lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Protezione civile e globalizzazione
Pubblicato il 15-08-2012


Il terremoto che durante il fine settimana ha provocato centinaia di vittime in Iran, ripropone un tema da tempo in discussione alle Nazioni Unite, cioè come affrontare in modo non episodico le conseguenze di catastrofi naturali. Indipendentemente dalle polemiche che puntualmente accompagnano gli interventi, è evidente che non basta la buona volontà di quanti corrono e si danno da fare per alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite. Non si tratta solo di finanziamenti, che per la verità di solito si trovano (anche se talora alle promesse non corrispondono i fatti e se ancora più spesso la loro destinazione finisce per impinguare gli amici degli amici).

La questione è di sistema, investe cioè l’intera comunità internazionale. Al tempo della globalizzazione, la protezione civile riguarda tutti, anche perché meno efficaci sono le strutture locali in questo campo, più a lungo si protraggono le conseguenze delle catastrofi, che finiscono per compromettere le possibilità di sviluppo e in ultima analisi per procurare guadagni solo ai soliti furbi. Tutti ricordiamo le intercettazioni telefoniche dopo il terremoto dell’Aquila, ma in questo l’Italia non ha certo l’esclusiva.

Non si tratta solo di aspetti che competono ai Governi, primo tra tutti quello della prevenzione, con politiche compatibili con la tutela ambientale e con la sicurezza delle strutture, anche se le responsabilità politiche sono evidenti in ogni singolo Paese colpito da una catastrofe naturale. Si veda il contenuto bilancio di vittime e  danni del terremoto di un anno e mezzo fa  in Cile, che pure è stato di magnitudine 8,8 sulla scala Richter, cioè uno dei più violenti della storia, e lo si metta a confronto con quanto accaduto ad Haiti, per una scossa di intensità mille volte inferiore, o anche all’Aquila, per una inferiore di centomila volte.

Del resto, gli strumenti non mancherebbero. È vero che la modernità contribuisce ad accrescere la dimensione di molte catastrofi, in particolare con politiche territoriali dissennate. Ma è altrettanto vero che la modernità stessa ha individuato e prodotto strumenti in grado di ridurre l’enorme dimensione dei drammi e di evitare cicatrici spaventose o persino indelebili  nelle   popolazioni e in natura. La comunità internazionale, nel suo complesso, dispone oggi di tecnologia sufficiente per affrontare disastri — e magari per prevenirli, ad esempio nel caso dei sistemi di allarme tsunami — e ha maturato esperienza anche nello specifico settore dei soccorsi.

Si tratta, dunque, di trovare la volontà politica per rendere questo patrimonio di conoscenze disponibile e immediatamente operativo. Una proposta importante è quella avanzata a suo tempo all’Onu dall’ex presidente haitiano René Préval, di costituire cioè una protezione civile mondiale, dei «caschi rossi» da affiancare ai caschi blu che l’Onu invia nelle situazioni di guerra. Ovviamente, con la differenza che le eventuali forze Onu di protezione civile dovrebbero essere sempre immediatamente mobilitabili, con gruppi sempre pronti nei diversi Paesi. Ciò favorirebbe, tra l’altro, l’individuazione di protocolli d’intervento certi, evitando la confusione di coordinamento, il problema principale nelle fasi iniziali delle emergenze, quelle in cui ogni minuto può contare per salvare vite umane.

L’Onu potrebbe offrire un contributo importante anche  alla  di prevenzione, sia preparando specialisti — per esempio sostenendo la ricerca e l’istruzione in settori come l’ingegneria dei grandi rischi o la sicurezza metropolitana — sia sensibilizzando cittadini e governi. In questo senso, una controprova è venuta proprio dal Cile, dove si costruisce da decenni con sistemi antisismici che si sono rivelati sostanzialmente efficaci. La maggioranza delle vittime, infatti, non si è avuta nei crolli, ma per l’onda di maremoto. A non funzionare, cioè, sono state le procedure di allarme tsunami, a causa di errori evidenti di coordinamento tra protezione civile e marina militare, che ha revocato precipitosamente l’allarme. In questo caso, protocolli certi avrebbero salvato delle vite.

Più in generale, una politica seria sui grandi rischi eviterebbe di piangere a posteriori (parliamo di gente normale, non di quelli che in caso di terremoti ridono compiaciuti pensando a eventuali affari da lucrare con la ricostruzione) su catastrofi i cui effetti si sarebbero potuti contenere. Studi seri dimostrano che, per esempio, un terremoto dell’intensità di quello cileno che investisse una città come Istambul provocherebbe non meno di centocinquantamila morti. E per carità di patria è meglio non pensare a cosa potrebbe accadere in Italia, per esempio in caso di improvvisa attività eruttiva o tellurica nella zona del Vesuvio.

Condizioni e politiche nazionali a parte, è assurdo che la protezione civile al tempo della globalizzazione non possa contare su tutte le risorse e su tutte le conoscenze della modernità. L’Onu dovrebbe cioè promuovere un forte impegno per diffondere tecnologie per migliorare la  gestione del territorio e   fronteggiare meglio le emergenze, favorendo  di quelle tecnologie non solo lo sviluppo, ma soprattutto l’accesso al loro uso per tutti, a partire dai Paesi più poveri. Per esempio, i nuovi strumenti e metodi dell’informatica e delle telecomunicazioni  — se inquadrati in uno sforzo di autentica cooperazione internazionale —  possono rendere più tempestivi e mirati gli interventi tanto prevenzione quanto di soccorso.

La questione non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo. Anche e forse soprattutto nei Paesi industrializzati, infatti, la sicurezza e la qualità della vita dipendono sempre di più dal funzionamento di infrastrutture essenziali, dalle reti energetiche a quelle di comunicazione, dal trasporto al sistema sanitario. In molti Paesi, la gestione di tali infrastrutture è stata demandata al settore privato, con il dichiarato intento di contenerne i costi e persino di migliorare la qualità del servizio erogato. Un simile presupposto è tutto da dimostrare e, anzi, si potrebbero fare evidenti esempi del contrario. Anche senza considerare le catastrofi naturali, basterebbe ricordare l’aumentato numero d’incidenti ferroviari in Europa, da quando il settore è stato privatizzato un po’ ovunque. In ogni caso, è un fatto che queste infrastrutture sono diventate sempre più complesse e interdipendenti. Questo provoca anche nuove vulnerabilità che minacciano lo sviluppo e il benessere sociale. Di conseguenza, la loro gestione sollecita almeno attenzione e controlli pubblici.

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