martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

‘Sudacas’ a chi? Il contrappasso della nuova emigrazione spagnola in Sud America
Pubblicato il 16-07-2012


Dal 2008 migliaia di ‘giovani spagnoli estremamente preparati’ (JESP) sono andati in America Latina. Propio lì da dove anni addietro emigravano in terra spagnola i sudamericani chiamati col dispregiativo ‘sudacas’. A distanza di anni le parti si sono invertite. Per anni poi l’America Latina e’ stata la destinazione di migliaia di italiani che scappavano dalla stagnazione del Belpaese. Erano i tempi della fiesta in Spagna, del Pil che cresceva a un ritmo doppio e triplo di quello italiano, dell’orgoglio di essere entrati nel club delle grandi economie europee, della speranza di essersi lasciati alle spalle la fama di paese di emigrazione.

QUANDO LA DISOCCUPAZIONE CHIAMA – Ma quattro anni di crisi e l’era glaciale piombata sul mercato del lavoro – con il tasso di disoccupazione triplicato in pochi anni, fino ad arrivare al 24,4% e al 50% tra i giovani sotto i 25 anni – hanno invertito tutte le tendenze. Per la prima volta in dieci anni la Spagna torna a registrare un saldo migratorio negativo con più gente che se ne va (507.740) di quella che arriva (417.453), secondo i dati sul 2011 dell’Istituto nazionale di statistica. E chi decide di partire guarda all’America Latina, la stessa che per anni ha ingrossato le file dell’immigrazione verso la Spagna, e dove una lingua comune ripaga dello svantaggio della distanza fisica rispetto ad altri porti sicuri nella vecchia Europa come la Germania. Non e’ una “generazione perduta”. Chi se ne va non vuole sentir parlare di “generazione perduta”.

MERCHE NISTAL, INGEGNERE IN FUGA – Merche Nistal ha 33 anni. Si e’ laureata in ingegneria e specializzata in tecniche agricole. Per quattro anni ha lavorato in quello che le piace e per cui si e’ preparata. Ha partecipato alla costruzione di impianti di irrigazione in varie localita’ della Spagna, fino ad arrivare a essere capocantiere. “Poi nel 2008 e’ finito l’ultimo progetto. Per un periodo ho avuto il sussidio di disoccupazione e fatto un corso di sicurezza sul lavoro. Ma per il resto negli ultimi 4 anni, avro’ lavorato in tutto 12 mesi sommando i piccoli lavori e una borsa di studio nell’assessorato all’agricoltura della mia regione. Un anno fa ho cominciato a pensare di andare all’estero”. All’inizio pensava alla Germania, allettata come molti coetanei dalla richiesta di Berlino di igegneri e tecnici. “Pero’ chiedevano un livello intermedio di conoscenza del tedesco e le offerte erano soprattutto per il settore meccanico…”.

CAPOCANTIERE A 1200 EURO AL MESE – La sua storia e’ quella di una generazione di giovani europei abituata a viaggiare, educata a un’identita’ sovranazionale cementata anche da 25 anni di Erasmus… Lei lo fece a Helsinki. E nella sua famiglia – e’ la prima di quattro fratelli – diede l’esempio. Uno dei suoi fratelli vive in Finlandia dove arrivo’ per studiare ed e’ rimasto per amore; a un altro l’Erasmus fatto in Polonia ha aperto la strada di una nuova vita a Varsavia. Ai suoi genitori – un ex impiegato delle Poste e una sarta – l’idea di veder partire anche lei “non piace molto”. “E’ triste ma sono gia’ molti anni che cerco lavoro qui in Spagna e mi sembra che non ci sia molto spazio. E io voglio ampliare la mia esperienza e continuare a imparare”. Per questo cerca ora offerte in America Latina: Peru’, Cile, Argentina… “Una delle ragioni e’ la lingua. Puoi muoverti da subito senza problemi e aspirare a una posizione buona”, dice. In Spagna anche quando lavorara come capocantiere lo stipendio massimo non superava i 1200 euro. “La maggior parte della gente che conosco che non ha legami familiari sta pensando ad andarsene”.

BOOM DELLE DESPEDIDAS – Si moltiplicano le despedidas. Nei media sudamericani si moltiplicano le notizie sull’arrivo di nuovi immigrati dall’Europa e in particolare dalla Spagna. I commenti che si contano a centinaia nelle notizie non sono sempre benevoli… “La vendetta e’ un piatto che si serve freddo. Per molti anni, alcuni chiamavano sudacas, senza distinzione di nazionalita’, i molti latinoamericani che arrivavano in Spagna a decine di migliaia, per motivi economici o politici. Ora in vari paesi dell’America Latina in buona congiuntura economica, dove si cominciano a vedere giovani europei, molti dei quali spagnoli, in cerca di lavoro che non trovano nei paesi d’origine, si comincia a diffondere il concetto equivalente di nordacas”, scriveva il giornalista spagnolo Joaquin Estefani’a, qualche settimana fa in uno dei sue ultimi articoli per il quotidiano El Pai’s.

I DATI DELLA NUOVA EMIGRAZIONE – Secondo uno studio dell’impresa di gestione risorse umane Randstad, il 65% dei ragazzi tra i 16 e 25 anni -il 16% in piu’ rispetto a un anno fa- e’ disposto a cambiar paese per trovare lavoro, la percentuale si abbassa ma di poco (61%) nella fascia d’eta’ tra i 26 e i 40 anni. Il Censimento degli Spagnoli Residenti Assenti rivela che dal 2008 il numero di spagnoli residente all’estero e’ cresciuto del 21,6%. Solo nell’ultimo anno, stando ai dati dell’Istituto nazionale di statistica (INE), l’aumento e’ stato del 6,7% (114.054 persone). I dati pero’ non sono del tutto chiarificatori perche’ il totale dei residenti all’estero include anche gli effetti del ritorno ai paesi di origine di molti immigrati nazionalizzati. Ma e’ una tendenza che non basta da sola a spiegare questi numeri. Non c’e’ giovane tra i 20 e i 35 anni che non abbia almeno un amico che ha optato per l’espatrio… Si moltiplicano le despedidas, le feste per salutare e augurare in bocca al lupo agli amici, ai compagni di universita’, ai fratelli che hanno deciso di dare il passo. E sono feste in cui l’entusiasmo per la nuova sfida di chi parte si mischia in parti uguali al senso di disillusione, alla nostalgia per le speranze alimentate durante gli anni degli studi e infrante dalla disoccupazione galoppante e da un improvviso arresto della mobilita’ sociale, fiore all’occhiello della Spagna degli anni di bonanza, del nuovo benessere economico, con dirigenti nemmeno trentenni e possibilita’ di rapida ascesa.

JESP, FENOMENO IN CRESCITA – JESP: Giovani Spagnoli Estremamente Preparati. Eduardo Sanz Leal, 26 anni, e’ ingegnere. “Quando stavo studiando non avrei mai pensato che sarei andato a lavorare fuori. Nessuno immaginava che ci saremmo trovati in questa situazione”, racconta dalla sua nuova casa di Santiago, in Cile dove e’ arrivato lo scorso gennaio. Ha deciso di lasciare la Spagna appena due mesi dopo essere rimasto senza lavoro. All’altro lato dell’oceano ha ora un incarico di responsabilita’ in una compagnia mineraria. “Qui puoi avanzare rapidamente. Ti danno opportunita’ per continuare a crescere profesionalmente”, ripete. Nell’ultimo lavoro fatto in Spagna il suo stipendio era di 600 euro. Ride quando gli si chiede quanto guadagna e rimane sul vago. “Abbastanza di piu’ di quello che guadagnavo li’…”. Dice di essere molto contento, per niente pentito: “Non tornero’ in Spagna”. Ma l’affermazione secca si smonta poco a poco: “Ovvio che tornerei se ci fossero le condizioni ma non per lavorare a 1.000 euro”. Non si sente tradito dalle promesse mancate di un paese che ha visto sgretolarsi il benessere degli anni del boom, pero’ quando enumera le borse di studio che gli hanno permesso di laurearsi in una buona universita’ pubblica, di fare esperienze all’estero e di specializzarsi, ricorda che “Il paese risentira’” della fuga della gente della sua generazione, la “piu’ preparata di Spagna”, ripetono i sociologi. E qualcuno ha coniato gia’ l’acronimo per definire i nuovi protagonisti dell’emigrazione: JESP, iniziali che stanno per Giovani Spagnoli Estremamente Preparati.

IL CASO DI FRANCISCO – Come Eduardo, anche Francisco, 30 anni, e’ andato a cercare fortuna in Cile. Dopo aver lavorato per cinque anni nella realizzazione di importanti opere di infrastruttura in Spagna -comprese alcune tratte delle vie dell’alta velocita’- ed essere rimasto senza lavoro, a marzo ha fatto la valigia ed e’ andato in Cile. “Dieci giorni dopo avevo trovato lavoro, guadagnando il doppio di prima”. Entrambi dicono che l’accoglienza e’ stata molto buona, che nessuno li vede come “nordacas”. “Pero’ noi si’ che in questi anni siamo stati razzisti con loro”, dice Francisco.

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