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Opinioni e commenti
 

L’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro? A colloquio con il giurista Augusto Barbera
Pubblicato il 21-08-2012


Su quell’idea conversero le idee socialiste, la dottrina sociale cattolica, del marxismo e del pensiero liberale in senso proprio. Fu il terreno d’incontro delle più importanti culture politiche del nostro Paese: nel redigere la Carta fondamentale della Repubblica, l’Assemblea Costituente pose il primato del lavoro come principio sul quale erigere il patto civile dell’Italia del dopoguerra. Quell’idea, quella «visione lungimirante» che inquadrò il lavoro come un «valore in grado di esprimere le più alte qualità di una persona  attraverso il contributo che può dare alla crescita alla società» è ricordata dal professor Augusto Barbera, esperto giurista, ordinario di Diritto Pubblico a Bologna e profondo conoscitore della Costituzione italiana.

CARDINE DEL PROGRESSO MATERIALE E SPIRITUALE – Barbera ripercorre con l’Avanti! i quasi settant’anni che separano quell’Italia che usciva dalla sua stagione più dura, quell’Italia in cui si pensò al lavoro come il «cardine del progresso materiale e spirituale» della società e l’Italia di oggi, con i sui mutamenti radicali e repentini, che lasciano spiazzati, ma che, ora più che mai, richiedono risposte frutto di ragionamenti eminentemente politici. Barbera riparte proprio dai principi della Costituzione quando afferma che «la fabbrica fordista ha perso il suo ruolo centrale nella società, non c’è più la catena di montaggio, ma deve rimanere ferma l’idea del lavoro come espressione del valore della persona: se al singolo non viene data la possibilità di dare contributo viene compromessa la sua dignità».

L’ARRETRAMENTO DEI DIRITTI SOCIALI – In questo introduce il grande tema dei Diritti sociali nel nostro Paese che, in alcuni casi, «si sono rafforzati rispetto agli stessi dettati costituzionali: l’esempio dell’articolo 32 è illuminante in questo senso perché, ad esempio, il diritto alla salute era sancito per le persone indigenti, ma poi, con le battaglie degli anni ’70 si è allargato fino a trasformarsi in un principio universalista». Di fronte all’arretramento di questi diritti, aggravato dalla attuale congiuntura economica e politica, si è affermato un approccio limitato, un approccio passivo che prevede l’esclusiva difesa della singole garanzie messe in discussione di volta in volta. Ma, per Barbera, c’è «un’altra maniera di più ampio respiro che dovrebbe guidare le forze sociali, i partiti della sinistra e i sindacati: quello che manca oggi è la capacità di ripensare allo stato sociale come un insieme, la capacità di immaginare il futuro di una società sempre più complessa che lancia sfide tutte da capire e da affrontare. Si deve prendere in mano la bandiera del nuovo welfare per sottrarla ai liberisti».

SENZA RIFORMISMO SOCIETÀ SCONFITTA – Può essere anche comprensibile di fronte allo smantellamento dello Stato sociale questo atteggiamento difensivistico: si tratta, infatti, di una conquista del movimento sindacale e del movimento politico delle sinistre, di parte del mondo cattolico, del movimento operaio, di partiti come il Partito socialista, di quello comunista. Ma proprio per questo il problema è politico, perché se non sono queste forze a riprendere in mano la questione di come guidare la società verso le riforme allora si esce sconfitti. Dietro i convulsi cambiamenti che hanno messo in discussione lo Stato sociale, così come per decenni è stato pensato in Europa, «ci sono i rumori di fondo della globalizzazione: è cambiato il mondo del lavoro, la grande fabbrica fordista è tramontata e, con essa, la capacità dei lavoratori di essere portatori di interessi generali sui quali innestare una piattaforma rivendicativa universalista» dice Barbera.

LE IPOCRISIE SUL LAVORO CAMBIATO – A questo si somma il decentramento produttivo che, già dalla fine degli anni ‘70, ha diviso e frantumato il mondo del lavoro: «è cambiato il lavoro, ma ci sono anche colpe da parte del mondo politico e sindacale che non ha saputo interpretare il cambiamento e farsi portavoce e promotori di un nuovo modello che si adatti alla realtà tenendo fede ai principi sanciti dalla Costituzione» afferma Barbera. Questa contraddizione viene allo scoperto sulla questione del precariato: «ci sono molte ipocrisie e la riforma della Fornero ne è icona perché, da un lato, abbiamo chi vuole rafforzare la rigidità in ingresso per promuovere meno precariato dunque maggiore flessibilità in uscita. Ma non si è ottenuto il secondo aspetto della flessibilità in uscita, dunque, si è mantenuto il precariato in entrata che colpisce soprattutto le giovani generazioni e i più qualificati. Questo si è dato sulla base di una contrapposizione ideologica e del mantenimento di posizioni di potere». Proprio per questo, la Costituzione mantiene la sua attuale e viva la sua funzione di difesa dei diritti sociali: «l’articolo 41 che sancisce la libertà di iniziativa economica privata da non svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana è un articolo attuale che rappresenta un antidoto rispetto alle derive del mercato liberista senza regole. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali: in questo passaggio è presente il principio della libertà economica ma con i limiti che possano garantire il vivere civile».

LA SFIDA POLITICA DELLA COMPLESSITÀ – Ma la faccia che mostra oggi il liberismo è un’altra e non se ne può non tenere conto: «le misure economiche di apertura ed internazionalizzazione dei mercati hanno permesso a paesi come la Cina ed il Brasile di accedere alla competizione globale e, in alcuni casi, di risollevare le loro economie dalla miseria. Ma in questa competizione si annidano anche le difficoltà di adeguamento dello Stato sociale dei nostri paesi: lì non c’entra la Costituzione, ma un cambiamento tecnologico e culturale che travalica i confini nazionali rendendo tutto più complesso da gestire». Questa complessità è, appunto, una sfida politica in cui aggiungere e rimodellare, non certo togliere diritti. «Scardinare lo Stato sociale è, e rimane, contro la Costituzione e ci si deve fare carico di questo problema, soprattutto chi ha contribuito a costruire i diritti, cioè le sinistre e i sindacati: sono loro», conclude Barbera, «che hanno il compito di promuovere una riforma del welfare e non possono continuare a mantenere un atteggiamento difensivistico perché, se non lo fanno loro, lo faranno altri, smantellando definitivamente lo Stato sociale».

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

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@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Giusta l’analisi, Giusto l’invito alle forze politiche a svegliarsi.
    Non si sente la voce dei socialisti se non per sentir dire cose che altri hanno detto il giorno prima. il PSI deve promuovere un convegno che getti le basi e fornisca un indirizzo su cosa fare per uscire da questa crisi non ancora percepita da troppi nella sua gravità.

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