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Opinioni e commenti
 

Ricordando la prima vittoria in Messico nel ’70 dell’Italia sulla Germania
Pubblicato il 29-06-2012


Il 17 giugno 1970 allo Stadio Azteca di Mexico City (2200 m. sul livello del mare) si disputò la semifinale della nona (ed ultima) edizione della Coppa Rimet, intitolata al francese che nel 1930 inventò la massima competizione calcistica mondiale per squadre nazionali. Mexico 70 fu l’edizione delle novità: una sigla musicale, affidata al genio di Burt Bacharach che compose per l’occasione la celebre, I say a little prayer for you, un evergreen, e sul piano tecnico e regolamentare va ricordata per l’introduzione dei cartellini giallo e rosso in dotazione agli arbitri. Si affrontarono Italia e Germania Ovest (all’epoca la nazione tedesca era ancora divisa).

Le squadre si presentavano all’appuntamento in condizioni differenti: l’armata teutonica con giocatori di assoluto valore (da Beckenbauer a Maier, da Overath a Seeler fino al micidiale centravanti Gerd Muller, capocannoniere del torneo), che nei turni precedenti era sembrata una schiacciasassi, era favorita. Inoltre i tedeschi erano affamati perchè memori del vero e proprio furto subito nella finale di quattro anni prima in terra britannica, quando il famigerato guardalinee sovietico Bakramov, nei tempi supplementari assegnò ai padroni di casa un gol inesitente, regalando agli inglesi quella edizione della Rimet.

Nella medesima edizione del 1966 gli azzurri subirono l’onta dell’eliminazione da parte della Corea del Nord ma si rifecero due anni dopo quando, da padroni di casa, vinsero l’europeo del 1968, peraltro grazie a una discreta dose di fortuna: ammessi alla finale dopo il lancio della monetina al termine della partita di semifinale impattata con l’URSS e vincitori della seconda finale contro la formidabile Jugoslavia di Dragan Dzaijc dopo che nella prima erano riusciti ad acciuffare il pareggio grazie ad una punizione dal limite regalata dall’arbitro, “ciabattata” in porta dal mitico Angelo Domenghini detto Domingo.

Quel 17 giugno, (in Italia era notte fonda) all’Azteca si disputò una semifinale incredibile. Con il pubblico messicano schierato dalla parte dei tedeschi a causa dell’eliminazione dei padroni di casa nei quarti, sconfitti dagli azzurri con un sonoro 4 a 1, la Germania data per favoritissima anche perchè fino ad allora l’Italia non è che avesse impressionato granchè ed era lacerata dal dualismo Mazzola-Rivera al punto che il C.T. Ferruccio Valcareggi, pur di non farli giocare insieme, inventò la “staffetta”. Un tempo a Mazzola e uno a Rivera.

L’Italia segnò attorno al 10′ minuto del primo tempo con Boninsegna. Per i rimanenti minuti fino al 90′ gli spettatori assistettero ad un vero e proprio assalto all’arma bianca portato dai tedeschi contro il muro eretto dagli azzurri. Il portiere italiano Albertosi disputò una prestazione maiuscola parando tutto ciò che c’era da parare ma nell’ultima azione della partita Karl Heinz Schnellinger, roccioso difensore tedesco che giocava nel Milan, infilò la rete del pareggio.

Agli italiani sembrò la fine del sogno di accedere alla finale, anche perchè, nel primo tempo supplementare il micidiale Muller, portò in vantaggio la Germania. Sembrò davvero finita. Invece fu la svolta. Gli schemi erano saltati: i 22 giocatori erano stremati e in debito d’ossigeno anche a causa dell’altitudine. Kaiser Franz Beckenbauer, giocava con una fasciatura stretta alla spalla che gli immobilizzava il braccio sinistro dopo uno scontro di gioco. Tutti i giocatori buttarono le residue energie in un ping pong di emozioni iniziato dal 2 a 2 segnato dal terzino italiano Tarcisio Burnich, roccioso difensore friulano che in carriera avrà segnato non più di altri due gol, poi Giggirivva (3 a 2) poi di nuovo Muller ein fine Rivera, quello che il grande Gioannbrerafucarlo aveva battezzato “l’Abatino” siglò il 4 a 3 beffando con un finta il portiere tedesco Sepp Maier.

Gli azzurri finirono la partita sulle ginocchia e non furono in grado di recuperare le energie sufficienti per contrastare in finale il favoloso Brasile di Pelè che infatti ci rifilò uno sonoro 4 a 1. Ma il loro mondiale l’avevano vinto quel 17 giugno. Italia Germania ovest 4 a 3  è rimasta scolpita nella memoria collettiva di tutti gli amanti del calcio. Tecnicamente fu tutt’altro che un match memorabile. Ma lo fu per l’agonismo che fu profuso lungo tutti i 120 minuti della sfida, per l’altalena di emozioni dei supplemetari e, per noi italiani, fu memorabile perchè fu la vittoria dell’orgoglio e l’inizio di una consuetudine. Nelle competizioni internazionali, fino al 2 a 1 di ieri a Varsavia, l’Italia infatti ha sempre battuto la Germania. Quando si dice: “Repetita iuvant”.

Quella partita io non la vidi in diretta. Nel giugno 1970, stavo sostenendo gli esami di licenza media e dopo “Carosello”, programma pubblicitario che segnava l’inizio di quello che oggi in gergo televisivo si chiama “prime time” fui spedito a dormire. Nessuna deroga. La partita che si giocò nella notte italiana la vidi in differita nel pomeriggio del giorno successivo. La diretta notturna la vide la buonanima di mia madre che di football non ne capiva nulla. La mattina, al risveglio, fu lei a dirmi il risultato, ad abbozzare un’improbabile sintesi della partita, non ricordando nemmeno i nomi degli autori dei gol e a raccontarmi l’esplosione di gioia popolare che contagiò anche la mia compassata città.

Mia madre di calcio non ne capiva nulla e neppure le interessava molto ma ricordava bene la seconda guerra mondiale e la dura occupazione che i tedeschi riservarono all’Italia nell’ultimo biennio bellico. I giocatori italiani e tedeschi, anagraficamente, erano tutti “figli della guerra”, nati tra il 1938 e il 1945. Fu per quello che oggi si definisce retropensiero che, probabilmente (e come lei tanti italiani che non avevano alcun interesse per il calcio ma desideravano soltanto che i tedeschi fossero sconfitti), trascorse una notte in bianco a fare il tifo per 11 giovanotti vestiti d’azzurro che correvano dietro ad un pallone.

Emanuele Pecheux

 

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