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Opinioni e commenti
 

Vizzini (Psi), sull’emendamento per il Senato Federale Pdl e Lega fanno le prove per una nuova intesa
Pubblicato il 28-06-2012


Il Senato approva, le riforme si bloccano. Palazzo Madama ha approvato il punto 2 delle riforme costituzionali che riscrive l’articolo 57 della Costituzione. Secondo il testo approvato saranno 250 i senatori che siederanno sugli scranni di Palazzo Madama ai quali si aggiungeranno 21 rappresentanti regionali. In Aula al Senato passa anche, a maggioranza semplice e con uno scarto di soli 12 voti (153 sì, 136 no e 5 astenuti che valgono come voti contrari) l’emendamento della Lega che introduce nella Costituzione il Senato Federale, e questo è stato possibile perché ai voti del Carroccio si sono aggiunti quelli del Pdl. Si può parlare quindi di una prova generale per un possibile accordo?


CALDEROLI ESULTA, VIZZINI SI DIMETTE – L’intesa tra Pdl e Lega è salutata con entusiasmo da Roberto Calderoli, autore dell’emendamento, che ha dichiarato: «Dopo più di vent’anni di battaglie, con il mio emendamento otteniamo due risultati storici: da una parte la riduzione del numero dei senatori e dall’altra la creazione del Senato federale, lo strumento con cui il Paese può diventare finalmente federalista, rispetto ad un centralismo che ha rovinato il Paese e la sua economia».  Ma, il relatore del Ddl, Carlo Vizzini senatore del Partito socialista italiana, intervistato dall’Avanti!online, sottolinea come la mossa potrebbe avere come fine quello di far saltare il banco delle riforme. E’ proprio per questo che ha deciso di dare ieri stesso le sue dimissioni dal ruolo di relatore: «L’approvazione si è data con un margine che va da 4 a 12 voti e dunque, di fatto, porta su un binario morto la riforma per alcuni anni». Di diverso parere Calderoli, secondo cui «grazie a tutte le forze responsabili che ci sono in Parlamento» si è in grado di raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi che «consentirà di ridurre il numero dei parlamentari, di avere il Senato Federale e di far eleggere direttamente da parte del popolo il Presidente della Repubblica già dalla primavera prossima».

Senatore Vizzini, cosa l’ha spinta a dimettersi dopo il voto del Senato?

Io avevo avuto un mandato come relatore che si è dato su un testo condiviso dal PdL dal Pd e dal terzo polo, e quindi da un numero superiore ai 273 che garantiva una percentuale di voti per una riforma costituzionale senza bisogno di chiamare gli elettori ad un referendum abrogativo. È successo che fuori dal testo discusso sono spuntati degli emendamenti del Popolo delle Libertà in merito alla riforma del governo in senso semipresidenziale alla francese. A questi si sono sommati quelli della Lega, che ha tirato fuori il famoso emendamento sul Senato federale con presenza dei consiglieri regionali. Se fosse approvato a maggioranza semplice, c’è bisogno di un referendum che non può venire prima delle elezioni politiche e dell’elezione del Capo dello Stato.

Quale pensa che sia la migliore strategia da tenere a questo punto?  

Ritengo sia meglio che i partiti che hanno preso questa decisione rimandino tutto ad un dibattito più sereno, perché non credo ci siano i termini per portare a termine il progetto. Avevo anche proposto, per poter arrivare alla riduzione del numero dei parlamentari un provvedimento autonomo. Ma la mia richiesta é caduta nel vuoto

Qual è il significato politico di quello che è successo?

Il ragionamento mi sembra semplice: ci sono prove di nuova intesa tra la Lega e il Pdl che cercano di salvarsi per le loro esigenze di bandiera elettorale. Sono esigenze che si basano sulla convinzione da parte di soggetti politici ritengono che la campagna elettorale si possa giocare su punti come questi.

Secondo lei è testimonianza di un problema di tenuta del governo Monti?

Fibrillazioni ce ne sono, e lo dimostra il voto di ieri. Credo che Berlusconi, che nonostante tutto è dotato di una maggiore lucidità rispetto ai propri dirigenti, riesca ad immaginare che se ad ottobre dovessimo fare una campagna elettorale di scontro, in un momento drammatico per la necessità di riforma del Paese, sarebbe disastroso. A pensarci mi vengono in mente le immagini della Grecia.

Non crede che possa prevalere in alcune forze politiche la paura di arrivare all’appuntamento elettorale così in là nel tempo?

La paura della perdita di consenso vale per tutti, anche se credo che il Pdl, che gli ultimi sondaggi danno al 18%, più di così difficilmente può continuare a scendere.  Anche per Bersani è un problema perché prima si vota meno cresce il consenso intorno a Renzi. Se ci fossero oggi Moro e Berlinguer avrebbero spiegato la necessità, per senso di responsabilità istituzionale, di mantenere in piedi una coalizione, aggiungendo che forse si sarebbe dovuti andare avanti con l’alleanza anche dopo le elezioni. Ma mi rendo anche conto che Berlusconi e Bersani non sono Moro e Berlinguer.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Caro Vizzini, sono proprio d’accordo col tuo pensiero,
    Berlusconi e Bersani non sono Moro e Berlinguer.
    Quelli sono pronti ad andare alle elezioni pur di non perdere il
    loro potere a discapito dei cittadini di questo paese.
    Allora tucca a noi Socialisti fare di tutto per arrivare alla scadenza elettorale dei 2013 ed entrare in Parlamento,
    che da troppo tempo ci vede esclusi.

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