giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

L’Italia che verrà. Giuseppe Roma, direttore del Censis: «Bisogna elaborare una logica di bene comune»
Pubblicato il 21-08-2012


Ci sono in Italia tre milioni e mezzo di persone in stato di cosiddetta povertà assoluta, quella di chi non raggiunge neppure un reddito minimo, che sopravvive tra espedienti e carità. È la povertà che si fa accattonaggio e totale emarginazione sociale, che affolla le mense delle organizzazioni umanitarie, che dorme nei cartoni quando non trova un posto nei ricoveri gratuiti. Poi c’è quella che chiamano relativa, la povertà di quanti un reddito minimo ce l’hanno, ma con bilanci di mera sopravvivenza, che una qualunque spesa imprevista – una caldaia che si rompe o magari solo  un rincaro di una tariffa, dell’abbonamento all’autobus – basta a spingere in un rosso che significa mangiare di meno o contrarre debiti che non si sarà in grado di pagare. E sono più di otto milioni di persone. E c’è il lavoro sempre più incerto e precario, la famiglia che non ce la fa più a mantenere il suo ruolo di principale e spesso unica agenzia di welfare, i giovani con sempre meno prospettive – quasi un milione di giovani occupati in meno nell’ultimo quadriennio – e con l’Italia a vantare il triste primato della cosiddetta generazione “neet”, l’acronimo inglese di “not in education, employment or training”, cioè i giovani che non studiano e non lavorano.  È una galleria fotografica impietosa quella presentata dall’ultimo rapporto annuale, il 45°, del Censis, il Centro studi investimenti sociali, il maggiore istituto italiano del settore. E nel percorrerla con Giuseppe Roma, il sociologo che del Censis è direttore generale, emerge un Paese che arretra sempre più, non solo sul piano economico, ma soprattutto su quello della coesione sociale, un tessuto nazionale con sempre più strappi, nel venir meno di quella che lo stesso Roma chiama «una logica del bene comune», che oggi occorre elaborare di nuovo.

ARRETRAMENTO SOCIALE «C’è un fenomeno d’impoverimento che riguarda un po’ tutti noi», spiega Roma, ricordando anche una terza categoria di persone nel bisogno, quelle che «non muoiono di fame, ma  e non possono scegliere ciò che possono mangiare», quelli che quasi mai possono mettere carne nel piatto. Lo scenario è inquietante. «Nel 2011 la povertà relativa ha coinvolto l’11,1% delle famiglie (per un totale di 8.173.000 persone) e quella assoluta il 5, 2% (3.415.000 mila). La prima è stabile, mentre la seconda si è incrementata più del 10%», dice il direttore del Censis, affidando ai numeri, in questo caso quelli dell’ultimo rapporto dell’Istat, l’istituto di statistica nazionale, il compito di raccontare un  impoverimento progressivo. Perché non è che si salta dal benessere alla povertà assoluta, salvo casi eccezionali. Se in miseria totale risultano in un anno il 10% di persone  il più, quasi 350.000, mentre è stabile il numero di quelle in povertà relativa, significa che almeno altrettante sono scivolate in questa condizione da un relativo benessere.

I POTERI ESTERNI E FINANZIARI Il Paese sembra dunque avviarsi a condizioni delle quali non aveva memoria dagli anni del dopoguerra. E sotto alcuni aspetti anche peggiori, perché aumentano gli sprechi e i privilegi, si allarga la forbice tra i pochi che hanno moltissimo e i moltissimi che non hanno nulla. «C’è una protervia delle istituzioni che toglie spazi di dignità, non solo di libertà», mentre «forze anonime agiscono come fossero “fantasmi” e noi ci sentiamo eterodiretti, espropriati all’interno», dice il direttore del Censis. Certo: non è solo l’Italia in queste condizioni, perché gli Stati «stanno perdendo di sovranità e in questi anni le scelte e le decisioni importanti sono soprattutto a carattere internazionale» e se gli italiani sono risultati dalle analisi del Censis appunto isolati ed eterodiretti è perché «i mercati che stanno condizionando la vita politica italiana» e la quotidianità di una popolazione costretta  oramai con concetti che non le appartengono e che nulla hanno a che fare con le preoccupazioni della vita di tutti i giorni. Termini come default, spread e rating, con i quali tutti siamo costretti a misurarci, testimoniano solo il primato della finanza sull’economia reale, quella basata sul lavoro,  un primato, anzi un’espropriazione che è la vera ragione della crisi. Le analisi del Censis, rivelano che a  questa  riduzione non solo della sovranità nazionale, ma appunto di dignità e di libertà, a questa deriva, non ci si oppone con sufficiente determinazione, perché la politica sembra aver dimenticato che «è illusorio pensare che i poteri finanziari disegnino sviluppo, perché lo sviluppo si fa con energie, mobilitazioni, convergenze collettive».

LA FAMIGLIA: PRIMARIA AGENZIA DI WELFARE – Ma è proprio questa forza collettiva che le pressioni verso un individualismo egoista stanno compromettendo. L’ultimo Rapporto Censis ha sottolineato che gli antichi punti di forza (la capacità di adattamento e i processi spontanei di autoregolazione nel welfare, nei consumi e nelle strategie d’impresa) non sono più in grado di funzionare e, in questo contesto, anche la famiglia rischia di disgregarsi. «La famiglia, grande soggetto di welfare, ha retto un po’ tutti gli impatti negativi negli ultimi decenni. Chi li ha affrontati non è stata l’assistenza pubblica, bensì la famiglia che continua a far fronte ai bisogni delle nuove generazioni. Il nucleo familiare rappresenta proprio il relais attraverso cui si distribuiscono e ridistribuiscono i flussi economici, affettivi e di sostegno» spiega Roma. Ma la tenuta di questa prima e irrinunciabile cellula sociale è sempre più minacciata. «Oggi scarseggiano le risorse economiche e demografiche per sostenere tale funzione», ricorda Roma. Alla prime la recessione  «non consente più uno dei meccanismi principali: il risparmio», mentre l’invecchiamento della popolazione proietta minacce crescenti sugli anni futuri.  «Nei prossimi vent’anni avremo circa due milioni di giovani sotto i 29 anni in meno e l’età media della popolazione da 60 aumenterà a 63 milioni, di cui quattro  milioni in più di anziani sopra i 65 anni», avvisa  Roma.

NEET GENERATION ED EX  GIOVANI SENZA STABILITÀ – «Il fenomeno della neet generation, presente anche altrove, è tra i più  caratteristici dell’Italia. Nel passato riguardava soprattutto le donne del Mezzogiorno, ma oggi si sta allargando anche al Centro-Nord». Roma ricorda come questi giovani che non studiano né lavorano siano fuori da ogni prospettiva di vita attiva, spinti a non cercare neppure di uscire da una tale condizione  perché «scoraggiati alla radice», secondo il rapporto del Censis. Accanto a questo primato negativo, l’Italia mostra un altro fenomeno preoccupante, quello delle cosiddette forze di lavoro potenziali. «Sono circa tre milioni di persone tra i 30 e i 40 anni che entrano ed escono dal mercato del lavoro senza mai stabilizzarsi». Anche su questo il sociologo chiama in causa le scelte politiche degli ultimi anni, la miopia degli interventi su scuola e formazione. Questi giovani «hanno difficoltà a concepire il lavoro poiché vi è un disallineamento tra sistema formativo e mercato del lavoro mentre negli altri Paesi europei  questo fenomeno è molto più contenuto». Secondo il Rapporto Censis il nostro Paese nell’ambito della formazione – da sempre leva fondamentale delle politiche attive del lavoro insieme all’imprenditoria giovanile – risulta fanalino di coda nell’Ue per il tasso di occupazione dei laureati, fermo al 76,6% contro una media del 82,3%. Roma più che ricercare le responsabilità legate a questi fenomeni (disoccupazione, “Neet generation” e “Forze di lavoro potenziali”) ritiene necessario indagare su soluzioni adeguate. «La prima è di carattere culturale: dobbiamo abituarci a puntare verso una formazione intermedia: i servizi di manutenzione, quelli manuali, la direzione dei cantieri, il personale infermieristico specializzato, ad esempio» suggerisce. L’altro principio è formativo perché in Italia «abbiamo sbagliato tutte le riforme».

SERIETÀ E CONSAPEVOLEZZA – Ma le fotografie del Censis non mostrano solo ombre. Restano, nonostante gli attacchi mediatici, nonostante il degrado pubblico, le luci di un sentire nazionale fatto di solidarietà e di consapevolezza. In questo  «noi italiani siamo stati sempre grandi anche in fasi di forte individualismo tipico degli anni ’80 e ’90» ricorda Roma e se anche «oggi tutto è diverso, a partire dal mercato più aperto e competitivo del nuovo millennio», non c’è da stupirsi del dato positivo emerso dal rapporto del Censis che ha rilevato un recupero di serietà, di coscienza di una responsabilità collettiva da parte degli italiani. Di fronte ad una crisi «spaventosa, se mi salvo da solo non ottengo nulla, è necessaria dunque più responsabilità, serve guardare all’interesse generale. Se la tassazione è alta, la sanità non funziona e le cose non vanno bisogna elaborare una logica di bene comune», spiega Roma.

LA REPUTAZIONE ALL’ESTERO E IL RAPPORTO CON IL POTERE – Così come nel carattere nazionale Roma individua la ragione di un  aspetto interessante emerso dal rapporto, cioè che  la reputazione della quale godono all’estero gli italiani è risultata migliore rispetto all’autostima. Se siamo uno dei Paesi dove questo scarto è più significativo è perché «siamo eternamente scontenti con noi stessi. Esiste un cattivo rapporto tra noi e le istituzioni. Il disagio è interno, tendiamo a svalutare valori che all’estero sono importanti,  come le risorse culturali, lo stile di vita, l’imprenditorialità, la relazionalità». E questo si ripercuote  sull’aspetto politico-istituzionale, aggravato «dal rapporto col potere che gli italiani non sanno gestire, in un approccio che definirei quasi infantile. Poche persone mantengono umanità quando raggiungono l’inebriante potere», dice il direttore del Censis, che a proposito di come ci vedono all’estero non si fa mancare una battuta sulla città della quale porta il nome: «del resto Roma è o no la città più amata del mondo?».

GLI ITALIANI E LA POLITICA – Sul distacco tra cittadini e rappresentanti politici il rapporto del Censis registra che il popolo italiano si attende una classe dirigente che sia in primo luogo onesta tanto in pubblico quanto in  privato e che sia ispirata  da una profonda saggezza e consapevolezza, ma poi non sembra fare scelte conseguenziali. Considerando i recenti scandali che hanno coinvolto vertici politici, sembra esserci un forte contrasto tra ciò che ci si aspetta e ciò che poi si sceglie. Secondo Roma, in ultima analisi la scelta «è dettata dall’offerta politica». Ma sembra che in ogni caso il solco sia ormai troppo profondo: «una classe dirigente meno competente? Una classe dirigente più competente? In entrambi i casi non va bene. Per il popolo non va mai bene», annota Roma, azzardando che  una soluzione potrebbe essere quella di «partire dal vertice. È necessario qualcuno che abbia una “visione attiva” nonostante il momento politico non sia per nulla semplice». Ma i veri cambiamenti, quelli che costruiscono civiltà, si fanno dal basso e tutti insieme.

Silvia Sequi

 

 

 

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