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Opinioni e commenti
 

L’Avanti sulle #viedelsud fa tappa a Napoli: la storia delle cooperative di don Antó, il custode dell’umanità del “ghetto” nel rione Sanità – VIDEO
Pubblicato il 06-08-2012


Ci accoglie con una forte stretta di mano don Antonio e ci guarda, schietto, dritto negli occhi: i suoi ragazzi, quelli del rione Sanità di Napoli, lo chiamano semplicemente “Antó”. Don Antonio Loffredo, parroco della basilica di Santa Maria della Sanità, ne ha conosciute tante di persone in questi anni: ha lavorato nei quartieri difficili, come Purgatorio vicino a Poggio Reale. Storie di emarginazione, tossicodipendenza, carcere e, naturalmente, storie di camorra: forse per questo ha l’aria di chi, con un’occhiata riesce subito a capire chi ha di fronte.  «Combattiamo la nostra guerra con le armi che abbiamo a disposizione, la cultura e l’arte, armi che vanno in profondità, non fanno fuochi d’artificio e, fino ad ora, ci sembrano armi belle, che funzionano bene. Ci dà il benvenuto con queste parole “Don Antó” e, nella nostra chiacchierata, il tema del “conflitto” s’introduce naturalmente, quasi da solo, senza bisogno di presentazioni.

RIONE SANITÀ, TERRA DI CONFLITTO – Il conflitto è una realtà profondamente radicata nel rione Sanità, forse anche per il modo di “sentire” della gente, espressione quasi di un movimento, di una dinamica viva, viscerale che caratterizza indelebilmente Napoli: sia stata la storia di dominazione o, come dice don Antonio con un sorriso, fingendo di scherzare, perché «quando mai al Sud si pensa con la testa? Noi pensiamo con gli occhi, con il cuore, con la pelle e anche con la musica». Ma il parroco di Santa Maria della Sanità la testa l’ha usata, e l’ha usata in una maniera raffinata: «io sono di un quartiere qui vicino, so l’importanza che hanno le relazioni per avviare dei progetti virtuosi», dice il parroco. «Questo è un ghetto e noi dobbiamo ripartire proprio da quello che abbiamo tra le mani: il ghetto può essere visto come un limite, ma per noi è stato fondamentale attingere da quell’humus fertile fatto proprio di relazioni umane intense».

‘LA PARANZA’? UN PRESIDIO SUL TERRITORIO – Forse per questo la cooperativa “La Paranza”, fondata da Antonio Loffredo nel 2006 e «poi affidata nelle mani dei giovani del quartiere come compete a chi deve solo aiutare, avviare il cammino», è oggi un esperimento avanzato di rivalutazione del patrimonio culturale del Sud. La cooperativa è diventata una realtà capace di trovare la sintesi tra ricchezza della tradizione culturale partenopea e una “via percorribile”, un’“idea di futuro” che restituisca al Meridione la possibilità di farsi soggetto attivo della trasformazione sociale che coinvolga chi «non è spaventato dal futuro».

TRA SACRO E PROFANO – Antonio ha 24 anni e ha iniziato a lavorare con la cooperativa La Paranza da quando ne aveva 19, subito dopo la maturità scientifica: ci guida attraverso i cunicoli delle catacombe di Napoli, ristrutturate proprio grazie ad un progetto della cooperativa, descrivendoci con passione i mosaici del V secolo riportati alla luce grazie ai restauri. Gli brillano gli occhi quando racconta la storia del patrono San Gennaro che si mischia con la vicenda delle due sponde del Mediterraneo: un patrono dalle origini mai chiarite, forse africano, simbolo dell’amalgama culturale e dell’accoglienza di Napoli. Ci mostra affreschi dipinti mille anni prima di Giotto che già raffigurano immagini in prospettiva. La Napoli sotterranea è una meraviglia in cui, anche l’angolo più nascosto e il frammento di affresco più piccolo raccontano la storia di una cultura antichissima, carica di sfumature, in grado di “spiegare il mondo”: è il segno di una civiltà che ha saputo edificarsi su un continuo processo di contaminazioni e intrecci attraverso i secoli, accogliendo e integrando.

CONTRO LE ‘INVASIONI BARBARICHE’ – Ci racconta ancora Antonio, vicino all’abside di quella che è stata la più grande basilica sotterranea al mondo, edificata sopra il sepolcro originario di San Gennaro, che i Longobardi non riuscirono mai a espugnare la città e, per questo, decisero di rubare le spoglie del Santo patrono per portarle a Benevento. Una metafora della storia recente: oggi quella capacità di “produrre significato” di Napoli sembra impattare con la modernità, con i valori portati dalle “invasioni barbariche”, incompatibili con «l’umanità» di cui parla don Loffredo. Una realtà, dall’architettura alla prossemica, dall’urbanistica al culto, dal linguaggio alla gastronomia raccontano di un tessuto sociale con cui, imprescindibilmente, si devono fare i conti per impostare un sistema produttivo armonico e percorribile, che non produca i mostri e le ombre che caratterizzano il Sud oggi.

UN CAMMINO DIVERSO – Don Antonio non ha dubbi: per evitare questa deriva, si deve fare della propria cultura il punto d’incontro su cui far convergere un’identità che miri alla «creazione di sistema produttivo espressione di valori legati al territorio». Il parroco sa bene, infatti, che i giovani esposti al rischio di marginalità devono essere messi nelle condizioni di poter scegliere  un cammino diverso. L’esperienza della “Paranza” ci parla proprio di questo: «ogni giorno la comunità, attraverso le cooperative che abbiamo messo su, è come se imparasse a capire, come se riscoprisse quanto sia ricca e bella la sua cultura e quanto è importante valorizzare i talenti che questa cultura offre».

DARE PIÙ’ FIDUCIA AI GIOVANI – Per fare questo però “Antó” introduce una parola chiave, della quale il Paese, da Nord a Sud, parla poco. Una parola scomoda che porta a mettere in discussione tante, forse troppe cose, che scuote fino alla radice delle coscienze perché non permette a nessuno di nascondersi dietro a un dito e declinare responsabilità. Una parola che va al di là della retorica sulla crisi, sulla produzione, che tocca il cuore del problema che non è solo culturale, ma eminentemente politico: la parola è fiducia. Fiducia negli altri e soprattutto fiducia nei giovani: «l’Italia è un Paese sempre più vecchio, e le vecchie generazioni non vogliono lasciare spazio ai giovani perché sanno di non essere, spesso, adeguati ai tempi. Invece bisogna avere fiducia che i guagliun so’ cchiu’ fort e nuj (che i ragazzi sono più forti di noi). C’è solo da stupirsi del dopo, nella convinzione che chi viene, se ben guidato all’inizio, farà bene». Per oggi siamo noi a stupirci, in questa seconda tappa delle Vie del Sud, della forza dell’uomo che abbiamo di fronte e che, tra un caffè e una sigaretta, ci guarda dritto con un sorriso parlandoci, da una zona che molti considerano disperata, con la forza di chi propone un futuro di speranza.

 Roberto Capocelli

don Antó, il custode dell’umanità del “ghetto” nel rione Sanità from Roberto Capocelli on Vimeo.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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