diversamente sui costi della salute: lo scarto fra la provincia autonoma di Bolzano e la Sicilia è di ben 500 euro per ogni cittadino. I livelli di qualità più alti dei servizi ospedalieri si riscontrano in Emilia-Romagna, Toscana Piemonte, Valle d’Aosta, provincia autonoma di Trento e Veneto, i più bassi in Campania e Sicilia.

Roberto Capocelli

 

 

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