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Opinioni e commenti
 

L’Avanti sulle #viedelsud fa tappa nella Nuova cucina organizzata di Peppe Pagano
Pubblicato il 07-08-2012


«In questi anni si è parlato tanto di camorra nel casertano, ed è stato un bene. Credo però che sia arrivato il momento di impegnarsi seriamente non solo a denunciare, ma anche a costruire». Peppe Pagano parla come un fiume in piena. E’ il fondatore della cooperativa Agropoli che ha dato vita al ristorante “Nuova Cucina Organizzata”, progetto nato dall’idea di recuperare dei ragazzi con disagi mentali alla dignità del lavoro e alla partecipazione sociale attraverso percorsi di inserimento produttivo.  “Nuova cucina organizzata” è una metafora carica dell’ironia meridionale, un’altra tappa del viaggio intitolato le “Vie del Sud”. Percorrendole, quelle vie portano su un cammino che scopre infinite risorse alle quali è capace di attingere la società civile del Mezzogiorno con la sua cultura meticcia e, proprio per questo, naturalmente in grado di trasformare le contraddizioni in occasioni di sviluppo. NCO nasce, infatti, su un bene confiscato alla camorra e la sua atmosfera conviviale, unita ai sapori del luogo, ci parlano del rinascere di un’esperienza comunitaria e sociale che la presenza camorrista ha cercato di spezzare.

Arrivare a San Cipriano d’Aversa, come Casal del Principe è, innanzitutto, un’esperienza visiva: impattano le case circondate da alte mura che costituiscono lo scenario del paese, così lontano dalle costruzioni con le porte aperte sulla strada di altri paesini del Sud che, invece, creano quasi un continuum fra spazio pubblico e privato. Per questo Peppe ha deciso, non di abbattere, ma di bucare le mura della casa che ospita la cooperativa Acropoli, anch’essa bene confiscato. «Abbiamo voluto rompere i muri perché, per noi, rappresentano l’indifferenza e la separazione creata della camorra che ha azzerato l’idea di comunità» dice Pagano ricordando che «prima non era così, la trasformazione di questo territorio è avvenuta a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 perché lo sviluppo della camorra avviene proprio in quel periodo». Per Pagano questo processo ha una data d’origine: il terremoto dell’Irpinia del 1980. Parlare di camorra, nel Sud, significa parlare di Stato: quello Stato, da cui eravamo partiti nella prima tappa, che discute ancora della “questione meridionale”. «Il dopo-terremoto è  il momento di evoluzione della camorra che diventa la Nuova camorra organizzata guidata da Raffaele Cutolo. Ma questo è potuto succedere perché, per liberare il democristiano Ciro Cirillo, sequestrato dalle Brigate Rosse, lo Stato affidò proprio alla camorra la trattativa e furono i cammorristi a pagare il riscatto. In cambio gli vennero offerti gli appalti per la ricostruzione che trasformarono dei delinquenti in costruttori». Per Pagano è dunque lo stesso Stato che, nel passato, ha consegnato il suo paese nelle mani della camorra, fino a perderne il controllo. «Il maresciallo dei carabinieri di Casal di Principe fu schiaffeggiato pubblicamente in piazza davanti a tutti da Sandokan, il boss del clan dei “Casalesi”, e non successe nulla. Come facevano i cittadini a denunciare i crimini se lo stesso Stato era impotente?», dice Peppe. E’ in questo passaggio critico che si buttano le basi del dominio della criminalità basato sui 3 pilastri dell’«indifferenza, della diffidenza e dell’individualismo» e soprattutto della “cultura dell’emergenza” che ha permesso alla camorra di sopravvivere creando bisogni ai quali solo i criminali potevano “dare una risposta”.

Del resto Pagano ricorda, sfatando il mito della passività del Sud, che “gli eroi” ci sono stati. «I morti parlano, siamo nella terra di Don Peppe Diana, Federico del Prete, Mimmo Novello, Antonio Canciano. Qui c’è stata una vera e propria lotta di resistenza, c’erano i partigiani e non c’era lo Stato». Quello Stato al quale Peppe, che ha ammirato il lavoro svolto dagli investigatori negli ultimi anni, chiede di adeguarsi nella lotta alla mafia, andando a colpire le banche del Nord che riciclano i capitali e la corruzione dei colletti bianchi che permette agli imprenditori mafiosi di entrare nel mercato, drogandolo e soffocando le iniziative imprenditoriali sane.

Ma, per Peppe è l’emigrazione che ha creato terra bruciata. «Quella valigia di cartone ci ha ammazzato più delle pallottole della camorra, oggi ci mancano persone che possano pensare che l‘interesse individuale venga dopo l’interesse generale. Abbiamo mandato fiumi di giovani ad essere classi dirigenti nel nord Italia e noi ci siamo trovati senza classe dirigente». «Oggi gli eroi non ci servono, non vogliamo essere eroi. Ci serve lo Stato, quello di cui ti puoi fidare, quello che salvaguarda i suoi cittadini, quello del diritto, quello vero».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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