mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

La crescita avvelenata dell’Africa
Pubblicato il 11-08-2012


L’ultimo rapporto sull’Africa, pubblicato questa settimana dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) conferma il paradosso economico che opprime il continente, senza  senza che si cerchi davvero di rimuoverne le cause: c’è una netta crescita economica, secondo i parametri con la quale la misurano la gran parte degli organismi internazionali, ma il sottosviluppo è ben lontano dal ridursi e, anzi, tutti gli indicatori sociali mostrano situazioni sempre più difficili.

Secondo le ultime stime elaborate dagli analisti dell’Undp, l’economia della nazioni africane crescerà a un ritmo annuo del sette per cento a partire dal 2015. La crescita verrà favorita principalmente dall’incremento degli investimenti e dal miglioramento delle infrastrutture. Negli ultimi periodi lo sviluppo del continente ha marciato a un livello del cinque per cento annuo, la migliore performance a livello globale dopo l’Asia. I dati del nuovo rapporto sono sostanzialmente in linea con quelli pubblicati nelle scorse settimane dal Fondo monetario internazionale (Fmi) secondo il quale l’Africa archivierà il 2012 con un +5,4 per cento.

I risultati positivi messi a segno negli ultimi tempi, avvertono però gli studiosi dell’Undp, non sono ancora sufficienti a far uscire dalla povertà la popolazione in forte crescita degli Stati africani. Tra le problematiche che zavorrano le potenzialità di un sviluppo del continente, gli analisti dell’Onu evidenziano soprattutto gli alti livelli di corruzione e la conflittualità all’interno dei singoli Paesi.

Ancora una volta, cioè, le analisi degli organismi internazionali non mettono minimamente in discussione il modello di sviluppo in base al quale valutare la crescita. Questo riguarda diversi settori e soprattutto quello dell’agricoltura di sostentamento. Lo sviluppo  rurale,  ―  con il  rilancio e l’ammodernamento della piccola agricoltura, ― è una priorità assoluta per l’Africa, il continente che sta pagando più duramente la finanziarizzazione dell’economia mondiale e le sue distorsioni, oltre ad essere il più esposto ai cambiamenti climatici. L’Africa non può  sottrarsi  al sottosviluppo, alla miseria e alla fame senza una vera azione mondiale di contrasto all’assalto speculativo sui prodotti alimentari. L’agricoltura di sostentamento è il pilastro dello sviluppo economico del continente e al tempo stesso lo strumento cruciale per sradicare l’insicurezza alimentare e far uscire dalla povertà le società rurali non solo africane, ma di tutto il  mondo.

Finora gli investimenti hanno puntato quasi esclusivamente sulle macroculture,   spesso in regime di proprietà internazionale e comunque vincolate ai meccanismi commerciali globali. Dare priorità all’agricoltura di sussistenza significa avviare un’inversione di tendenza, anche contrastando il fenomeno del land grabbing,  il sistema di acquisizione di terre in Paesi del sud del mondo da parte di Governi terzi o di aziende multinazionali intenzionati a sfruttarne il potenziale agricolo in tempi di alti prezzi dei beni alimentari.

Ma oltre a questa forma di neocolonialismo in Africa si protrae anche un altro problema: gran parte delle migliori terre fertili è ancora nelle mani di un ristretto numero di latifondisti, spesso di origine europea, che ne rivendicano il possesso sulla base di vecchi documenti dell’epoca coloniale. Su 874 milioni di ettari di terre coltivabili, solo 150 milioni vengono effettivamente sfruttati e l’Africa utilizza soltanto il 4 per cento delle sue risorse idriche per l’irrigazione dei terreni agricoli. Inoltre il continente paga un forte ritardo in termini di infrastrutture, tecnologie e formazione. Il che significa che occorre una vera cooperazione allo sviluppo, dato che il nord del mondo è in pratica monopolista delle tecniche d’avanguardia per valorizzare i terreni.

Stati Uniti e Unione europea, però, sembrano da tempo in affanno sotto questo aspetto, il che pregiudica in ultima analisi anche i loro interessi sullo scacchiere geopolitico globale. Non a caso, la gran parte dei Paesi africani hanno da tempo come principale partner bilaterale la Cina, che pure in Africa è la potenza più invadente nel praticare il land grabbing. «Abbiamo l’offerta. La Cina garantisce la domanda. Pertanto lo sviluppo delle relazioni economiche bilaterali è inevitabile». Questa affermazione (ripetuta per esempio dall’ex presidente della Commissione africana,  Jean Ping, all’ultimo vertice dell’Unione africana) sembra una specie di articolo di fede o di presa d’atto di un fenomeno naturale incontrollabile, tipo terremoti o eruzioni. É un po’ come accade da noi, quando si parla di mercati, come se la politica dovesse necessariamente cedere il passo a un neoliberismo senza regole. Ma nel caso dell’Africa, questo significa ancora di più svendere il futuro, se non altro perché non tiene conto dell’interesse del continente a non limitarsi a esportare materie prime,  ma a incominciare  a trasformarle in loco.

Né quello dell’agricoltura è l’unico settore in cui europei e statunitensi sono in arretramento. Quasi tutti i Paesi africani hanno accordi con società del resto del mondo  nei settori delle infrastrutture, dell’acqua, delle miniere e delle finanze e anche in questo l’interlocutore privilegiato è  la Cina. Vale anche per l’energia, che vede il continente da tempo ridotto a fornitore di materie prime fossili per il mondo ricco, senza ricadute vantaggiose per le popolazioni. Certo: niente di nuovo. Ma anche questo è grave.

 

 

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