martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Taccuino internazionale
Pubblicato il 07-08-2012


SIRIA – ll primo ministro siriano, Riyad Hijab, ha abbandonato il proprio incarico. Secondo fonti degli attivisti, il premier, nominato dal presidente Assad lo scorso giugno, sarebbe fuggito in Giordania. Il suo portavoce, contattato dall’emittente «Al Jazeera», ha confermato che il premier ha lasciato Damasco per unirsi ai ribelli. L’agenzia turca Anadolu riporta che un altro generale siriano disertore sarebbe giunto in Turchia. Sempre «Al Jazeera» riferisce che altri ufficiali dell’esercito avrebbero deciso di fuggire. Nel frattempo, non si fermano i combattimenti ad Aleppo, la seconda città siriana, dove, secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, espressione dell’opposizione, anche oggi ci sono state numerose vittime.

Bombardamenti e violenti scontri  si concentrano sui quartieri di Shaar e di Marje, nella parte orientale, mentre a Salaheddin, considerato il bastione dei ribelli, e a Bab Al Nairab, nel cuore della città, ci sono solo scontri minori con armi automatiche. Questa mattina un’esplosione ha scosso la sede della televisione di Stato a Damasco, provocando vittime. Sul piano umanitario, il peso del conflitto siriano si concentra soprattutto sulle spalle delle fasce di popolazione più debole. «Gli occhi del mondo sono focalizzati sulle crescenti violenze in Siria, ma non dobbiamo dimenticare il fatto che i bambini non sono responsabili di questa tragedia e che stanno pagando un prezzo molto alto» ha sottolineato in una nota  il direttore generale dell’Unicef, Anthony Lake, precisando che «la priorità più urgente è quella di proteggere i bambini e le loro famiglie».

EGITTO-ISRAELE – Otto miliziani jihadisti sono stati uccisi la scorsa notte quando, a bordo di un mezzo blindato egiziano, hanno fatto irruzione dal Sinai in Israele, all’altezza del valico di Kerem Shalom. Stando alle prime ricostruzioni dei fatti, ieri miliziani appartenenti a gruppi terroristici legati ad Al Qaeda hanno rubato due blindati delle forze armate egiziane attaccando un check point al confine con Israele. Secondo fonti egiziane erano una decina, armati di granate, lanciarazzi e fucili mitragliatori. Negli scontri sono stati uccisi sedici militari egiziani e feriti altri sette. I miliziani sono quindi penetrati in territorio israeliano su uno dei blindati. Poco dopo l’esercito israeliano ha colpito, annientandoli. Il secondo blindato sarebbe addirittura stato distrutto in territorio egiziano. La città di Rafah, al  confine tra Egitto e Striscia di Gaza, è stata completamente  circondata dall’esercito egiziano per evitare che altri sospetti miliziani jihadisti riescano a fuggire. Le  autorità del Cairo sono ora al lavoro per cercare di identificare gli  attentatori, come ha spiegato un portavoce del presidente Mohammed Mursi. È stata inoltre decisa la chiusura a «tempo indeterminato» del valico di Rafah, unico punto di passaggio tra la Striscia di Gaza e l’Egitto che non sia controllato da Israele. Fonti di Hamas riferiscono che le forze di sicurezza attive a Gaza hanno provveduto a chiudere tutti i tunnel di contrabbando per cercare di catturare i miliziani autori dell’attacco. Poco prima dell’attacco al check point egiziano, per circa due ore dal sud della Striscia di Gaza sono esplosi razzi e colpi di mortaio contro gli insediamenti civili israeliani vicini al confine.

YEMEN – San’a, 6.  Al Qaeda è tornata a colpire sabato sera nel sud dello Yemen, nei territori che controllava e dai quali è stata cacciata a giugno da un’offensiva dell’esercito e delle milizie locali. Un attentatore suicida si è fatto saltare nella città di Jaar durante una commemorazione dei miliziani, uccidendo almeno 45 persone e ferendone almeno 34. Sempre sabato sera, un drone ha colpito un’auto di presunti terroristi nell’est del Paese, uccidendone cinque. Il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, ha condannato «fermamente un atto di violenza che suscita sdegno, orrore e sentimenti di profondo cordoglio per le vittime». «L’Italia — ha aggiunto Terzi — sostiene con forte determinazione la transizione politica e istituzionale nel quadro del dialogo nazionale nello Yemen, e non farà mancare il suo sostegno al Governo yemenita nell’azione di contrasto alle forze estremiste».

TURCHIA – S’infiamma il confine sud-est della Turchia, dove militanti curdi hanno attaccato ieri almeno tre avamposti militari. Negli scontri, non lontani dal territorio iracheno, hanno perso la vita sei soldati turchi, due guardie e undici ribelli curdi. Ci sarebbero almeno 22 feriti, a quanto riferiscono fonti della sicurezza locale. Il primo ministro turco, Tayyip Erdogan, ha accusato Paesi stranieri, senza nominarli, di sostenere i combattenti.

STATI UNITI –  Gli Stati Uniti sono stati sconvolti durante il fine settimana  da un’altra strage provocata da un uomo armato, in questo caso in un tempio sikh a Oak Creek, nei pressi di Milwaukee, nel  Wisconsin, appena due settimane dopo quella analoga avvenuta in un cinema di  Aurora, in Colorado, dove c’erano stati 12 morti e 58 feriti. In questo caso, l’aggressore ha ucciso sei persone e ne ha ferite gravemente tre prima di essere a sua volta ucciso dai poliziotti intervenuti.  La polizia ha comunicato che la vicenda viene gestita, assieme all’Fbi, come un atto di terrorismo interno, ma ha smentito la presenza di altri attentatori. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, è stato tenuto aggiornato sulla situazione e dopo alcune ore ha diffuso un comunicato in cui si dice «profondamente rattristato dall’apprendere della sparatoria che è tragicamente costata la vita a così tante persone». Anche il premier indiano, Manmohan Singh, si è definito «profondamente scioccato e addolorato« per la sparatoria avvenuta in un tempio sikh negli Stati Uniti. «È particolarmente doloroso che questo atto di violenza senza senso avesse come obiettivo un luogo di fede», ha commentato il premier indiano.

AFGHANISTAN – Il presidente afghano, Hamid Karzai, ha accettato la decisione della Wolesi Jirga (la Camera bassa del Parlamento) di destituire i due ministri responsabili della sicurezza, in un momento di estrema tensione con il Pakistan e di aumento degli attacchi degli insorti talebani, mentre la Nato prepara il ritiro delle sue truppe. Si tratta del titolare della Difesa Abdul Rahim Wardak, e del ministro dell’Interno Bismillah Mohammadi. Il primo era molto considerato dagli alleati occidentali. I due ministri erano accusati di non aver saputo gestire i bombardamenti di oltre confine attribuiti al Pakistan e altre questioni di sicurezza.

MALI – Mentre i  gruppi islamisti che controllano il nord del Mali vengono accusati di fare  ricorso all’uso di  bambini soldato, si fa sempre più probabile l’ipotesi di un intervento armato internazionale nel Paese africano, nella cui capitale Bamako è ripresa intanto la transizione verso il ritorno della democrazia dopo il colpo di Stato militare del marzo scorso.  Dopo che il  Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione in questo senso che di fatto avalla la richiesta della Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) di dispiegare una propria missione armata di tremila uomini, è il Governo francese a dirsi pronto a sostenere l’intervento contro i gruppi islamisti, escludendo però una propria iniziativa diretta. In questo senso si è espresso durante il fine settimana  il ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian.

ZAMBIA – Un manager cinese di una miniera di carbone dello Zambia è stato ucciso ieri dai minatori durante una rivolta scoppiata per la mancata applicazione dell’accordo sul salario minimo da parte della società cinese, la Collum, proprietaria della struttura.   Secondo quanto riferito dall’emittente britannica Bbc, i minatori hanno lanciato contro il manager un carrello per il trasporto del carbone, uccidendolo sul colpo. Un altro cinese è rimasto ferito. I minatori erano già in sciopero per ottenere il nuovo salario minimo, di 320 dollari al mese, pagato ai dipendenti dei negozi.   L’anno scorso il Governo dello Zambia aveva ritirato l’accusa di tentato omicidio contro due manager cinesi che avevano sparato contro i minatori della stessa miniera durante un’altra rivolta.

NIGERIA – Un attentatore suicida  alla guida di un’automobile  imbottita di esplosivo si è lanciato ieri  contro una pattuglia militare uccidendo almeno cinque soldati a Damaturu, nel nordest della Nigeria.  Il capo della polizia locale ha confermato l’esplosione e la morte dei militari. L’attentato non ha avuto rivendicazioni, ma le autorità locali lo attribuiscono al gruppo terrorista di matrice fondamentalista islamico Boko Haram, autore di violenze che hanno provocato solo nell’ultimo anno oltre milleseicento morti nel nord della Nigeria. Anche nel  sud del Paese, intanto, non s’interrompono le violenze, in questo caso legate soprattutto alle risorse petrolifere dai cui guadagni sono di fatto escluse le popolazioni locali. Uomini armati hanno attaccato sabato  un’imbarcazione al largo delle coste della regione petrolifera del Delta del Niger, uccidendo due dei sei marinai nigeriani imbarcati e sequestrando quattro stranieri,  un indonesiano, un iraniano, un malese e un thailandese, tutti dipendenti della compagnia Sea Trucks Group, proprietaria del battello, un’azienda con base in Olanda molto presente nel Delta del Niger e che fornisce navi appoggio alle grandi compagnie petrolifere multinazionali.

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