venerdì, 18 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

“SPENDING REVIEW. È POSSIBILE TAGLIARE LA SPESA PUBBLICA SENZA FARSI MALE?” TENTA UNA RISPOSTA IL SOCIOLOGO MAURO MARCANTONI
Pubblicato il 22-08-2012


Lo Stato deve risparmiare. Capita a tutti, singoli e famiglie. A qualcosa bisogna rinunciare quando le risorse finanziarie si riducono. Ma proprio su questo “qualcosa” le idee divergono, le priorità si confondono, gli sforzi rischiano di diventare vani senza indirizzi precisi e determinazione a raggiungere gli obiettivi. Né per migliorare le cose basta dare loro una definizione in inglese. Chiamare una revisione della spesa spending review aiuterà forse i titoli dei giornali, ma a voler pensare male sembra l’ultimo sistema di turno per confondere le idee ai cittadini. Tra l’altro, in una Repubblica che dichiara in Costituzione di tutelare il risparmio, le informazioni in merito, anche quando si tratta di risparmio della spesa pubblica, dovrebbero essere le più chiare possibili.

Sarà una banalità, ma da tempo ai cittadini risparmiatori si è contrapposto uno Stato spendaccione, o meglio una politica spendacciona, talvolta con fini lodevoli, come il finanziamento del welfare, ma spesso con scopi di esclusiva rapina. Ora agli italiani con i propri risparmi erosi, e la propria previdenza vanificata, lo Stato comunica, in inglese, che è tempo di vacche magre. Ma contrariamente a singoli e famiglie, non taglia prima il superfluo o addirittura il controproducente: con qualche minimo distinguo, taglia un po’ da per tutto. Così, la spending review decisa dal governo Monti dal 7 agosto è legge dello Stato. La manovra, nel complesso, punta al risparmio di 4 miliardi già entro la fine del 2012, per aggiungerne altri 21 nei due anni a seguire. Il risparmio, comunque, è uno strumento. Sugli obiettivi da raggiungere il dibattito è aperto e si spera che la politica torni al suo ruolo, cioè all’elaborazione di risposte ai bisogni delle persone, al conseguimento di progetto di società sui quali i cittadini possano davvero confrontarsi e scegliere. Nel frattempo, un’Italia, già abbastanza depressa, si chiede quanto dura sarà questa nuova manovra nella vita quotidiana. Appunto  “Spending review. È possibile tagliare la spesa pubblica senza farsi male?” è intitolato un instant book scritto da Luciano Hinna e Mauro Marcantoni. Il libro riporta contributi di due attuali ministri, Dino Piero Giarda – ministro per i Rapporti con il Parlamento – e Filippo Patroni Griffi, ministro per la Pubblica Amministrazione e la Semplificazione. Delle analisi e delle soluzioni proposte, l’Avanti! ha parlato con uno degli autori, il sociologo e giornalista Mauro Marcantoni, che dal 1998 dirige l’Istituto per l’Assistenza allo Sviluppo Aziendale di Trento (IASA). Sulle analisi ciascuno può farsi e si è fatto le proprie convinzioni. Ma sulle soluzioni è difficile dissentire da Marcantoni quando parla di una necessaria mobilitazione per capire come rimodellare il Paese.

Che significa senza farsi male? Allo stato attuale sembra che si siano fatti tutti male.

«C’è un problema a due facce: a monte e a valle. Il primo sono i tagli, presupposto indispensabile per intervenire sulla salute della Pubblica Amministrazione. Taglio significa sottrazione di risorse, dunque problemi.  A valle è importante non farsi male. A monte vi sono i tagli, a valle per esempio, nei Comuni, Province e Regioni – bisogna trovare il modo per modificare la contingenza per riuscire a fare, ma spendendo meno. Se partiamo dai vincoli, siamo inermi di fronte ai problemi, talmente enormi che rischiamo lo sconforto. La spesa pubblica ha un peso importante sul prodotto interno lordo (Pil)  e la sua revisione non sarà indolore. Il problema – estremamente complesso – è stato affrontato poco come realtà pubblica. La norma, sinonimo di taglio, è paragonabile a una operazione nella cui fase preliminare – quella più delicata – noi abbiamo lavorato poco. Serve una mobilitazione forte per capire come rimodellare il Paese. È un terreno troppo scoperto. La percezione di problematicità che diamo nei tagli deve essere accompagnata da un’analoga sensibilità che aiuti a capire come non rimanerci sotto. Vi sono due campi: quello dell’ente pubblico e ciò che deve fare il cittadino. Non è un problema di qualcuno, è di tutti. È necessario assumersi la propria quota di responsabilità. Bisogna accettare il sacrificio che è un elemento dato, rispetto al quale si deve reagire nel modo migliore. L’Italia sta cambiando per l’emergenza. La capacità di reazione è la chiave di volta».

La spending review è andata a tagliare i servizi sanità e cultura per esempio ma non i “cancri” della società, la corruzione e i grandi impianti clientelari nella politica.

«Quantificare e fare stime è davvero impossibile. Senz’altro rappresentano obiettivi importanti e dovuti. Sono campi in cui è impensabile non intervenire. È un problema di moralizzazione e di sopravvivenza, ora. La lotta alla corruzione ha bisogno non solo dello Stato, ma anche della coscienza civica. Se ne parla, ma non si fa tanto. È un tema difficile. La nostra è una realtà politica che vive alla giornata e si basa sul consenso. Se tocchiamo nicchie di potere e di interessi, il politico paga molto da un punto di vista di preferenze e di consensi e il manager avrebbe una vita meno comoda. Di base è necessaria non solo l’intelligenza, ma anche generosità e coraggio».

Non era il momento di rivedere i privilegi delle Regioni a statuto speciale, in particolare la Sicilia?

«Direi di sì, ma le Regioni speciali sono diverse tra loro. Dal 2009, per esempio, il Trentino ha volontariamente tagliato più di 500 milioni che, su un bilancio di 4 miliardi, rappresenta un cifra significativa. Il Trentino è una Regione a statuto speciale che il problema se lo pone, le altre non lo fanno e spesso adottano comportamenti di segno contrario. Bisogna avere certe accortezze: la prima è adottare misure differenziate; la seconda è che devono concorrere mettendo in gioco la loro capacità di governo».

Perché è stato fatto un taglio, o meglio un “riordino” delle Province, e non è stata contemplata l’idea di un accorpamento delle Regioni, per esempio l’Emilia con le Marche, la Liguria con il Piemonte?

«Gli effetti sarebbero di un aumento dei problemi piuttosto che dei benefici. Il risanamento globale è un’esigenza assoluta. Le Regioni sono segmenti identitari importanti, sistemi di convivenza e modelli culturali. L’Italia non è fatta tutta uguale, ci sono più Regioni. Se una Regione non fa il suo mestiere, allora si interviene con un commissario, senza cancellarla».

Tra le altre iniziative del governo vi è stato il coinvolgimento dei cittadini nel processo di revisione della spesa, con la possibilità di dire la propria su  un’apposita sezione del sito istituzionale del governo. Ci sono state 95.000 segnalazioni di sprechi e suggerimenti di possibili  soluzioni. A cosa è servita questa azione?

«Le richieste dei cittadini, perché siano accolte, dovrebbero convergere in un’associazione, servono forme di responsabilità collettiva. Per questo l’iniziativa non ha prodotti effetti puntuali, ma di dettaglio, ha solo creato una sensibilità e anche una certa indignazione».

Tagliare significa scegliere: per ciò che riguarda la cultura sembra si siano tagliati i rami verdi assieme a quelli secchi. D’accordo tagliare le cose inutili, ma qui si attaccano scuola, università e ricerca, cioè il futuro. Da settembre è prevista la sparizione dei Dipartimenti di italianistica. Non c’è più difesa di un pezzo d’identità. I tagli lineari alla cultura non si possono fare.

«Il problema della cultura è estendibile a qualsiasi altro campo. Il problema è che l’emergenza non consente scelte di dettaglio e utilizza l’accetta, per fare cose sensate serve il bisturi, che si può usare solo a livello locale (regionale, provinciale e comunale). Il colpo d’accetta produce reazioni, bisogna mobilitarsi. I danni si mettono in conto. Il sistema deve reagire dove l’accetta fa cose insensate. Per aggiustare il tiro, e dunque non usare l’accetta. Il governo ha dovuto usare l’accetta, non poteva fare altro a causa della complessità».

I  governo ha fatto bene a tagliare la Sanità? Sono tagli davvero irrinunciabili?

«La sanità è un settore dove si è lavorato poco in termini di razionalizzazione. Noi possiamo migliorare anche nella sanità, lo spazio di manovra c’è e questa è un’occasione, nel tentativo di vedere il lato positivo in un contesto negativo. Uno Stato è competitivo se ha programmi intelligenti e anche una Pubblica Amministrazione di qualità. Sull’aspetto della qualità bisogna lavorare per vivere meglio il taglio ed essere più competitivi. Secondo me i tagli sono stati indispensabili, il governo ha toccato la spesa e ha fatto un passo avanti, ma si tratta di processi lenti. Inoltre, l’esecutivo aveva poco tempo e poca copertura politica».

Silvia Sequi

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