lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Siria: quando l’Onu si mostra immobile
Pubblicato il 28-05-2012


In questi giorni le cronache internazionali sono occupate dalle tragiche vicende riguardanti la situazione interna della Siria, uno dei principali attori del mondo arabo mediorientale e teatro di profonde rivolte popolari contro il regime autocratico del Presidente Assad. Lo scorso fine settimana ha visto esacerbarsi le tensioni fra ribelli e potere centrale, con il compimento di vere e proprie stragi – come quella di Hula – che sono costate la vita a più di cento siriani, di cui il 30% bambini. Dinanzi a simili efferatezze, la Comunità internazionale si mostra, al contempo, attonita e pressoché impotente. Come già accaduto durante la “primavera araba” del 2011, infatti, il ruolo di mediazione e soluzione delle crisi viene esercitato, con estrema difficoltà, dalle nuove vecchie superpotenze, Usa e Russia, ponendo seri dubbi sull’attualità di organizzazioni internazionali – come l’Onu – nate proprio a tale scopo.

La debolezza dell’Onu, certificata in moltissimi casi precedenti, questa volta si staglia plasticamente nelle dichiarazioni delle principali Cancellerie, laddove quelle occidentali, forgiate dalla linea di politica estera del presidente Barak Obama, puntano ad una uscita “diplomatica” dalla crisi siriana tramite l’esilio “protetto” di Assad e un graduale passaggio di potere al vice Presidente. Una rivoluzione morbida, dunque, sulla scia di quanto accaduto pochi mesi fa nello Yemen. Ma a fronte della recrudescenza della repressione che Damasco sta imponendo al dissenso interno, anche questa soluzione rischia di essere poco praticabile o, comunque, un palliativo. È un fatto che gli inviati Onu presenti nel Paese con il compito di vigilare su tutti i fatti di rivolta e rappresaglia si trovano in una difficile condizione circa il reperimento di reali prove per accertare eventuali colpevolezze del regime sugli ultimi tragici eventi, e non solo per le smentite ufficiali che il Governo ha formulato all’indomani della strage di Hula, dichiaratosi estraneo alla vicenda e attribuendo la responsabilità al fronte dei rivoltosi. Come appare facilmente comprensibile, una missione di indagine in un Paese con ridotti margini di libertà e democrazia rischia di essere una traversata nel deserto (quello siriano, appunto) senza una sicura meta.

Alla luce di tutto ciò, l’esitazione della Russia dello zar Putin nei confronti di qualunque condanna ufficiale di Damasco (magari anche con sanzioni) paralizza l’attività dell’organo principale dell’Onu, il Consiglio di Sicurezza, ancora prigioniero di un sistema di voto che – come noto – attribuisce una pesante gold sharing a cinque Stati, tra cui l’ex Unione Sovietica, mediante la possibilità di avvalersi del potere di veto per bloccare le decisioni più importanti di politica internazionale. L’auspicio è che la crisi trovi una rapida e pacifica soluzione, ma ciò avverrà solo sulla base di un presumibile accordo bilaterale Washington-Mosca che taglierà fuori tutti gli altri influenti attori della Comunità internazionale, Unione europea e Lega araba comprese.

Un simile scenario è inevitabile e destinato a ripetersi fin quando non si prenderà atto della non più rinviabile riforma dell’Onu e del Consiglio di Sicurezza, che, dopo circa 70 anni, fotografa dei rapporti di forza estremamente mutati sulla scena internazionale. Sorgono, allora, alcuni interrogativi: come può funzionare un sistema di pace e sicurezza collettiva che si basa su un ordine mondiale vetusto? Come si può giustificare la permanenza di un diritto di veto solamente ad alcuni Stati e non ad altri, come India e Brasile, che contribuiscono ormai in modo determinante all’economia planetaria? È ancora accettabile un direttorio internazionale in cui vi siano paesi di serie “A” e paesi di serie “B”? Sono tutte domande che, ormai da almeno due decenni, attendono una risposta seria e approfondita dalla comunità internazionale, ma che, siamo certi, non saranno evase nel breve e medio periodo, forse perché ai vecchi interpreti della nuova guerra fredda va bene così.

 Vincenzo Iacovissi

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