giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Spread sociale e poveri vecchi e nuovi. A colloquio con Andrea Olivero, presidente nazionale Acli
Pubblicato il 21-08-2012


Lo spread che andrebbe veramente considerato è quello sociale, inteso come differenziale tra ricchi e poveri. E questo vale – con buona pace degli idolatri del mercato che leggono la realtà solo in termini di spread, appunto, rating e default – anche nell’economia reale, perché non esiste crescita economica senza coesione sociale. Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli, le Associazioni cristiane lavoratori italiani, non ha incertezze nel denunciare un asservimento alle dinamiche e al potere della finanza di chi dovrebbe essere classe dirigente del Paese. Mentre tutti i rapporti più attendibili, dal Censis, all’Istat, alla Caritas, denunciano un incremento drammatico del numero di persone ridotte in miseria, l’Italia resta con la Grecia l’unico dei Paesi dell’euro a non essersi dotato  di una misura stabile per il contrasto della povertà. La società civile, l’associazionismo, gli osservatori più attenti denunciano il progressivo aumento dei cosiddetti nuovi poveri, giovani senza occupazione e anziani senza una casa che si ritrovano ad affrontare una vita meno dignitosa, anzi un’esistenza che di dignitoso ha ben poco. E la politica cosa fa? Resta a guardare. Anzi, peggio: interviene con misure che aggravano la situazione, per esempio la soppressione dell’Osservatorio nazionale dell’associazionismo di promozione sociale e del volontariato.

LA POVERTÀ IN ITALIA E I “NUOVI POVERI” – Con Olivero l’Avanti!online torna ad affrontare la questione delle povertà assoluta e di quella cosiddetta relativa, che l’ultimo rapporto dell’Istat certifica in aumento. «La povertà relativa è connessa alla condizione di vita di un Paese;  è ciò che viene percepito come impoverimento e si modifica nel tempo» spiega Olivero mentre la povertà assoluta «fa riferimento a dati oggettivi e rappresenta l’incapacità di avere mezzi – ad esempio vitto, alloggio e istruzione – per condurre una vita dignitosa. Riguarda dunque la mancanza di beni e servizi primari», sottolinea il presidente Acli. Ma oltre all’allarme povertà si sta diffondendo sempre più il fenomeno dei nuovi poveri, «quelle persone che si ritrovano senza occupazione e sono spesso giovani (disoccupati o sottoccupati) che appartengono anche a ceti medi e che non riescono più a vivere in maniera accettabile». A loro si aggiungono gli anziani che «con una pensiona minima, hanno grandi difficoltà a trovare un’abitazione. Tendenzialmente queste due categorie in precedenza non erano in condizioni di povertà», argomenta Olivero. La frase evangelica “i poveri li avrete sempre”  diviene un monito non solo alla Chiesa, ma anche allo Stato, chiamato a realizzare «politiche di coesione sociale», suggerisce il Presidente Acli perché, anche se «la povertà è insita nel destino di tutte le società, in Italia sono stati rilevati più di 8 milioni di poveri cosiddetti relativi e tre milioni e mezzo di poveri tout court e questo elemento interroga strutturalmente la nostra democrazia». Nel momento in cui quasi un sesto della popolazione vive una precarietà drammatica, «la povertà non è più solo un problema etico, ma diventa soprattutto un problema delle democrazie», ribadisce Olivero.

COSA PUÓ FARE LA POLITICA Negli ultimi vent’anni anni si è allargata la forbice tra l’opulenza dei meno e la miseria dei più, il divario tra i pochi che hanno moltissimo e i tantissimi che hanno molto poco. Vale per il Nord e il Sud del mondo e vale per il Nord e il Sud di casa nostra. Per almeno contenere questa discriminazione inaccettabile, questa arroganza del privilegio a discapito del bisogno, la politica dovrebbe prendere «misure redistributive, introducendo ad esempio una tassazione progressiva e favorendo un intervento di tipo patrimoniale», afferma Oliviero. Un minimo almeno di valutazione positiva all’azione del governo Olivero lo individua nel mancato aumento dell’Iva, che le Acli la cui prospettiva le avevano denunciato perché rientra in quelle misure che «non essendo selettive, aumentano la forbice e rappresentano elementi che rendono più difficile la crescita economica del Paese».

LO SPREAD SOCIALE Ben più grave dello spread – ossia il differenziale tra i Btp decennali italiani e i rispettivi Bund tedeschi – che da tempo viene presentato come il principale problema del Paese (con bollettini e previsioni quotidiane tipo quelli meteorologici, ma quasi sempre con meno attendibilità) è quello che Olivero chiama lo spread sociale e la sua minaccia di portare al «tracollo della coesione sociale: non ci può essere crescita senza coesione sociale». Una prova della scarsa considerazione data a questo spread sociale Olivero la trova nel provvedimento – contenuto nella spending review del Governo – che prevede la soppressione dell’Osservatorio nazionale dell’associazionismo di promozione sociale e del volontariato e il trasferimento delle sue attività all’amministrazione pubblica statale. Secondo Olivero è un «fatto grave» «l’accentrare tutte le responsabilità in capo allo Stato, senza favorire il confronto tra le parti sociali». La scelta dell’Esecutivo è dunque «sbagliata anche perché i costi diretti erano risibili: l’Osservatorio dell’associazionismo – ad esempio – costava 8.000 euro annui». È preoccupante  il fatto che «non si considera più il rapporto con la società civile: anche la cancellazione dell’Agenzia per il Terzo  settore (quello del no profit) rientra in questa strategia. La proposta di qualche anno fa sulla sussidiarietà, uno dei valori fondanti del Paese, è rimasta lettera morta», lamenta Olivero.

I CENTRI DI ASCOLTO Il Rapporto “Poveri di diritti” – elaborato dalla Caritas Italiana Fondazione Zancan – evidenzia un aumento del numero delle persone che si rivolgono ai Centri di ascolto, «luoghi predisposti per accogliere le richieste relative ai senza fissa dimora e alle famiglie che chiedono aiuto – ad esempio – per pagare le bollette o la spesa alimentare». Il Report rileva inoltre un incremento degli italiani che vi ricorrono poiché «le condizioni di affanno ora stanno colpendo duro, soprattutto a partire da quest’anno. Le nostre organizzazioni, cattoliche e laiche, vivono una grande difficoltà nel non riuscire a soddisfare le esigenze di coloro che chiedono aiuto», denuncia Olivero. «Le istituzioni devono trovare nuove soluzioni: ad esempio la Caritas chiede che si promuova una misura di tipo universalistico per combattere la povertà assoluta». Come detto, l’Italia è con la Grecia l’unico Paese dell’Eurozona che non ce l’ha. Che se ne doti al più presto è un’aspettativa sottolineata con forza da Olivero. E certo in questa l’aspettativa non è da solo.

IL SOLIDARISMO CATTOLICO E SOCIALISTA – Il trionfo delle politiche liberali, nell’ultimo ventennio, ha fatto venire meno ciò che in Italia è sempre stato il connubio tra solidarismo cattolico e socialista. Le Acli sono sempre state considerate in quella parte dell’associazionismo cattolico che si colloca a sinistra. Del resto, a costruire la Repubblica sono stati proprio i due grandi esclusi del Risorgimento: i socialisti e i cattolici. Per essi si può parlare di autentico patrimonio storico del Paese che «come tutti i patrimoni va investito», sottolinea Olivero, anche se «è difficile identificare la strategia». Ma questa operazione da un lato è necessaria poiché «le tradizioni culturali hanno contribuito a creare la democrazia italiana perché fosse riformista». L’altro punto di vista è pratico, ossia «è necessario ripensare ad alcune offerte politiche, bisogna tornare a guardare queste tradizioni che oggi devono sfidarsi di nuovo per trovare delle soluzioni nuove. Bisogna dunque avanzare proposte e idee di riaggregazione o di aggregazione nuova». Bisogna fare politica, quella vera.

Silvia Sequi

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