venerdì, 24 maggio 2013
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Resta aperta la “tv antimafia”. Il direttore di Telejato: “Adesso creeremo un canale dedicato ai giovani”
Pubblicato il 08-06-2012


Si festeggia oggi nell’entroterra palermitano: Telejato ce l’ha fatta ancora. Il segnale continuerà a trasmettere dal cuore della Sicilia, più forte di prima e sempre in prima linea nella lotta alla mafia. Rischiava di chiudere la piccola emittente comunitaria che trasmette da Partinico. In questi anni, il suo direttore Pino Maniaci aveva resistito alle minacce, alle aggressioni, alle denunce, alle auto incendiate. Ma con l’arrivo del digitale terrestre in Sicilia, Telejaci rischiava di essere inghiottita dallo “switch off”, la norma che prevede lo spegnimento dei canali in analogico.

TELEJATO LA TV COMUNITARIA - Come televisione comunitaria rischiava di non essere inclusa nel passaggio al digitale, previsto soltanto per le televisioni commerciali, quelle che hanno come editori società di capitale. Telejato invece è una televisione comunitaria, cioè una onlus, espressione della tenacia del suo direttore. Sono 250 le emittenti comunitarie in Italia oggi a rischio di essere oscurate dal passaggio al digitale.

«TELEJATO C’E'» – «Ce l’abbiamo fatta per il rotto della cuffia, posizionandoci 17ttesimi in una graduatoria che ha ammesso 18 dei 26 consorzi che si erano presentati», ha raccontato, sollevato ed entusiasta Pino Maniaci all’Avanti!online, aggiungendo con la sua voce rauca che «Telejato c’è!». Continuerà a trasmettere dal canale 273, portando avanti la sua battaglia per la legalità in una terra difficile. Per Maniaci il giornalismo è quello che si fa consumando la suola delle scarpe, sul territorio, un giornalismo «dalla schiena dritta, liberi di poter esprimere le proprie opinioni». Proprio per questo, il direttore antimafia ha deciso in questo giorno di vittoria di rilanciare partendo dai giovani, dalle nuove generazioni che si affacciano sul mondo del giornalismo: “Creeremo un canale dedicato ai giovani, si chiamerà Telejato Young. Vogliamo dare la possibilità ai ragazzi di raccontare quello che vedono. E vi dico di più: faremo rivivere televisivamente Radio Aut, la radio di Peppino Impastato”.

Ma da dove si deve partire per sconfiggere la mafia?

La mafia per me è come catena di sant’Antonio: quando arrestano un boss non bisogna finirla lì. La mia proposta era di portare i figli dei mafiosi in centri di appoggio, affidandoli a strutture specializzate lontane dalle famiglie che trasmettono valori e cultura mafiosa. Se non si fa così, purtroppo quei figli potrebbero seguire gli esempi dei padri. È come un cordone ombelicale che va spezzato se non si vuole continuare ad alimentare la mafia. Mi è stato detto che non si può fare: era una menzogna perché la legge prevede che gli ergastolani, e spesso i boss sono condannati all’ergastolo, perdano la patria podestà.

Come è cambiata la mafia in questi anni?

Ormai, la storia del nostro Paese ce lo dimostra, la mafia è entrata anche nella politica. Mentre in passato la mafia delegava alla politica, in certi posti oggi i mafiosi sono direttamente all’interno della macchina politica, arrivando ad inquinare perfino le istituzioni. Lo dimostrano gli arresti di colletti bianchi, architetti, industriali, avvocati e politici. Non fanno più accordi, vogliono sedersi direttamente al tavolo della politica. Non si spiega altrimenti come sia possibile che in un paese democratico in parlamento ci siano persone condannate e rinviate a giudizio per mafia. Basta pensare che in Sicilia abbiamo un presidente della Regione indagato per mafia.

Cosa è cambiato che ha permesso alla mafia di fare questo salto di qualità?

Dobbiamo ripartire dalle stragi. La mafia quando iniziò la sua strategia stragista perse consenso sul territorio e fece un errore perché la gente cominciò a ribellarsi. Penso alla “Primavera palermitana” soprattutto. A quel punto si verificò un cambio al vertice, ci furono dei movimenti strani: Riina venne arrestato e arrivò Provenzano che era per la “sommersione”, per il basso profilo e per evitare lo scontro con le istituzioni. La nuova “amministrazione” della mafia non volle fare rumore e cominciò a fare solo affari.

Pochi giorni fa il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso ha detto che con la crisi aumenta il rischio di infiltrazioni mafiose nelle imprese.

I numeri parlano chiaro. Il Pil della mafia è dirompente. Per questo, con la crisi, la diffusione della mafia è diventata capillare, è un problema non della sola Sicilia ma di tutta l’Italia. I capitali illegali fatti al Sud si riciclano al Nord non è un segreto. Non ci si deve meravigliare che arresti di mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti eccellenti avvengano al Nord. Il problema è la mafia come attore strutturale dell’economia che crea un tessuto connettivo con l’imprenditoria. Per questo uccidono meno, hanno meno bisogno di ammazzare soprattutto le organizzazioni più “efficienti” come la ‘Ndrangheta e Cosa Nostra.

Roberto Capocelli

@robbocap


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