venerdì, 20 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Le guerre dell’acqua. Intervista a Jean Léonard Touadì
Pubblicato il 20-08-2012


Il 70% del corpo umano è composto d’acqua. Senza acqua non può esserci vita. Ma, per l’acqua si muore e si morirà sempre di più. Si calcola che, ogni minuto, circa 7 persone nel mondo perdano la vita per mancanza d’acqua o a causa della sua contaminazione. La maggior parte sono bambini. L’acqua uccide, ancora, perché per essa si fanno le guerre. Il secolo scorso ci ha abituati a pensare al petrolio come fattore scatenante di conflitti sanguinosi per accaparrarsi la risorsa energetica alla base del sistema produttivo mondiale.

Oggi assistiamo al fiorire di una serie di dispute legate al controllo di importanti falde acquifere dalle quali dipende il futuro di popolazioni, di entità statuali, imprese multinazionali, e di interi popoli. Dalle alture del Golan al fiume Giordano, dalle falde acquifere nella zona del lago di Aral fino al bacino del Nilo, le “idrowar” o “waterwar” sono una realtà a tal punto che i servizi di intelligence e i centri studi di geostrategia di mezzo mondo inseriscono ormai, fra le priorità da “attenzionare”, la competizione globale per l’acquisizione di risorse idriche. Un fattore in cima alla lista delle dinamiche da monitorare al pari di quella che, dalla guerra fredda in poi, fu la contro-proliferazione nucleare. Il problema è semplice, cristallino, proprio come l’acqua: le risorse idriche sono scarse e distribuite in forma disomogenea e, soprattutto, i paesi che più le utilizzano sono quelli che ne hanno di meno.

Secondo stime diffuse dalle Nazioni Unite, entro il 2025, la disponibilità pro capite di acqua si abbasserà di circa un 1/3 rispetto a quella attuale. E la popolazione mondiale, quindi il bisogno imprescindibile d’acqua, continua a crescere a ritmi vertiginosi così come l’economia degli Stati che si sono uniti al “club” dei paesi industrializzati. Il mondo è sempre più assetato, le industrie crescono diventando sempre più avide d’acqua, la popolazione aumenta e ha bisogno di bere, di lavarsi, di condizionatori d’aria.

L’Avanti!, nell’ambito degli Scenari, ha intervistato l’onorevole Jean Léonard Touadì – politico, giornalista e accademico – sulla questione delle “guerre dell’acqua”. Una problematica che riguarda il nostro Paese, non solo come attore nel contesto geostrategico globale, ma anche sotto l’aspetto alla “visione politica” del bene dell’acqua. Questa, nonostante un referendum che ha chiaramente espresso la volontà degli italiani, resta in bilico fra quanti vorrebbero assoggettarla alle logiche del libero mercato e della gestione privata e quanti la ritengono invece un bene pubblico imprescindibile e non negoziabile. Il responso del recente pronunciamento popolare sulla gestione dell’acqua e degli acquedotti italiani, votato da 27 milioni di persone, sembra essere continuamente messo in discussione, sia dal precedente governo, che dall’attuale esecutivo guidato da Mario Monti.

Intorno al nodo fondamentale dell’acqua, cioè, si pone con chiarezza la questione democratica e della sovranità popolare. Un problema messo in evidenza anche dall’Assemblea Generale delle Nazioni unite che, con la risoluzione 64/292, ha dichiarato l’accesso all’acqua potabile e agli impianti fognari come presupposto essenziale perché tutti i diritti umani possano realizzarsi. Questo dibattito si estende fino a mettere in discussione modelli di sviluppo, impostazioni politiche e valori di fondo delle nostre società.

Assistiamo all’esplodere di conflitti in diverse aree del mondo che vedono l’acqua come nodo centrale di disputa. Perché l’acqua assume sempre più un ruolo centrale nei conflitti?

La superficie terrestre ha più acqua che terra, dunque, l’umanità ha pensato che la risorsa idrica fosse illimitata e quindi sempre a disposizione, così come l’aria. Ma negli ultimi anni stiamo maturando la consapevolezza di una risorsa che, invece, è estremamente limitata e mal distribuita. Ci sono delle aree dove l’acqua è abbondante come le aree equatoriali, e ci sono molte aree del mondo dove la risorsa acqua è quasi impossibile da rintracciare. La questione ha varie sfaccettature, ma nasce con il problema dell’acqua di uso domestico. Il punto emerse in relazione alla questione del debito degli anni ’80, quando il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e la Banca Mondiale (BM), costrinsero i paesi dell’America Latina, dell’Asia e dell’Africa a tagliare i bilanci e ad avviare un processo di privatizzazione dei settori pubblici quindi elettricità e acqua. Poco dopo ci si rese conto che, intere popolazioni, una volta privatizzata la filiera dell’acqua, rischiavano di ritrovarsi senza una risorsa in mancanza della quale non è possibile vivere. Nasce così la consapevolezza dell’importanza vitale dell’acqua. Da lì si è passati a considerare dunque anche la sua rilevanza geopolitica e geostrategica.

Le scelte fatte da FMI e BM, di cui parla, sono dettate solo dalla volontà di trovare delle “leve” per costringere a pagare, o erano presenti anche altri tipi di interessi dietro la scelta di privatizzare le risorse pubbliche?

Entrambe le cose. C’era un quadro teorico portato avanti dalle teorie neoliberali di allora che permeava il FMI e la BM, secondo il quale lo Stato doveva uscire dalla gestione dell’economia e, per farlo, doveva alienare da sé settori importanti come quello dell’acqua. Una motivazione teorica, dunque, che voleva “meno Stato e più privato” assoggettando così tutto al mercato. La conseguenza fu quello che i teorici dell’economia chiamano la mercificazione di tutti i settori della vita. Nemmeno l’acqua era risparmiata da questa onnivora ossessione di mercificare tutto. Questa è stata una delle leve teoriche. L’altra leva è che le grandi società che lavorano nel settore, una tra tutte, quella che ha fatto più danno la Vivendi francese, si sono infilate dentro questa parola d’ordine della BM e dell’FMI per entrare nel business della gestione dell’acqua in Paesi dove andando a privatizzare l’acqua non si sapeva nemmeno come portare la bolletta perché la gente vive nelle bidonville dove non ci sono le strade e nemmeno i numeri civici.

Ma se dietro le politiche neoliberiste inaugurate negli anni ‘80 si nascondesse un calcolo preciso, magari frutto di una real politik spietata, che “prendendo atto” di dinamiche incontrollabili, soprattutto demografiche, organizza l’economia a vantaggio di una parte del mondo e di “poteri forti”?

Tutti gli studi sul campo dimostrano che la pianificazione e il controllo demografico avviene laddove c’è un innalzamento delle condizioni di vita delle persone. Una gestione cosciente delle dinamiche demografiche si dà quando vengono soddisfatti i bisogni essenziali. Quando si soddisfano questi, c’è un innalzamento delle condizioni di vita che determina, come conseguenza, il controllo delle nascite. Assicurare la salute di base, l’acqua, il cibo e la scolarizzazione pone le condizioni perché dentro una comunità ci sia la possibilità di pianificare maternità e paternità responsabili. Se si entra in una logica privatistica, quindi di mercato brutale, i Paesi in crescita si trasformano in “cose” da vendere. Assoggettando alla legge dell’offerta e della domanda si stanno facendo uscire le persone dal regno della libertà per entrare in quello della necessità e quindi, per questo, non si controllano nemmeno più le nascite. Con queste politiche abbiamo ottenuto un effetto boomerang.

Ma, secondo lei, il modello di sviluppo che ha guidato le società occidentali e che ha portato addirittura ad azzerare le nascite, era estendibile a tutto il mondo 30 anni fa e, a maggior ragione, oggi? Senza considerare che permettere ad altre realtà di crescere significa dover negoziare e rinunciare alla propria supremazia…

Questo riguarda il dibattito tra “sviluppo sostenuto” e “sviluppo sostenibile” in cui ci siamo impantanati per secoli. I paesi ricchi chiedevano ai paesi poveri di avere uno sviluppo sostenibile mentre loro continuavano ad avere uno sviluppo sostenuto con uno spreco enorme di risorse. Una doccia di una persona fatta a Roma in un giorno consuma la stessa quantità d’acqua di un villaggio in Mali di una settimana. I conflitti di quella che si chiama ”idrowar” nascono anche da questo. Da un lato, abbiamo un consumo infinito delle risorse mentre, dall’altro, si chiede ai come Brasile, Cina, etc. di avere uno sviluppo sostenibile. Inoltre questa richiesta avviene, spesso, proprio perché nei paesi più poveri si trovano le riserve naturali, non solo le foreste, ma anche l’acqua: per questo, quindi, chi si trova nella fase dello sviluppo sostenuto, e non ha nessuna intenzione di fermare la corsa impazzita, chiede a chi ha le risorse, e che vorrebbe arrivare anche lui allo sviluppo sostenuto, di avere uno sviluppo sostenibile. Questa dialettica, secondo me, è da abbattere, in altre parole dobbiamo dimenticare questa logica di “tu mi chiedi lo sviluppo sostenibile mentre insegui ancora lo sviluppo sostenuto” perché c’è una cosa, oggi, che si chiama globalizzazione. La globalizzazione ci ha fatto capire la centralità dell’interconnessione e dell’interdipendenza non solo dei fattori climatici, non solo della limitatezza delle risorse, ma soprattutto del fatto che l’economia è un sistema aperto che, però, lavora su un sistema chiuso, cioè la natura. Deve dunque cambiare il paradigma dello sviluppo. L’uomo non è più padrone, ma custode dell’universo e, in quanto custode, ha il dovere di fare in modo che le risorse della natura siano assicurate alle prossime generazioni. Questi sono i diritti di tipo nuovo. Abbiamo superato la contrapposizione tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, siamo nel paradigma dell’interconnessione.

Secondo lei, esiste un’autorità politica, magari sovranazionale, in grado di regolare i modelli di sviluppo?

C’era Barman, un grande filosofo polacco, che descriveva la globalizzazione come la globalizzazione dei flussi finanziari, di merci e di capitali. Qual è la caratteristica dei flussi globali? È che sono come i territori, ignorano i luoghi, vale a dire quegli spazi materiali dove gli uomini e le donne producono e riproducono la ricchezza nella realtà. Questa globalizzazione fatta di flussi e, possibilmente, anche di flussi virtuali, non conosce i territori fatti di polvere e di sudore delle comunità e rende merce ciò che dovrebbero essere i bisogni e i diritti elementari. Questa è la vera questione. Le multinazionali non hanno da rispondere a nessuno, perché i loro consigli direttivi non sono stati votati da nessuno. Però agiscono sullo spazio planetario, e gli si oppongono risposte ancora nazionali o regionali. Questa è la gran dicotomia. Troveremo mai un’autorità in grado di regolare questa contraddizione? Parlando d’acqua, pensiamo ad esempio alla questione dell’Egitto. Il Paese è figlio del Nilo però peccato che l’Egitto non controlla le fonti del fiume perché queste si trovano nell’Africa subsahariana. È quindi ovvio che l’Egitto ha un interesse strategico a controllare chi sta al potere in Uganda, Etiopia, Sud Sudan perché, in questo modo, può controllare ciò che sta accadendo in tutto il bacino del Nilo. Così Israele con il Giordano. Casi dove manca un’autorità sovranazionale in grado di imporre in modo coattivo una soluzione proprio dal punto di visto del diritto, cioè norma e sanzione, e non solo con l’esortazione perché non esiste un impianto sanzionatorio. Quindi io credo che le idrowar si moltiplicheranno perché manca l’autorità in grado di arbitrare, manca il “Leviatano”, per dirla in termini di scienze politiche, a cui viene delegato il potere di dirigere i contenziosi in questa materia critica.

Perché, vista la dimensione del problema, si parla ancora poco delle guerre dell’acqua?

Perché siamo ancora nella fase matura o nella fase discendente della parabola energetica, cioè la questione del petrolio e del gas tiene ancora banco, decide ancora le scelte strategiche delle grandi potenze. Si sottovaluta che, a lato del problema energetico, c’è una questione ancora più grave. Mentre il petrolio non si beve, l’acqua serve alla vita, è oggetto di “biopotere”. Dunque, secondo me, c’è una profonda sottovalutazione della posta in gioco rispetto al valore geostrategico e geopolitico dell’acqua. Perché è il paradigma energetico che, per inerzia giornalistica, per inerzia degli analisti, dei decisori politici riesce ancora ad essere preminente, mentre tutti noi sappiamo che i pericoli più grandi, le potenzialità conflittuali più importanti stanno proprio nel controllo di una risorsa che è talmente legata alla vita che, davvero, non è una risorsa residuale. Certo già oggi, rispetto a quando ne parlavamo negli anni ’90, la questione è sul tappeto, ma ancora non è riuscita a diventare consapevolezza comune e i mass media, spesso per pigrizia o per scarsa conoscenza, trattano il tema in maniera marginale.

Gli italiani hanno votato per un referendum opponendosi all’idea che l’acqua sia un bene da affidare a poteri privati, ribadendo la sua natura pubblica. Sembra che i due esecutivi, quello di Berlusconi e di Monti, continuino a mettere in discussione questo responso.

C’è stata una riflessione molto interessante di Rodota’ dove si metteva in luce proprio che, in Italia, ci troviamo in presenza di un conflitto che diventerà sempre più forte tra democrazia rappresentativa e diretta. La democrazia rappresentativa, quella espressa dei partiti per intenderci, non ha più il monopolio dell’agenda politica, non è più l’unica fonte dell’agenda delle questioni di cui si deve dibattere. La società civile, quelli che si chiamano “corpi intermedi”, è diventata protagonista e fonte di temi da porre sul tavolo della politica. Finché i partiti non capiranno questo processo di autonomizzazione dei corpi intermedi, in grado di dettare i temi nell’arena pubblica, delle istanze come quelle dei beni comuni, non si farà un salto di qualità. Questo ci insegnano i referendum, cioè che i partiti non hanno più il monopolio dell’agenda, ma ci sono i corpi intermedi ormai in grado di decidere i temi di cui discutere anche secondo modalità che non sono modalità classiche della mediazione partitica. Cosa ha fatto la democrazia rappresentativa? Ha sottovalutato la portata di questi referendum, relegandoli allo status di semplice sondaggio. Non a caso, la Consulta fa una cosa interessante, cioè ricorda alla democrazia rappresentativa che il referendum non è un sondaggio qualunque, ma una forma alta e nobile della sovranità popolare e, in quanto tale, il suo responso va rispettato.

Ma, insomma, perché secondo lei, al di là dello scenario strategico globale, nelle classi politiche italiane sembra essersi affermata l’idea che il privato possa gestire meglio la risorsa idrica?

Si è affermata perché usciamo da una stagione, quella dell’ubriacatura del neoliberismo, dove tutto poteva essere assoggettato alla legge dell’offerta e della domanda e questo ha creato un “impazzimento” dal punto di vista delle tariffe. Non è possibile pensare che si possa mettere una risorsa come l’acqua dentro questa legge facendola pagare ai cittadini come se si trattasse di una bottiglia d’alcool: vale a dire che l’acqua, essendo un bene essenziale, deve essere fruibile da tutti, deve avere una disponibilità universale a prezzi convenienti. Solo un soggetto pubblico può assicurare che sia così, un soggetto in grado di contemperare una gestione sana secondo il criterio manageriale, ma in grado anche di non dimenticare la natura stessa della risorsa che non può essere negata a nessuno. Per questo, anche i prezzi non sono assoggettabili solo ed esclusivamente alla legge dell’offerta e della domanda

Quella che lei ha definito «l’ubriacatura del neoliberismo» è stata frutto di un “movimento d’opinione” delle classi dirigenti, di un’ideologia, oppure piuttosto frutto di un calcolo?

Secondo me, a un certo punto, il capitalismo continentale ha subito una specie di sudditanza culturale rispetto al capitalismo anglosassone. La scuola neoliberista, che è di matrice chiaramente anglosassone, portata avanti prepotentemente da Regan e la Thatcher, non ha trovato nel capitalismo renano di stampo tedesco, nella socialdemocrazia francese e continentale un’opposizione forte. Ma il capitalismo che si è sviluppato nel continente europeo ha un segno diverso, è un capitalismo attento alle valenze dell’etica secondo una lunga elaborazione della Dottrina sociale della Chiesa per quanto riguarda il cattolicesimo, della socialdemocrazia per quanto riguarda la parte laica. C’è tutto un filone di ripensamento del capitalismo che è tutto continentale, che è tutto europeo, dove capitalismo fa rima con attenzione all’ambiente, attenzione all’inclusione sociale. Penso alla Rerum Novarum e fino all’ultima delle encicliche e a tutta l’elaborazione teorica dei partiti socialisti europei che andava nella direzione di dire agli anglosassoni che il “turbocapitalismo” di marca Weberiana, che si giustifica dalle dottrine protestanti, è un’altra storia rispetto a quella europea. Il sogno europeo prevede la salvezza del capitalismo nei valori dell’Europa. Bene, questo sogno europeo, Mitterand e Kohl non sono riusciti a farlo prevalere di fronte a Margharet Thatcher quando si sono varate le regole di Maastricht.

Solo sudditanza culturale o anche altri fattori?

C’è anche la banalità del male. Temo che la politica abbia smesso di pensare.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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