martedì, 19 giugno 2018
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Strage di Ustica, quando la giustizia può ridare il sonno
Pubblicato il 27-06-2012


Avevo ventisette anni, e altrettanti ne erano passati dal momento della strage. Ero incosciente e inconsapevole, ingenuo e troppo giovane, idealista e illuso. Avevo una telecamera, un microfono e un collega, ma ero ambizioso di scoprire la verità. Perché qualcuno una volta disse “la verità vi renderà liberi”, e io volevo liberarli dal sopruso, dall’incertezza, dalla menzogna. Speravo che le parole che uscivano dalle nostre interviste potessero in qualche modo aggiungere e scoprire, fare breccia nella memoria delle persone, arginare il dimenticatoio in cui molti volevano che quella strage fosse scaraventata. Ma questo non era possibile, non ci si poteva dimenticare di ottantuno persone morte, del fatto che vi fossero bambini innocenti, delle famiglie che avevano perso per sempre la forza di un abbraccio, così, da un momento all’altro. 

Fu in un attimo che centinaia di persone seppero di non poter più rivedere i loro cari: genitori, figli, fratelli, padri e madri. Un’ingiustizia perpetrata nel tempo di cui si conoscevano solo le vittime, ma i cui carnefici erano ancora all’ombra dell’omertà di chi seppe, di chi ha sempre saputo ma ha preferito nascondere a fronte del compromesso morale, della giustizia, dell’incontro tra la verità storica e quella politica. Quella stessa politica, quella realtà militare, quei paesi stranieri e quegl’interessi statali, non nazionali, cui si doveva dare priorità. Ma quelle stesse persone che aveva nascosto forse non avevano mai visto gli occhi di chi perse per sempre la speranza di un amore, di un familiare, di qualcuno che non avrebbe rivisto più.

Io l’ho fatto. Ho parlato con chi a distanza di trent’anni mi disse di non riuscire a dormire perché non sapeva chi gli avesse portato via l’intera famiglia. E ho guardato sempre negli occhi tutti quei politici, quei militari e tanti altri che mi suggerivano di levare mano alla faccenda, che mi consigliavano di occuparmi di altro, di qualcosa che fosse meno controverso, che non avesse bisogno di essere sviscerato fino in fondo, perché tanto la verità non sarebbe venuta mai fuori. E perché forse per loro era meglio così. Ma le mille difficoltà, le paure, i ricatti professionali che avrei dovuto accettare e a quali avrei dovuto sottostare pesavano meno dell’orrore e della vergogna che portavo addosso in quanto cittadino italiano. Cittadino di un paese che non aveva cercato e voluto fino in fondo sapere cosa fosse successo la sera del 27 giugno del 1980.

Per questo tenni accesa quella telecamera e quel microfono, per questo insieme al collega andammo ad intervistare chiunque potesse aggiungere un elemento nuovo, una parola in più. Per questo non feci vincere le minacce e le intimidazioni di chi ci avrebbe voluto silenti e inchinati al potere. Per questo non permisi alla paura di prendere il sopravvento, perché sapevo che me ne sarei pentito per il resto della vita. Perché quello che mi è stato insegnato del mio mestiere è non fermarsi alle apparenze di chi intende mistificare la realtà per il proprio tornaconto. Ma soprattutto perché ero cresciuto con le parole di un ragazzo che appena dodicenne mi disse di aver perso il padre, proprio come me, ma di non sapere cosa e come fosse successo, se non per il fatto che l’aereo che pilotava era sprofondato in mare al largo di Ustica.

Poi arrivò un giorno di settembre, quando rispondendo al telefono mi sentii dire da chi aveva combattuto anche più di me soltanto poche parole: “Abbiamo vinto! Sono stati condannati”. E la vittoria non era solo morale, la condanna non era solo un risarcimento economico, era molto di più. Si trattava più semplicemente di giustizia. Perché nella vita deve esserci giustizia, perché sono cristiano e sono quindi fermamente convinto che vi sia per tutti un momento in cui schiudendo gli occhi e ripensando alle difficoltà, ai sacrifici, ai dolori sostenuti per le infamie ricevute, per le sottomissioni involontarie, per il fango tirato addosso da tutte quelle persone ottuse e infami che ancora non riconoscono la verità dimostrata processualmente, tutto assuma un contorno meno sfumato. E seppur ad una morte ingiusta non si possa dare spiegazione, sono convinto che la giustizia conquistata può ridare il sonno.

 

Giampiero Marrazzo

@giamarrazzo

More Posts - Website

Follow Me:
TwitterFacebookDiggStumbleUpon

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi elezioni Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Matteo Salvini Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia senato Silvio Berlusconi siria UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo
  1. Grazie per questo articolo che emana una rara carica di verità e fiducia, non solo riguardo l’immane tragedia di Ustica, ma verso il mestiere di giornalista che può riavere un senso solo grazie alla forza di giovani colleghi carichi di pensieri come i tuoi.

Lascia un commento