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Opinioni e commenti
 

Dove va il sindacato. Intervista al segretario della Uil Luigi Angeletti
Pubblicato il 09-08-2012


Con un Paese che va a avanti a spread e tagli (lineari e non) alla spesa, l’unica certezza che rimane agli italiani è quel senso di precarietà che attanaglia le loro notti insonni, la sola stabilità è quella che non troveranno mai nei loro contratti, nei diritti minimi dei quali non godranno mai sul loro posto di lavoro a cottimo. Sembra un paradosso o forse il conclamato fallimento di anni di lotte sindacali. Co.co.co., co.co.pro., finte partite iva e via dicendo: la proliferazione, difficilmente reversibile in tempi brevi, di contratti precari negli ultimi 10 anni segna il ritorno del lavoro a cottimo e quindi il fallimento dei sindacati su una loro storica conquista.

La fotografia impietosa e schietta del Paese reale che il segretario generale Uil Luigi Angeletti restituisce nell’analisi fatta all’Avanti! online punta il dito su una popolazione divisa tra sempre più ricchi e sempre più poveri, priva del paracadute del cosiddetto “scalone sociale”, sproporzionata nel rapporto tra precari e contrattualizzati che è passato dall’essere 50% a 50% lo scorso anno ad 80% a 20% quest’anno, indebolita da azioni sindacali sfilacciate nel Paese e quasi inesistenti in sede europea, costellata di sigle sindacali che, parcellizzate di pari passo ai partiti politici, non riescono più ad essere la stella polare di tanti come una volta. Parcellizzazione del sindacato che «non ha aiutato, ma dal punto di vista reale – confessa il segretario Angeletti – non ha avuto una grande ripercussione sull’azione sindacale quanto l’andamento dei mercati».

Perché il sindacato non riesce a contemperare i bisogni tra garantiti e non garantiti?
Il sindacato è stato attraversato da una profonda divisione che è stata rappresentata dalle diverse sensibilità politiche all’interno del sindacato, ma è infondata. La vera divisione del sindacato dall’entrata nell’euro è stata la politica. La colpa è di chi ha pensato che l’economia fosse iscritta nel binario prestabilito dell’euro e dell’Europa e che quindi i salari e i posti di lavoro fossero asserviti a queste forze economiche e che invece i sindacati dovessero essere tenuti a stare solo entro la frontiera dei diritti e che entrati nell’euro non ci sarebbe stata più flessibilità monetaria e quindi l’unica flessibilità sarebbe stata sul lavoro: aumentare i salari per aumentare la produttività. Non essendoci stata più la possibilità di svalutare la moneta, non c’era alternativa che ridurre i posti invece puntare sulla produttività, l’efficienza e i salari: l’errore è stato fatto dalla Cgil. I diritti o sono universali o non lo sono, le tutele dipendono a seconda del lavoro. Lo stesso art. 18 è una forma di protezione che si applica a una parte dei lavoratori.

Come si ritorna ad un sindacato che affronta i temi reali che interessano al Paese?
Ciò che divide sindacati e sindacalisti è il merito. Abbiamo lo stesso modo di difendere le persone. Adesso tutti i sindacati praticano la stessa tattica: più accordi aziendali seppur diversi tanto l’uno dall’altro. Nella stessa Provincia il medesimo sindacato fa scelte diverse. Ci sono molte meno divisioni. Al pari la forza delle nostre imprese è il loro fare network, si dividono la produzione, si coalizzano e riescono andare sui mercati esteri. Se siamo ancora in piedi è per quel 20%, 4000 imprese piccole che fanno rete.

Niente ascensore sociale a fronte di una forbice sempre più ampia tra ricchi e poveri. Come se ne esce?
È la cosa più difficile. E più facile far crescere l’economia che cambiare le cose su questo punto. L’ascensore sociale va su e giù: un tempo il sistema prevedeva che il figlio di un operaio potesse avere uno spazio anche in ruoli manageriali senza che il figlio di un industriale cedesse il suo di posto, cioè che dovesse scendere nell’ambito dell’ascensore sociale. Adesso invece, con l’economia che non cresce da tempo, l’ascensore è bloccato a meno che il figlio di un ricco scenda per far posto al figlio di una persona meno fortunata.

Come si torna a discutere di bene comune?
Non è questo il problema. Il famigerato bene comune è sempre stato lontano dai pensieri degli italiani che considerano soltanto quello che coincide con il proprio di bene. Nessun partito o sindacato o qualsiasi coalizione pensa al bene comune se non come condizione dello spirito, per tutti quello che conta è l’interesse personale. Nessuno ha la determinazione di rifare una rivoluzione personale.

Qual è a suo avviso la vera priorità in questo momento?
E’ la crescita economica. All’inizio degli anni Novanta eravamo il quinto Paese più ricco al mondo con i redditi procapite del 30% superiori alla media europea. Adesso siamo all’ottavo posto e i redditi sono scesi del 30% rispetto agli altri europei e tutto questo è stato costellato da parole come coesione, bene comune, costituzione, solidarietà. Le conseguenze sono state diventare tutti più poveri e avere una struttura sociale rigida. Occorre prima discutere su come produrre ricchezza e poi come ridistribuirla.

Perché non c’è un’azione comune dei sindacati europei per premere sul Consiglio europeo?
Per due ragioni: i sindacati in Europa non contano nulla, non sono un interlocutore tranne che in singoli paesi come Italia e Germania dove hanno un loro peso. I sindacati sono organizzazioni nazionali e quindi rispondono ai propri iscritti. Sul piano internazionale va precisato però che c’è già una cabina di regia europea tra sindacati con singoli delegati, ma il problema è che affinché il sindacato possa manifestare le proprie posizioni deve avere degli interlocutori ma né potere economico né politico finanziario li considerano come tali: perché non abbiamo piattaforme comuni.

Non pensa che con il proliferare dei contratti precari si sia tornati al lavoro a cottimo?
Sono la conseguenza patologica del declino della nostra economia, sono lo specchio della deriva che stiamo prendendo, la conferma del fatto che il rapporto tra precari e contrattualizzati è passato dall’essere 50% a 50% lo scorso anno ad 80% a 20% quest’anno. Cosa è cambiato? L’arrivo della recessione, in parallelo ad un miglioramento e inasprimento della legge. Perché se ne vanno imprese all’estero? Perché il nostro è l’unico Paese al mondo dove nessuno ascolta le ragioni delle imprese: le industrie vanno all’estero non perché il costo del lavoro è troppo alto, non per la concentrazione della mafia che in Italia c’è sempre stata. In Italia la realizzazione di un’opera pubblica costa il doppio che all’estero e ci si impiega il doppio del tempo: il problema è la mala amministrazione, un intreccio per il quale il sistema amministrativo ha considerato l’economia reale e privata come una specie di fastidio criminogeno. Incide poi anche la rappresentazione distorta che i cittadini hanno delle nostre imprese dettata da un’informazione che mette in risalto solo gli aspetti negativi tralasciando tutto il resto e dalla politica che dovrebbe difendere i propri gioielli di famiglia e non preoccuparsene solo quando li abbiamo persi.

Concertazione: Hollande dice di volerla in Costituzione, mentre per Monti è la causa di tutti i mali. Lei con chi sta?
Non sono d’accordo con le posizioni di Monti. In passato avevamo parlato anche noi di inserire la concertazione in Costituzione ma senza seguito. Sul tema il premier confonde il merito col metodo, ritiene la concertazione come luogo nel quale le parti si sono protette e che è stata causa di tutti i mali. Se si utilizzasse la concertazione per vedere come rimettere in moto la crescita economia allora sì che sarebbe utile.

Squinzi, primo presidente di Confindustria di sinistra?
Il presidente di Confindustria deve difendere gli interessi delle imprese che crescono e non quelle che vanno male altrimenti è meglio che non ci sia. Da questo punto di vista è legittimo come fa lui pensando che il dialogo sia efficace per raggiungere l’obiettivo. Il dialogo però non è il fine ma lo strumento. Scandaloso che ci si scandalizzi. Ricordo poi che con Montezemolo la stessa foto che ha ritratto recentemente Squinzi con la Camusso e che l’allora presidente di Confindustria quando provò a fare la riforma contrattuale non ottenne nulla.

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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Commenti all'articolo
  1. Caro Direttore
    in riferimento all’intervista ad Angeletti sul come si torna a discutere di bene comune,vorrei fare alcune considerazioni sul tema dell’etica della politica.
    Oggi qualsiasi iniziativa che si vuole avere, per riaprire un dialogo con il cittadino, per discutere su come affrontare argomenti di attualità è difficoltoso, in quanto il distacco del cittadino dalla politica e dai politici è molto alta, ed il politico di turno, se non torna a ragionare sul concetto del “bene comune” e non crea quella stabilità e quella capacità di affrontare e risolvere i problemi veri della gente, si allarga sempre di più questa sfiducia alla politica.

    Il bene comune è un contenitore di valori e di regole condivise che obbliga ad un utilizzo cosciente delle limitate risorse disponibili e obbliga chi ha responsabilità politiche e istituzionali a non distogliere mai lo sguardo dagli interessi generali della comunità.

    Urgono nuovi strumenti d’azione culturale e sociale sia per le istituzioni che per chi è impegnato nella società civile un tipo di cultura capace di progettualità, volta a spendersi senza riserve per il bene comune.

    Bisogna iniziare dalle battaglie sociali per poter ridare delle riposte alla gente, per iniziare queste battaglie bisogna riaprire una serie di relazioni, che ci aiutano a capire la realtà che stiamo vivendo, e farsi carico, tenendo conto di un nuovo patto tra le generazioni utilizzando il concetto di bene comune, per comprendere quali nuovi strumenti urgono per una azione culturale e sociale per una efficacia operatività di come affrontare le problematiche del paese che sono il lavoro,sicurezza sociale,impresa, famiglia, scuola, economia, etica, tempo libero, emigrazione, mezzi di comunicazione e via dicendo.

    La determinazione ad impegnarsi per il bene comune suppone un comportamento corretto a livello politico ed una grande attenzione alla precarietà(la casa, i bisogni primari, il lavoro), apre la strada alla solidarietà e che tutti possono essere responsabili di tutti, e stimoli il cittadino a partecipare in prima persona, insieme ad altri cittadini, alla vita pubblica, secondo le competenze di ognuno e sotto la propria autonoma responsabilità.

    Concludo nella speranza che questa breve analisi sul concetto del “Bene Comune “ argomento di grande attualità contribuisce a risvegliare il senso della responsabilità e ad un impegno sociale e politico in un solido fondamento etico-culturale e di conseguenza alla edificazione di una convivenza umana ispirata ai valori dell’eguaglianza e della solidarietà (Cultura SOCIALISTA).

    iinvito i lettori a leggere la lettera del Segr. Socialista Nencini che con l’alleanza del PD e SEL propongono la ‘Carta d’intenti per l’Italia, firmata sabato 13 sempre a Roma, la trama su cui basare le proposte di governo in vista delle elezioni politiche del 2013.

    Sulla base di questa proposta , spero che possa diventare argomento di base per i compagni per poter promuovere questi principi, in quanto è arrivato il momento di “alzare la testa”per riportare a galla la nostra dignità di “ S O C I A L I S T I“.
    Saluti
    Paolo D’Agostino

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