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Opinioni e commenti
 

Cooperazione con il mondo e integrazione del mondo. Il direttore Marrazzo intervista in esclusiva il ministro Riccardi
Pubblicato il 24-08-2012


Cooperazione internazionale e integrazione degli stranieri sono le competenze riunite oggi in Italia in un unico ministero. Il significato di questa scelta e l’attività del dicastero  sono argomento, insieme con i temi generali della libertà e dei diritti umani, dell’intervista data in esclusiva all’Avanti!online dal ministro Andrea Riccardi.

Ministro, tra le novità accolte in modo positivo dalla società civile al varo del governo Monti, c’è stata l’istituzione del Suo dicastero. In molti hanno sperato che questo significasse davvero da un lato il volto che l’Italia voleva presentare all’estero, la cooperazione, e dall’altro il modo in cui voleva rapportarsi con gli stranieri che arrivano nel suo territorio. Qual è il suo bilancio a distanza di nove mesi?

Credo che l’esperimento di creare ex novo un ministero che si occupi, per la prima volta nella storia della Repubblica, di cooperazione internazionale e, insieme, di integrazione sia stato un segnale molto positivo da un punto di vista politico e culturale. Il mio ministero è ancora molto giovane, direi quasi un “bambino”, da un punto di vista organizzativo. Tuttavia credo che in questi pochi mesi sia cresciuta in Italia la consapevolezza dell’importanza, decisiva nell’era della globalizzazione, di affrontare la cooperazione internazionale e l’integrazione come due lati della stessa medaglia.

Sul piano dell’immagine la Sua presenza nel governo è sicuramente positiva, ma all’atto pratico Le sono stati conferiti poteri reali? Per ciò che concerne la cooperazione le deleghe che contano sembrano restare al ministero degli Esteri e quelle dell’integrazione al ministero degli Interni…

Ci sono stati, secondo l’indirizzo del Presidente del Consiglio Monti, accordi interministeriali sia con la Farnesina sia con il Viminale. Questo significa che al Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione è riconosciuta, in queste materie, la funzione di coordinamento e la possibilità di “avvalersi” delle strutture che sono allocate ai ministeri degli Esteri e dell’Interno (in termine tecnico si parla appunto di “avvalimento”, n.d.r.). La collaborazione con gli altri ministri è stata finora di ottimo livello. Per il futuro, però, credo che ci sia il bisogno di istituzionalizzare alcuni processi per non rendere vano il percorso  fatto fin qui.

Lei viene da un’importante esperienza nell’associazionismo cattolico e può essere considerato l’inventore di un tipo di dialogo religioso. Anche in questo caso sembra che ci sia un arretramento nel mondo. 

L’impetuoso sviluppo della globalizzazione porta con sé fenomeni positivi ma anche molti timori: lo spaesamento, la paura di perdere le proprie radici, la concorrenza economica, l’impatto con mondi finora lontani accrescono la tentazione di chiudersi all’interno del proprio recinto. Ma non è questa la risposta giusta. La globalizzazione, volenti o nolenti, è un fenomeno inarrestabile che interessa tutti gli ambiti della vita sociale e politica contemporanea. In questo quadro il dialogo interreligioso non ha fatto eccezione. Credo che però gli uomini di fede abbiano nel proprio Dna le risposte utili a fronteggiare la situazione. Ma c’è bisogno di coraggio e di riprendere a pensare in grande. Su scala nazionale, ho voluto insediare, presso il ministero, la Conferenza permanente religioni, cultura e integrazione, che riunisce periodicamente i leader religiosi delle comunità di immigrati. Sono infatti convinto che il dialogo continuo tra le istituzioni e gli esponenti religiosi possa agevolare un percorso di comprensione reciproca, di integrazione e di convivenza, capace di creare un Paese migliore per tutti, italiani e immigrati.

Negli ultimi mesi l’Italia è sembrata molto attiva nella protezione della libertà di culto, in particolare per le comunità cristiane perseguitate. Ha riscontri sull’efficacia di queste iniziative?

Siamo stati in prima linea come governo, Parlamento e opinione pubblica nel denunciare la persecuzione delle comunità cristiane in Africa. Temo però che l’Italia, da sola, possa fare ben poco. Occorre una grande mobilitazione internazionale che coinvolga l’Europa, l’Onu, l’Unione Africana e le altre organizzazioni. In questo senso la posizione italiana può essere di grande aiuto.

Lei è uno storico, in particolare della Chiesa, comunque una persona che ha una visione ampia sul divenire degli avvenimenti umani. Il concetto di libertà è o meno in arretramento nel mondo di fronte alle sfide della globalizzazione?

E’ un discorso piuttosto complesso che meriterebbe uno spazio a sé. In linea generale si può dire che nell’epoca della globalizzazione – pensiamo solo al ruolo che internet ha avuto nel favorire la cosiddetta primavera araba – cresce ovunque nel mondo la consapevolezza dei propri diritti e l’anelito alla libertà. Quest’ultimo però non va di pari passo con la crescita della libertà reale, mentre la tecnologia scopre in continuazione nuovi e più raffinati mezzi di controllo delle libertà personali. Tuttavia guardando oggi all’atlante mondiale possiamo dire che la democrazia e la libertà sono in crescita rispetto a solo qualche decennio fa, e le dittature assolute restano sempre più delle eccezioni. Sono processi storici lunghi, che necessitano di lavoro e pazienza. Ma si può essere, complessivamente, ottimisti. Basti pensare alla repentina caduta del Muro di Berlino o alla primavera araba: la storia è piena di sorprese.

Parliamo di Costituzione: la nostra nasce dai due grandi esclusi del Risorgimento, i socialisti e i cattolici. L’impianto che ne esce è fondato sul primato del lavoro. Lei crede che l’impianto costituzionale sia rispettato e che stia reggendo rispetto alle sfide neo-liberiste?

Le Costituzioni, a ben vedere, sono insieme un punto di partenza e un punto di arrivo. Non credo che si possa imputare la responsabilità alla sola Costituzione se la società italiana non è quella ideale, un mix perfetto di libertà e di giustizia sociale, vagheggiata dai padri costituenti all’indomani della seconda guerra mondiale. Ritengo che, qua e là, la nostra Carta fondamentale abbia bisogno di qualche piccola messa a punto, eliminando alcune farraginosità nel funzionamento delle istituzioni. Ma la parte dei principi – quelli attuati e quelli ancora da attuare – mi sembra che conservi intatta tutta la sua attualità.

Giampiero Marrazzo

Giampiero Marrazzo

@giamarrazzo

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