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Opinioni e commenti
 

IL SENATUR ‘SALOMONE’ LASCIA A MARONI E PIANGE LACRIME DA COCCODRILLO
Pubblicato il 02-07-2012


In lacrime, da coccodrillo o da lucertola che continua a muoversi dopo che gli è stata tagliata la coda, Bossi si paragona a Re Salomone che “da vera madre” della sua creatura politica abdica all’amico-nemico di sempre Roberto Maroni. Si chiude il cerchio, magico o meno a questo punto non importa, con il cambio di passo doloroso e doveroso in casa leghista. Ieri è suonata la campana per il grande capo. La ghigliottina politica, questa volta, fa male a Bossi che gronda lacrime e sangue che poco hanno a che vedere con quelle della Fornero. Piuttosto fa male vedere quella stessa base del partito attendere l’epurazione di Bossi come il più crudele dei carnefici. Impassibili e impietriti sulle loro sedie, i sostenitori del Senatur sanno che di lì a poco sarà un “uomo morto che  cammina”, un “trombato” eccellente, colui che nel bene e nel male ha “partorito” e cresciuto il partito del Nord. Adesso che la creatura è adulta, cammina sulle sue gambe non lesinando un calcio nel fondoschiena di colui che la ha messo al mondo.

ULTIMI 100MT DI ZIZZANIA – Li chiamano gli “ultimi cento metri di zizzania” in casa Lega. Il copyright e’ di un alto dirigente lumbard ed e’ tra le descrizioni piu’ efficaci di cio’ che e’ andato in scena ieri al Forum di Assago. Umberto Bossi ha lasciato il timone a Roberto Maroni, a piu’ di un anno dal raduno di Pontida, in cui il senatur aveva tuonato contro chi, a suo avviso, si stava “montando troppo la testa”, proprio dopo aver visto l’enorme striscione con scritto ‘Maroni presidente del Consiglio’ portato dai militanti. Un anno scandito da alti e bassi, minacce, liti, pacificazioni e divieti. E in cui il rapporto tra i due ‘vecchi amici’ ha sconvolto e scandito la vita dell’intero movimento. Cosi’ come e’ stato nella giornata dell’incoronazione del Bobo, benedetta, si’, dall’Umberto, ma solo al ‘fotofinish’, lasciando tutti col fiato sospeso.

MISTERO E PANICO SULLA PRESENZA DI BOSSI – Intorno alle dieci, Bossi, che due giorni fa aveva disertato l’assise, non si era ancora fatto vedere al Forum di Assago (il suo intervento era in calendario alle 10:30). Vani i molti tentativi dei dirigenti padani di mettersi in contatto con lui: il suo cellulare squillava a vuoto. Panico in platea: “E se Bossi non viene, che facciamo?”. Poi, finalmente, il fondatore del Carroccio si palesa intorno alle 11.30. Bossi e’ accompagnato dalla portavoce, Nicoletta Maggi, sua ombra nelle trasferte romane, ritenuta in buoni rapporti con Rosi Mauro, figura che raramente lo accompagna negli appuntamenti al Nord. Si ferma brevemente in uno stanzino, poi entra nella sala principale del congresso, accolto da timidi applausi della platea e della maggior parte dei militanti che, a rimarcare quanto danno al partito incarnasse in quel momento il Senatur, sceglie di non alzarsi. Inchiodati sulle loro seggiole rivivono nella mente il tracollo rapido e doloroso del Carroccio tra polemiche e “piazzate” su giornali e tv assaporando il momento tanto atteso, la “decapitazione” politica del grande capo, la destituzione del fondatore della Lega, la ghigliottina che segna il cambio di passo e gronda il sangue dei dirigenti epurati.

QUELL’ATTACCO POLITICAMENTE SCORRETTO A TOSI – Come una lucertola a cui hanno tagliato la coda ma continua a dimenarsi, parte con l’affondo di Bossi. Prima contro quelli, tra i suoi uomini (e c’era anche Maroni), che hanno “alzato le scope” per chiedere pulizia nel movimento, durante la serata dell’orgoglio leghista, il 10 aprile, a Bergamo. Bossi ce l’ha con quello che “si fa pagare la macchina dalla Lega, invece che dal Comune”. E tutti a chiedersi se Bossi avesse voluto riferirsi anche al figlio “combina guai”, il Trota. Oppure peggio. In platea, corre un brivido: “Intende Flavio Tosi”. Poi, s’imbufalisce sul nuovo statuto, approvato per alzata di mano, prima del suo arrivo.

BOSSI, VOGLIO VEDERE QUALI ‘IMBROGLI’ SONO STATI AGGIUNTI ALLO STATUTO – Chiama sul palco Luca Zaia, che presiede l”assise, e gli dice che “non era necessario approvare lo statuto” e che vuole vedere quali “imbrogli” sono stati aggiunti, perche’ il testo si puo’ ancora cambiare. Zaia gli spiega che e’ stato approvato all’unanimita’ e che non ci sono imbrogli. Ma lui niente. Dice di voler inserire nello statuto una clausola in base alla quale sara’ lui a scegliere il 20 per cento dei consiglieri regionali e parlamentari. Poi, scende dal palco e si chiude di nuovo nella stanzetta con la Maggi e gli esponenti piu’ vicini. Dicono che fossero con lui Roberto Castelli, il senatore Giovanni Torri (ormai celebre la sua frase:”Se io sono maroniano, Borghezio e’ magro”) e l’europarlamentare, Francesco Speroni. E dicono anche che, a Bossi, qualcuno ha raccontato che lo statuto e’ stato cambiato, con un colpo di mano, nella notte. Tutto a suo svantaggio. Non e’ vero, il testo dello statuto e’ quello votato, articolo per articolo, il 25 giugno dal consiglio federale cui Bossi ha partecipato.

DIETROLOGIE DA CERCHIO MAGICO – In molti sostengono che l’anima di questo “bombardamento” dell’anziano capo siano i soliti ex cerchisti, che hanno paura di non essere piu’ ricandidati. Il dito e’ puntato sul solito Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, mai stato in buoni rapporti con Maroni. Qualche ‘pacificatore’ – c’e’ chi fa il nome di Roberto Calderoli, chi di Roberto Cota – s’incarica di spiegare bene come stanno le cose a Bossi. Il quale, a fatica, ma si convince. Prima di tornare sul palco, attende che Maroni finisca il suo discorso da candidato (cosa unica, Bossi non fa mai finire i discorsi ai suoi dirigenti, li interrompe sempre, portando loro via il microfono).

IL SENATUR SALOMONE PIANGE LACRIME DA COCCODRILLO – E poi lo showdown. In lacrime, Bossi racconta la storia biblica di Re Salomone e le due madri. Davanti a due donne che reclamavano entrambe la maternita’ di un bambino, per identificare chi dicesse la verita’, Salomone propose di dividere il piccolo in due: la vera madre si sarebbe opposta con ogni forza. “Cosi’ ho dovuto fare io”, dice, piangendo come un bambino, “lo dico a chi ancora non l’ha capito: bisognava impedire a Roma di distruggere e dividere la Lega”. Bossi ‘salva la sua creatura’, tutti si commuovono, parte l’abbraccio corale sul palco e la standing ovation in platea. Maroni urla “Io sono uno di voi, Bossi e’ come un fratello”. E si conclude in pace l’ennesima, forse ultima, puntata dello psicodramma padano. Di buon umore, dopo aver ‘testato’ il destro con tutti i dirigenti del movimento, poi, il presidente fondatore e’ andato a trovare il nuovo segretario federale, che si stava rilassando in una stanza del Forum insieme ai collaboratori.

 Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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