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Opinioni e commenti
 

“L’uomo senza ricordi”, di Paolo Gisonna: un cammino tra memoria, redenzione e speranza
Pubblicato il 18-07-2012


Paolo Gisonna è un giovane scrittore napoletano con dei profondi occhi azzurri che parla lentamente. La sua voce si scioglie mentre racconta la storia del suo ultimo libro, L’uomo senza ricordi. Sono due racconti, “Navel” e “Ancora in tempo” che si riallacciano in una sintesi finale dal titolo “Quindi” in cui l’autore, «viene tirato dentro alla storia» e diventa il protagonista, il deus ex machina che interviene a sbrogliare la matassa. Una storia che come diceva Gustave Flaubert, da “Madame Bovary, c’est moi” in poi, è per forza autobiografica.

LA REALTA’ DI GISONNA – La realtà è un modo di vedere ciò che ci scorre a fianco, che si fonde e confonde con il nostro vissuto in un amalgama in cui è impossibile separare gli elementi: la storia di ognuno di noi, i luoghi, le persone i padri che diventano parte della storia dei figli. Avanti!online ha chiesto a Grisonna di raccontare il percorso che l’ha portato a ritrovare i fili della memoria nella storia de L’Uomo senza ricordi.

L’Uomo senza ricordi il suo ultimo libro: cosa cerca un uomo senza ricordi?

Il libro è un’avventura che unisce due trame apparentemente sconnesse ma che, in realtà, racchiudono un percorso personale di crescita e trovano una sintesi nell’ultimo episodio in cui, come autore, vengo letteralmente tirato dentro la storia. Il primo racconto, “Navel”, racconta di un assassino e si sviluppa tra Roma e Bologna. Navel è appunto l’ombelico dal quale è stato estratto il cordone ombelicale che il serial killer usa per strangolare le sue vittime. C’è una dicotomia di fondo che attraversa tutto il racconto, è la dicotomia fra Bene e Male che porta il lettore ad interrogarsi sul significato profondo delle azioni umane. Il secondo si chiama “Ancora in tempo” ed è, invece, il racconto della vita di mio padre: alla nascita gli era stato diagnosticata una malformazione cardiaca e i miei nonni erano sul punto di emigrare in Argentina. Il medico disse che mio padre non sarebbe sopravvissuto più di un mese. Oggi ha 70 anni e quando andò in pensione scrisse la storia della sua vita che io riprendo. Non a caso “Ancora in tempo” è ambientato in un’epoca in cui l’uomo ha distrutto tutto e l’ultima speranza di salvare il mondo è affidata proprio all’ultimo condannato a morte.

Emerge quindi l’elemento autobiografico del passaggio della memoria fra le generazioni.

Per me era importante incorporare la storia di mio padre anche perché è una storia di speranza che fu definita un “miracolo” dai migliori cardiochirurghi. Per me, inoltre, il tema del ricordo e dell’identità che si trasmette tra le generazioni non è nuovo: io avevo già scritto un libro che si  chiama Il Dio dagli occhiali rotti  in cui l’identità e la memoria si ritrovano nel tema del tempo. Il tempo rimane una costante, è una tematica al centro del mio pensiero. Per me il tempo non esiste, scorre via ma è come se tornasse indietro. Sono gli uomini che cambiano, che crescono che imparano, non è il tempo che cambia le cose. In un precedente libro avevo scritto che «il tempo continua a scorrere soltanto finché la grande clessidra dell’anima non torna nella stessa identica posizione di prima che qualcuno o qualcosa la capovolgesse».

Tra i temi che scandiscono il volume anche una concezione del tempo simile a quella dei popoli Rom, della tradizione della Smorfia e della Cabala opposta a quella limitante e “efficientista”

Si, io sono napoletano. Ho osservato che il cambio dell’idea di tempo influisce negativamente su Napoli: non esiste più la città edoardiana, la Napoli dei battiti vivi e lenti. La città sembra conformarsi lentamente ad una concezione della vita di tipo “nordico”, senza davvero riuscirci peraltro. Ci sono zone della città che sembrano ferme, immobili come gli orologi molli di Dalì. Persone che fanno le stesse cose di sempre e sono chiusi all’innovazione ma non riescono più a vivere pienamente la loro realtà perché quello che c’è intorno è cambiato: è uno scontro fra due concezioni e Napoli non è riuscita a trovare una sintesi per a fare in modo di stare al passo con i tempi senza perdere la propria identità e le proprie tradizioni.

Protagonisti sono inoltre i grandi temi della redenzione e del libero arbitrio. Ci dobbiamo leggere un retaggio del cattolicesimo?

Non parlerei solo di cattolicesimo. Nella mia visione ogni uomo prima di nascere è come se fosse due gemelli, uno che può prendere la strada del bene e l’altro del male. È il tema del libero arbitrio, della scelta. Nella mia concezione, un Dio non può essere il Dio serio che punisce, ma un Dio ironico, alla Groucho Marx.  È un Dio “umano troppo umano”. Ma è l’uomo che decide tra il bene e il male alla fine.

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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