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Opinioni e commenti
 

L’Avanti! sulle #viedelsud fa tappa a Torre di mare: da discarica a oasi protetta
Pubblicato il 08-08-2012


Attraversando le #viedelsud l’Avanti! incontra un’oasi. Nel mezzo della speculazione edilizia che soffoca il litorale salernitano, nei pressi di Paestum, potrebbe sembrare quasi uno di quei miraggi con cui la Fata Morgana si prende gioco dei viandanti che si avventurano sulle arroventate strade del Mezzogiorno. Invece, l’area protetta di Torre di Mare è una realtà che sorge su quella che prima era una discarica a cielo aperto. Il direttore dell’Oasi è Lucio Capo che ama definirsi “un aristocratico e intellettuale della Magna Grecia”, un sopravvissuto di una cultura in grado di capire e spiegare il mondo con un sapere antico. Lucio la chiama la “capiscienza”, la capacità di mettere il sapere scientifico al servizio dell’umanità partendo dal “sapere”, dalla conoscenza  del contesto, delle proprie radici e del territorio. Un antidoto alla supremazia del tecnicismo miope, caratteristico della modernità, che non riesce ad avere una visione olistica della realtà e non spiega i fenomeni nella loro complessità e nella loro profondità storica. Quella capacità di organizzare una visione ampia, così connessa all’idea di politica, alla polis greca, è un tema attuale in un mondo schiacciato dalle statistiche e dai numeri che, da strumenti, si trasformano in finalità.

L’Oasi racconta proprio di questo: l’ambiente dunale è una metafora della cultura meridionale che resiste come le piante psammofite, che caratterizzano le dune del litorale. La pianta simbolo sono i caratteristici “gigli di mare”, perle della macchia mediterranea. La leggenda racconta che il Lilium candidum, il giglio bianco di mare, nacque da una goccia di latte caduta a terra mentre la dea Hera allattava Ercole. Quella goccia di latte è la linfa che continua ad alimentare l’opera di Legambiente Capaccio che protegge e tutela l’ecosistema e la macchia mediterranea, difendendola da abusivismo e inquinamento.

Gran parte dell’Oasi è coperta da una pineta in cui il “turista della domenica”, figlio della società dei consumi, trova l’ombra sotto cui proteggersi e godere del fresco. Ma il bosco è stato piantato negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale dalla forestale per proteggere le aree coltivate dell’interno dai venti salmastri provenienti dal mare.

La vegetazione naturale, invece, è il leccio, pianta che vive sulle cime delle dune in grado di resistere all’ambiente ostile salmastro. L’ombra della pineta ha creato un sottobosco rado e povero di biodiversità a causa dei pini troppo fitti perché piantati a poca distanza l’uno dall’altro. Cosi come il progetto produttivo imposto al Meridione nel dopoguerra, da Bagnoli a Taranto, anche qui quella che può sembrare una benedizione nasconde in sé l’inganno: la pineta è, in realtà, già morta ma i pini continuano a coprire il terreno non permettendo alla luce di filtrare e sterilizzando così il terreno. Per questo Lucio ci spiega che il compito dell’area protetta è quello di presidiare l’oasi per “accompagnare” il processo che porterà le piante autoctone riprendere il loro posto. «Lo vedi questo leccio, piano piano si sta mangiando questo pino. Alla fine ce la fará, basta aspettare» dice Lucio con un sorriso sornione. Oggi la storia del giglio bianco racconta della forza, della pazienza di chi con la sua “capiscienza” è in grado di rinascere dalle sue radici.

 Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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