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Opinioni e commenti
 

Lavoro e dignità della persona. A colloquio con il giurista Augusto Barbera
Pubblicato il 10-08-2012


I principi costituzionali mai pienamente applicati in materia di diritto del lavoro e di organizzazione sindacale. La storia di lotte sindacali che hanno costruito certezze e di arretramenti politici che queste certezze stanno smantellando. La visione del lavoro come cuore della società e l’attacco portatogli dal mito del mercato. La volontà della maggioranza che non può essere delega in bianco. La necessità per l’Europa di salvaguardare le sue ragioni fondanti nelle sfide della globalizzazione.  Di questi argomenti l’Avanti! torna a parlare con il giurista Augusto Barbera, professore di Diritto Pubblico a Bologna,  che il nostro giornale già aveva interpellato nei giorni scorsi  sull’attualità della Costituzione italiana fondata sul  primato del lavoro.

POCHEZZA DEL CONFRONTO – Un giudizio di pochezza sul  confronto su questi temi nell’attuale classe dirigente italiana emerge dal primo spunto offerto a  Barbera dalle recenti dichiarazioni del ministro Fornero e dell’amministratore delegato della Fiat Marchionne, che molti hanno letto come attacchi al lavoro. «Sono due interventi distinti – dice il giurista – e che non accomunerei perché espressione di due approcci completamente diversi. Da un lato abbiamo Marchionne che è, per usare una terminologia un po’ antiquata, un padrone  e che cerca di tutelare i suoi interessi, mentre, nel caso della Fornero si tratta di un ministro che cerca di valorizzare le risorse del lavoro e l’interesse generale. Sono due posizioni diverse espressione di diverse filosofie».

LA RAPPRESENTANZA DEI LAVORATORI – Secondo Barbera la questione cruciale è la «non attuazione della Costituzione per colpe generalizzate e diffuse» che si sono sommate nel corso degli anni: il «punto dolente riguarda la rappresentanza lavoratori». L’articolo 39 della Costituzione «aveva trovato una soluzione al problema della rappresentanza affermando il valore della rappresentatività ispirato al principio della maggioranza», ricorda Barbera. Secondo il giurista, nell’affermare che, in virtù del numero degli iscritti, i sindacati fossero l’organismo in grado di stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce, è insita un’idea di democrazia. Libertà e pluralismo, dunque, però vincolati all’accertamento della rappresentatività: i sindacati accedono al tavolo contrattuale formato dai rappresentanti delle due parti con una rappresentanza proporzionale agli iscritti. Questo tipo di normativa sanciva l’egemonia di Cgil, Cisl e Uil , ma presto il meccanismo fu rifiutato dalla Cisl e dalla Uil finiti in minoranza rispetto alla Cgil.

L’AUTUNNO CALDO E LO STATUTO DEI LAVORATORI – Poi, con l’Autunno caldo, la stagione di lotte iniziata nel ’69 che ha portato alla stesura dello Stato dei Lavoratori nel ’70, anche la Cgil smise di chiedere l’applicazione del principio di proporzionalità in nome delle lotte all’insegna dell’unità sindacale. «È in quel momento che si inizia a deviare dal dettato costituzionale senza, per altro, proporre un progetto di riforma» dice Barbera. Poi arrivò lo Statuto dei Lavoratori (legge 300/70) – dovuto soprattutto, all’azione del socialista Brodolini e alla spinta del socialista  Giugni – e stabilì che le rappresentanze sindacali unitarie a livello di fabbrica fossero costituite dai sindacati maggiormente rappresentativi ma anche da sindacati autonomi che avessero sottoscritto contratti nazionali e provinciali.  «Questo regime è quello che ha dominato le relazioni sindacali fino agli anni ’90 quando è cresciuta l’insofferenza verso i sindacati confederali e si sono affermate alcune realtà di base come i Cobas», dice  Barbera, ricordando  «questi movimenti, con l’appoggio spesso della stessa Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil, promossero i referendum del 1995 sull’articolo 19 dello Statuto tagliandolo in quella parte che sanciva il principio di maggioranza. È a questo punto che si palesa e si cristallizza il già presente «problema di rappresentanza e, quindi, di democrazia».

L’APPIGLIO DI MARCHIONNE – Barbera specifica che «proprio alla lettera di questa norma si è appigliato Marchionne sul caso Fiat». Si configura, pertanto, una situazione per la quale la Cgil, maggioritaria tra i lavoratori Fiat, non è rappresentata perché non ha firmato il contratto: «un motivo formale, un appiglio al quale si è appoggiato Marchionne che ha avuto la possibilità di affermare la sua logica padronale». Oggi, dunque, «abbiamo un problema vero di democrazia e rappresentanza perché che la Cgil sia esclusa nel settore metalmeccanico è veramente poco democratico: da un lato non si è attuata la Costituzione e, dall’altro, i sindacati e le forze sociali non si sono fatte promotrici di una vera e propria riforma. Questa situazione è stata il frutto di una certa cultura sindacale che ha puntato tutto sul primato dei rapporti di forza, trascurando il quadro normativo», una cultura paradossalmente figlia di  quelle stesse forze si appellano oggi alla magistratura nel caso Fiat.

DILEMMA GIURIDICO – «Di fronte a questo dilemma i giudici hanno adottato due risposte: la prima è stata l’applicazione alla lettera dell’articolo 19 così come è oggi dopo l’intervento referendario che stabilisce il diritto di non ammettere membri del sindacato maggioritario perché non firmatario del contratto. La seconda, basata su un’interpretazione più attenta alle esigenze generali della libertà sindacale, ma con una forzatura testi, ha rispettato il principio di maggioranza alla base della democrazia» ricorda Barbera. Tuttavia, dice il giurista, «entrambe sono espressione di una ambiguità normativa in materia. C’è stata poi una terza via, la più corretta dal mio punto di vista, cioè quella adottata da un giudice di Modena di rimettere il problema della legittimità costituzionale dell’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori alla Corte costituzionale per stabilire fino a che punto è compatibile con la Carta fondamentale». Secondo Barbera, infatti, in questo caso ci troviamo «fuori dalla Costituzione, non per generici principi di attacco antidemocratico da parte di Marchionne ma perché, le stesse rappresentanze dei lavoratori e i partiti non hanno seguito la via tracciata dalla Costituzione: non necessariamente l’articolo 39 della Costituzione rappresenta la migliore delle soluzioni ma si sarebbe dovuta cercare una alternativa. Invece si è scelta la strada inizialmente tracciata dall’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, che già era una deviazione rispetto articolo 39 della Costituzione, perché non accertava l’effettiva rappresentatività». Barbera sottolinea come di fronte a questo scenario sia necessario «lasciare da parte tutti i discorsi ideologici per affrontare la questione da un punto di vista dei principi democratici: nel 1984, in Commissione Bozzi, ci ponemmo il problema e trovammo una soluzione che tendeva alla modifica articolo 39. Per ragioni di opportunità politica la nostra proposta non riuscì a concretizzarsi: non se ne fece nulla e il tema è scomparso da allora».

LA QUESTIONE SOCIALE VALICA I CONFINI NAZIONALI – Ma affrontare oggi la questione del lavoro, la questione sociale richiede uno sforzo necessario e un coordinamento che valichi i confini nazionali: «una riflessione portata avanti a livello europeo: di fronte a nodi delicati come la delocalizzazione, che minaccia i diritti minimi dei lavoratori, non possiamo sperare di riproporre vecchie soluzioni basate su economie autarchiche impedendo ai cinesi di entrare sul mercato o ai capitali di essere investiti in altri paesi. Si avverte l’urgenza di una legislazione europea in materia sindacale e mancano organizzazioni sindacali a livello europeo», afferma Barbera. Questo si è visto anche nello contrasto  sull’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, dove «si scontrano due concezioni: la prima è incentrata sull’idea della difesa del posto di lavoro, mentre l’altra, più vicina ai sistemi di welfare avanzati guarda alla difesa del lavoratore», dice Barbera secondo il quale «prevale tutt’ora l’idea della difesa del posto di lavoro più che del lavoratore in sé, un’idea che mal si sposa con i mutamenti mercato globale».

UNA VISIONE DIVERSA – Sulla posizione di Barbera non ci sono dubbi: «io credo – dice – che si debba tutelare il lavoratore, che si debbano cercare e trovare delle soluzioni in grado di valorizzare proprio quell’idea di lavoro come espressione della dignità e contributo che la persona dà alla società in linea con i principi costituzionali: è necessario rivalorizzare la formazione e la riqualificazione della forza lavoro finalizzata alla possibilità di un nuovo impiego, di una reimmissione del sistema produttivo». C’è oggi un esempio drammatico e chiarificatore del conflitto tra queste due concezioni ed è la questione degli esodati: «il problema si è presentato all’opinione pubblica il problema come frutto della volontà di tagliare sulle pensioni – conclude Barbera – ma, in realtà, il nodo riguarda proprio la visione del lavoro perché, invece di mandare in prepensionamento quanti perderanno il posto di lavoro si sarebbe dovuto cercare un loro reinserimento nella realtà produttiva attraverso, ad esempio, un processo di riqualificazione prima del raggiungimento dell’età pensionabile».

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

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@robbocap

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