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Opinioni e commenti
 

Avanti! sulle #viedelsud a Palermo. “Iti Caffè” nel rione Brancaccio: l’azienda riconquistata dalla legalità
Pubblicato il 13-08-2012


Continua il viaggio dell’Avanti! sulle #viedelsud che questa volta fa tappa a Palermo. Siamo a Brancaccio, il quartiere dei fratelli Graviano, i boss responsabili delle stragi di mafia del ’92 e ’93 che ordinarono, tra gli altri, l’omicidio di don Pino Puglisi, ucciso il 15 settembre del 1993. Come in tante tappe sulle #viedelsud, ancora una volta, qui a Brancaccio, quelle due parole si mescolano. Mafia e Stato. Scendiamo una rampa e siamo nella torrefazione “Iti caffè”, azienda confiscata a Cosa nostra e gestita, fino al 2006, proprio da un prestanome dai fratelli Graviano. Ed ecco che ritorna quel paradosso del Mezzogiorno di cui tanto abbiamo sentito parlare.

Un giovane del quartiere ci dice che «attraverso la fornitura di caffè, la mafia ha, da sempre, identificato uno dei modi migliori per quantificare gli incassi dei bar e quindi la percentuale di pizzo da chiedere. Un metodo molto più raffinato di quello utilizzato dallo Stato». Mi vengono in mente le parole di Peppe Pagano della Nuova cucina organizzata di San Cipriano d’Aversa: «dobbiamo fare in modo che la gente capisca che lo Stato conviene rispetto alla camorra». Camminando per le strade di un altro quartiere palermitano, il quartiere “Zen 2”, «un quartiere che non esiste, non esiste per il resto della città, non esiste nel piano regolatore, dove l’allaccio all’acqua e alle fogne sono abusivi perché l’amministrazione comunale non l’ha mai portate», quella questione torna ad assillarmi. Le strade dello Zen 2 traboccano di rifiuti proprio dove capeggia un grosso cartello, con l’insegna della Repubblica, che recita “qui è assolutamente vietato scaricare rifiuti”. Allo Zen 2, dove lo Stato non è riuscito a portare nemmeno l’acqua corrente, è “un’altra organizzazione” a fornire i servizi basici ai cittadini ad un canone di 10 euro al mese: in questa situazione sembra troppo difficile trovare la “convenienza” dello Stato.

Ma “Iti caffè”, al rione Brancaccio, forse ci aiuta a trovare se non una risposta possibile a livello sistemico, almeno una via percorribile. Rispetto agli esempi che abbiamo incontrato sulle  #viedelsud la torrefazione, che oggi produce un ottimo caffè, ha qualcosa di profondamente differente: non si tratta, infatti, di una semplice struttura confiscata alla mafia, ma di un’azienda, di un’unità produttiva intera che da attività mafiosa si trasforma in attività a servizio della società, a servizio dell’economia legale e dell’occupazione. Si tratta della «prima azienda mafiosa in Italia sequestrata alla mafia e consegnata ad una cooperativa che continua a mandare avanti la produzione» dice Filippo Parrino, presidente della Lega cooperative della Sicilia. Quando nel 2009 l’azienda viene posta in liquidazione, racconta il presidente Giacomo Moscato nominato coadiutore giudiziario dell’impresa, alcuni dipendenti costituiscono la cooperativa e, allo stesso tempo, prende il via una campagna intimidatoria. I lucchetti delle saracinesche vengono incollati, la porta di casa di Moscato è incendiata, i clienti cambiano le forniture e, soprattutto, le banche non danno prestiti.

E’ difficile essere competitivi per un’azienda pulita, dove ogni singolo dipendente, acquirente e fornitore, viene sottoposto a screening delle Prefettura, dove si paga fino all’ultima tassa, dove non c’è nero, non c’è evasione soprattutto quando ci si muove in un sistema sporco fatto di aziende che evadono o che possono accedere a capitali di dubbia provenienza. Ma, ci racconta Parrino, è difficile soprattutto perché, a lato delle intimidazioni, diventa impossibile ottenere il necessario credito dalle banche e così salta la legge del mercato. Infatti, «non vale produrre il miglior caffè della Sicilia se non si hanno finanziamenti per poter andare avanti: noi come Lega cooperative diamo un contributo di start-up ma c’è  bisogno di un intervento più strutturato e diretto da parte dello Stato». Ci parla ancora una volta di Stato il presidente della Lega cooperative della Sicilia, della necessità da parte delle Istituzioni di un impegno per modificare le leggi favorendo il sostegno delle attività dell’antimafia.

«Penso, ad esempio, all’utilizzo dei capitali sequestrati ai mafiosi da destinare, in parte, alle start-up giovanili e alle cooperative che nascono su beni e aziende confiscate. Quello che mi preoccupa davvero», continua Parrino, «è la visione che si sta diffondendo che porta avanti l’importanza della vendita dei beni confiscati per fare cassa: un errore gravissimo perché, spesso, sono proprio i poteri mafiosi a riappropriarsene, ma, soprattutto, perché l’idea della confisca implica un restituire alla comunità un bene o, meglio ancora, un’attività produttiva sottraendo così terreno e territorio alla mafia riconsegnandolo alla società civile». Perché, ricorda Parrino, «la mafia è  soprattutto figlia di un humus culturale e la cooperativa diviene un modello alternativo, in cui i cittadini sono soggetti attivi d’impresa e, per questo, conquistano la loro autonomia».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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