giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Sgominato a Roma giro di prostituzione: ragazze vinte al gioco e marchiate dai loro “proprietari”
Pubblicato il 15-05-2012


Quindici ragazze d’origine rumena e poco più che maggiorenni, dopo essere state coinvolte nel giro di prostituzione, venivano sottoposte a torture fisiche e psicologiche. Con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento e al favoreggiamento della prostituzione e riduzione in schiavitù, tre donne e otto uomini d’etnia rom sono arrestati dai carabinieri del Nucleo operativo della compagnia di Tivoli. Le indagini che nelle ultime ore hanno portato allo stato di fermo da parte dei militari, erano partite nell’estate dello scorso anno, e avevano interessato più strade consolari della Capitale, quali: Tiburtina, Salaria, Aurelia, Tiberina, Casilina e Palmiro Togliatti.

RAGAZZE VINTE AL GIOCO E MARCHIATE – Gli sfruttatori si approfittavano dello stato di necessità delle ragazze e dell’estrema povertà delle famiglie d’origine, alle quali le donne cercavano di far arrivare la maggior parte dei loro guadagni. Esemplificativa è la storia di una delle ragazze che, pur tentando più volte di ribellarsi, non era riuscita a levarsi dalla morsa dei criminali, dovendo far arrivare al padre malato in Romania una cospicua somma di danaro. Le donne venivano annichilite e trattate come merce: una era stata utilizzata come trofeo di gioco, ‘vinta’ da uno dei malavitosi, un’altra era stata marchiata con le iniziali del proprio protettore, divenuto suo proprietario. Ancora da accertare, se il simbolo indelebile sul corpo della ragazza fosse il risultato di una marchiatura a fuoco oppure di un tatuaggio.

DUE CONIUGI A CAPO DELL’ORGANIZZAZIONE – “L’organizzazione aveva una struttura piramidale, alla cima della quale vi erano due coniugi ai quali sottostavano i singoli sfruttatori che, quasi in autonomia, gestivano le ragazze – ha spiegato il comandante dei carabinieri della compagnia di Tivoli Emanuela Rocca – Questi erano chiamati a corrispondere ai capi dell’organizzazione circa 50 euro al giorno per ogni donna. I due coniugi rom a capo dell’organizzazione avevano “comprato” il tratto di Aurelia da un altro nucleo criminale per circa 10mila euro, ritenendo la zona particolarmente redditizia per l’attività. Una delle figure determinanti dell’organizzazione era quella di una delle tre donne arrestate che si occupava in prima persona della collocazione della ragazze.

“PROCESSO” ZINGARO E DISCRIMINAZIONE – Ad emergere dalle indagini è il caso di un ‘processo zingaro’ (senza alcun valore giuridico) all’interno del clan, che ha visto imputata una donna che aveva tradito il proprio marito con il cugino di lui e, quindi, condannata dal capo-giudice del processo a prostituirsi e a corrispondere i proventi al proprio coniuge. L’amante era stato inizialmente costretto all’esilio dall’Italia, ma in seguito ad una sorta di patteggiamento, la zona “off limits” era stata circoscritta alla sola Roma. Un altro dato risultato dalle indagini degli investigatori è quello del diverso trattamento da parte degli aguzzini nei confronti delle ragazze: gli sfruttatori, tutti zingari del nord della Romania, facevano una distinzione tra le originarie rom della Romania e le ragazze – sempre rumene – ma non appartenenti all’etnia, trattando meglio le prime perché considerate più affidabili. In ultima analisi, i carabinieri sono riusciti a definire anche una sorta d’accordo tra vari gruppi criminali, la cui merce di scambio per il controllo delle aree erano le stesse donne.

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