lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Spending review alla cultura. Il governo ci vuole ignoranti
Pubblicato il 18-08-2012


Tagli e dettagli delle manovre finanziarie che si sono succedute negli ultimi anni ci restituiscono un Paese sempre più ignorante. Un Paese dove si ignora il valore economico oltre che simbolico della cultura, dove si preferisce delocalizzare floride industrie piuttosto che investire in settori strategici promuovendo lo straordinario patrimonio artistico-culturale e paesaggistico del quale siamo incivili testimoni, dove i finanziamenti vengono sottratti alla ricerca e alla formazione pubblica a favore di quella privata e di interessi clientelari che poco hanno a  che fare con il bene del Paese.

CULTURA CON LA C MAIUSCOLA – Casse dello Stato vuote e da rimpinguare a tutti i costi, Fondo unico per lo spettacolo (Fus) mal gestito, ministero per i Beni e le Attività Culturali ridotto a un carrozzone elefantiaco, soprintendenze depauperate di autonomia, pezzi importanti del nostro paesaggio abbandonati a se stessi perché intervenire solo ad emergenza conclamata è assai più remunerativo, una tv specchio di questa degenerazione si fa portavoce delle bruttezze italiane. Sono queste alcune delle criticità che maggiormente pesano sul nostro patrimonio culturale. A fare il punto con l’Avanti! online sullo stato di salute della Cultura con la C maiuscola in Italia è Carlo Ripa di Meana, già presidente nazionale di Italia Nostra; segretario del Club Turati e presidente della Biennale di Venezia; due volte deputato europeo; Consigliere regionale della Lombardia e dell’Umbria; per otto anni Commissario europeo alla cultura e all’ambiente nella Commissione Jacques Délors; ministro dell’Ambiente nel governo Amato; presidente del Comitato Nazionale Paesaggio (CNP).

PAESAGGIO DETURPATO E GIOIELLI ITALIANI IN SVENDITA – Viste le premesse poco incoraggianti, la prima e più dolorosa domanda da porsi è dove è destinato a finire un Paese come il nostro che investe sempre meno in cultura. «Sicuramente male. I segnali sono di tempesta a cominciare dal caso classico di Pompei per passare al recente episodio di Corcolle vicino Roma dove il sottosegretario Catricalà, il prefetto Pecoraro e il presidente della Regione Lazio pensavano di dare continuità alla messa in discarica sull’uscio di Villa Adriana, sito patrimonio Unesco», dichiara Ripa di Meana. Svilite bellezze e finanze pubbliche se pensiamo che «i siti Unesco in Europa muovono incrementi di turismo culturale importanti ad eccezione di Villa Adriana che perde progressivamente pubblico. Perché? E’ tenuta malissimo, mancano il personale, adeguati servizi igienici, la manutenzione, il collegamento veloce con Roma e le infrastrutture in genere». Spara a zero sugli autori di scempi e cattive gestioni dei gioielli italiani Ripa di Meana puntando il dito sulla “minaccia” del governo di essere costretto a vendere beni dello Stato per fare cassa. «Il ministro Grilli ha informato che servono 50 miliardi ogni anno di vendite pubbliche – ha continuato Ripa di Meana – senza precisare cosa intende vendere. Sappiamo però che nessuno compra. Da 20 anni si parla di caserme in vendita anche a Roma o di forti militari lungo l’arco alpino e mi sorge il dubbio che forse nulla è stato realmente messo in vendita. E’ il caos, l’impressione è che gruppi di affari organizzati, composti da rappresentanti di ex partiti o movimenti politici, siano all’arrembaggio e si propongano di acquistare o vendere beni, magari al Qatar come è stato per il gioiello del Made in Italy Valentino. Gruppi organizzati si sono incistati nel nostro sistema politico amministrativo con una arroganza inaudita».

IL VALORE DELLA CULTURA – Per chi ritiene a torto che la cultura non produca valore dovrebbe rileggere con attenzione i dati ufficiali, forniti da Federculture, che dimostrano l’esatto contrario. L’Italia possiede un enorme patrimonio diffuso, tra cui, 4.340 musei; 46.025 beni architettonici vincolati; 12.375 biblioteche; 34.000 luoghi di spettacolo; 47 siti Unesco. Il contributo delle Industrie Culturali e Creative al Pil europeo è oggi stimato pari al 4,5% e gli occupati del settore al 3,8% del totale. L’industria culturale italiana ha superato i 68 miliardi di euro pari al 4,9% del valore aggiunto prodotto complessivamente dalla nostra economia (2010). Nel 2010 il valore dell’export italiano di beni creativi è stato di oltre 23 miliardi di dollari, in crescita dell’11,3% rispetto al 2009. In questo settore abbiamo ancora quote di mercato significative: 17% dell’export europeo ed il 6% di quello mondiale. Stando ai più recenti dati UNCTAD (United Nation Conference on Trade and Development), siamo il 4° Paese al mondo per esportazioni di beni creativi, mentre in particolare per il design siamo 1° Paese esportatore tra le economie del G8.

FINANZIAMENTI ALLA CULTURA: PUBBLICO O PRIVATO? – Negli ultimi dieci anni il bilancio del ministero per i Beni e le Attività Culturali (Mibac) è diminuito del 36,4%, arrivando in via previsionale nel 2011 a 1.425 milioni di euro contro i 2.120 del 2001. In rapporto al bilancio totale dello Stato lo stanziamento per la cultura ne rappresenta solo lo 0,19%, mentre è appena lo 0,11% del Pil. Stessa dinamica è avvenuta per il Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus), che dai 501 milioni di euro del 2002 è stato ridotto ai 411 milioni di euro del 2012, diminuendo in un decennio del 17,9%. Per quanto riguarda i fondi privati, le sponsorizzazioni negli ultimi tre anni sono andate progressivamente diminuendo. Dal 2008 si registra un calo del 25,8%. Per il 2012 si prevede un’ulteriore contrazione del 5%. Quelle in particolare destinate alla cultura nell’ultimo anno sono state pari a 166 milioni di euro, l’8,3% in meno rispetto al 2010, mentre dal 2008 al 2011 sono diminuite del 38,3%. Restano, invece, praticamente invariate le erogazioni ad arte e attività culturali da parte delle fondazioni bancarie. Quello dell’arte, delle attività e dei beni culturali rimane il settore che riceve la quota maggiore di finanziamenti, il 30,2%. Nel 2010 l’importo erogato alla cultura è stato di 413 milioni di euro, per un incremento è dell’1,2%.

SPENDING REVIEW, PER CULTURA E’ ALLARME OCCUPAZIONE – Ripa di Meana non è il solo a denunciare una miopia politica in questo campo. “Invano abbiamo chiesto tavoli di discussioni ai ministri Ornaghi e Passera – ha lamentato di recente il presidente di Federculture Roberto Grossi -. Nessuno ci ha voluto ascoltare. Nel 2011 l’industria culturale e creativa, che impiega un milione e 400 mila addetti, ha prodotto il 5,4% della ricchezza del paese. Ma se la legge passa cosi’ ai cittadini consegneremo il deserto”. Con la spending review così come l’ha presentata il governo è a rischio tutto il sistema della aziende culturali italiane e con loro centinaia di migliaia di posti di lavori, già a partire dal 2013. Sotto accusa, in particolare, l’applicazione indiscriminata dell’articolo 4 che impone entro fine anno lo scioglimento e l’alienazione di tutte le società a compartecipazione pubblica e che contestualmente fa divieto ad associazioni e fondazioni di ricevere contributi pubblici in cambio di servizi. A questo si aggiungono gli accorpamenti imposti a comuni, province e regioni di enti o organismi di cui si servono per ridurre le spese non meno del 20% (art.9). Tradotto tutto questo porterebbe alla chiusura di “centinaia di aziende e alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro”. Non solo: una volta avvenuti chiusure e accorpamenti, gli emendamenti non indicano in alcun modo la strada da seguire per il ‘dopo’, cosa cioè dovrebbe accadere dei dipendenti licenziati, chi si dovrebbe occupare dei servizi al pubblico non più finanziati o cosa accadrebbe dei beni non più ‘curati’ dagli enti soppressi. E visto che gli articoli non riguardano un settore in particolare, ci si potrebbe trovare davanti a clamorose perdite economiche, con musei chiusi ma anche assistenza agli anziani non più garantita. Il sistema culturale tornerebbe indietro di 30 anni. A Brescia, per fare un esempio, non si potrebbe più realizzare una mostra evento come quella su Van Gogh del 2006 e San Gimignano, pur tra i 743 comuni più virtuosi d’Italia, dovrebbe rinunciare alla gestione dei Musei civici, con i cui ricavi paga asilo nido e pulizie urbane.

INASPRIRE L’ART. 9 DELLA COSTITUZIONE E CREARE L’IRI DI CULTURA E AMBIENTE – «Credo che la situazione richieda un rialzo di forza: la tutela stabilita dall’articolo 9 della Costituzione non c’è nei fatti, basta vedere che proprio in queste ore a Isola Caporizzuto hanno sequestrato 49 impianti eolici nelle mani della mafia. L’Italia sta liquidando il suo patrimonio nella complicità e nel silenzio di troppi e in ragione della ricerca bruta della necessità di cassa. Mi appello alle forze non ancora organizzate, l’art. 9 va attuato e se necessario inasprito, introducendovi la previsione di sanzioni molto forti, dato che al momento le sue finalità sono disarmate. Si organizzi l’Istituto per Cultura e l’Ambiente: una sorta di Iri interamente dedicato alla messa in sicurezza, tutela e promozione del territorio, del sistema idrogeologico e del patrimonio artistico del Paese. L’istituto dovrebbe essere dotato anche di un corpo che tuteli e sorvegli su eventuali abusi. Ai detrattori di posizioni che solo in apparenza possono apparire nostalgiche, va ricordato che il fallimento delle maggiori banche italiane, che detenevano anche numerose partecipazioni azionarie nelle imprese industriali, fu evitato grazie all’intervento dello Stato», dice Ripa di Meana, ricordando che il “sistema Beneduce” prevedeva la netta separazione fra banche ed imprese industriali, con la partecipazione diretta dello Stato al capitale di controllo delle imprese. «Oggi avremmo bisogno di uomini d’affari – continua Ripa di Meana – come Alberto Beneduce che nel 1933 fondò l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) ed ebbe un ruolo essenziale nella ristrutturazione dell’economia italiana successiva alla crisi mondiale del 1929». All’epoca le aziende pubbliche rimanevano comunque società per azioni, continuando quindi ad associare, in posizione di minoranza, il capitale privato. Lo Stato si riservava, inoltre, un ruolo di indirizzo dello sviluppo industriale, senza entrare nella gestione diretta. Altra spina nel fianco del sistema Cultura in Italia è quello costituito dalle soprintendenze che invece di essere valorizzate in quanto presidio a tutela del territorio e delle sue bellezze sono state destituite di poteri e risorse finanziarie. «Hanno fatto malissimo, una ricchezza secolare, l’Italia dei ducati, grande tradizione di cultura e gestione dei beni storici è stata burocratizzata e svilita».

GRANDI OPERE SI’ MA VERAMENTE UTILI – Investire in cultura passa anche per le cosiddette “grandi opere”? «Altro che ponte sullo stretto o Tav: se non si riesce a modernizzare la Palermo-Messina, l’alta velocità è una presa per i fondelli. Occorre creare un’Italia che resista a scosse di magnitudo 6 come abbiamo avuto all’Aquila e in Emilia. Sì alle grandi opere ma, partendo dalla rottamazione della mala edilizia, andrebbe stilato un programma ventennale di interventi realmente necessari e che farebbero da volano all’economia del Paese in modo intelligente e produttivo. Le priorità? La messa in sicurezza e l’adeguamento antisismico dei borghi, delle città d’arte e delle metropoli».

SCUOLA? TUTTA UN’ALTRA RIFORMA – Voce fuori dal coro rispetto a quanti hanno criticato duramente la riforma della scuola a firma del precedente ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, Carlo Maria Ripa di Meana si dice tra «i suoi estimatori, nel considerarla mai immune da imprecisioni ma comunque tesa a riaffermare il principio di autorità contro una specie di democrazia querula. Trovo giustissimi i tagli ai corsi di studio finalizzati unicamente all’esistenza del docente e non alle reali esigenze del Paese». E a quanti hanno parlato di uno sbilanciamento nell’erogazione dei fondi a scuole e università private a discapito di quelle pubbliche, Meana ribatte: «solo insinuazioni».

NEW MEDIA E TV AI CONFINI DELLA CULTURA – E i new media possono contribuire alla formazione dei giovani? «Sì, ma senza cadere nell’eccesso opposto. Sono convinto che almeno nella fase formativa iniziale, non si può sperare in buoni risultati solo attraverso il linguaggio digitale tralasciando le radici della cultura classica: sarebbe un vero e proprio suicidio di qualità. Quale alfabetizzazione digitale! Quella dei messaggini? Si rischia di perdere la qualità della scrittura. Gli strumenti digitali devono piuttosto fare da complemento a quelli tradizionali. Wikipedia non ha la qualità dell’Enciclopedia Britannica ma è una straordinaria occasione in tempo reale. La realtà però è che vedo schiere di adolescenti che non sanno staccarsi dal tablet, non sanno guarire dalla loro solitudine, dalla loro degenerazione misantropa e elettronica». E la tv come si inserisce nel sistema cultura italiano contemporaneo? «La preferisco alla rete e se penso alla programmazione di Sky gli faccio tanto di cappello. E’ però anche vero che di tutela del paesaggio e beni artistici italiani in tv se ne parla troppo poco, mentre di cultura accademica a volte si soffoca: spesso in prime time c’è una ressa di opinionisti che dicono solo ovvietà, assistiamo all’arrembaggio dei cosiddetti ‘parerari’, gente capace di dispensare pareri sui temi del giorno a prescindere da tutto e tutti».

Lucio Filipponio

 

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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