lunedì, 21 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Taccuino internazionale
Pubblicato il 08-08-2012


NIGERIA – Almeno venti persone sono state uccise in un attacco armato contro una chiesa cristiana nel centro-nord della Nigeria. Teatro dell’eccidio è stata la Deeper Life Bible Church a Otite, una località dello Stato nigeriano di Kogi. L’attentato non è stato rivendicato, ma le autorità non hanno dubbi nell’attribuirne la responsabilità al gruppo radicale islamico Boko Haram, autore solo nell’ultimo anno di violenze che hanno provocato oltre 1600 morti. Il terrorismo di matrice fondamentalista islamica torna dunque a colpire una comunità cristiana in Nigeria, dopo che da un paio di settimane la sua azione era sembrata concentrarsi contro i musulmani moderati. Più in generale, nel nord del Paese si susseguono da decenni conflitti di tipo etnico ed economico basati soprattutto sullo scontro tra coltivatori e allevatori per il controllo dei territori, ma che vanno assumendo sempre più i connotati di una violenza di matrice pseudoreligiosa. In questo quadro si collocano gli attacchi che, da tempo, si concentrano contro le comunità cristiane ma anche sui rappresentanti dell’Islam moderato. Di fronte a tali sviluppi, comunque, diverse fonti autorevoli sottolineano che vanno tenuti presenti i diversi fattori politici, etnici, sociali e religiosi, ma che il problema principale resta quello economico. Su questa base, tuttavia, agisce sempre più una mutata strategia terroristica, di Boko Haram, presente in forze negli Stati centrosettentrionali nigeriani. Le chiese sono infatti subentrate agli edifici governativi, alle stazioni di polizia e alle sedi di società finanziarie ed economiche come bersagli principali dei suoi attentati. Il massacro di ieri rinnova l’allarme in questo senso, mentre diventano sempre più incontrollabili le violenze che il Governo centrale non sembra capace di arginare.

SIRIA – Il Governo siriano sembra vacillare dopo le dimissioni del premier, Riad Hijab, e le diserzioni di altri ufficiali dell’esercito. In ogni caso, il futuro politico della Siria appare alquanto incerto, mentre ad Aleppo e a Damasco i combattimenti continuano. Secondo diversi osservatori e secondo il Governo di Washington, la defezione del premier dimostrerebbe la perdita del controllo del Paese da parte del presidente siriano Bashir al Assad, in quello che il portavoce del consiglio nazionale di sicurezza statunitense, Tommy Vietor, ha definito «un momento favorevole all’opposizione e al popolo siriano». Di tutt’altrpo avviso è in Governo di Damasco che con il ministro dell’Informazione, Omran Zoabi ha affermato che la crisi «si sta evolvendo in un senso positivo, verso una soluzione; il Paese sta bene e non c’è motivo che desti preoccupazione». Da parte italiana, il ministro degli Esteri, Giulio Terzi, ha dichiarato che dopo la rinuncia all’incarico di mediatore fatta la settimana scorsa dall’ex Segretario generale dell’Onu, Kofi Annan, l’Onu stessa e la Lega Araba devono «adesso nominare un nuovo inviato speciale che abbia una sua credibilità e conoscenza della situazione mediorientale tale da riportare il Consiglio di Sicurezza a occuparsi seriamente della crisi siriana».

EGITTO-ISRAELE – l fallito attacco del commando terroristico, che due giorni fa ha tentato di penetrare in territorio israeliano dal Sinai, uccidendo sedici guardie egiziane, secondo il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, dimostrerebbe che Israele «può contare solo su se stesso» per quanto riguarda la protezione dei suoi cittadini. Netanyahu ha comunque sottolineato che «Israele ed Egitto hanno un interesse comune nel mantenere sicuro il confine tra i nostri due Paesi». Secondo il Governo egiziano, che ha proclamato tre giorni di lutto nazionale, l’attacco al confine sarebbe stato accompagnato e sostenuto da colpi di mortaio provenienti da Gaza. Sarebbero dunque implicate anche cellule operative nella Striscia di Gaza e vicine al movimento islamico Hamas, che però non ha voluto commentare la notizia.

SUDAN – Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha espresso soddisfazione per l’intesa raggiunta tra Sudan e Sud Sudan sulla divisione delle risorse petrolifere e ha chiesto al tempo stesso di accelerare il negoziato tra i due Paesi, in corso ad Addis Abeba con la mediazione dell’Unione africana, per dare soluzione ai contrasti ancora aperti e per riportare la pace nell’area. Ban Ki-moon definisce l’accordo sulle risorse petrolifere una pietra miliare per la costruzione di relazioni pacifiche tra i due Stati e si dice soddisfatto dal fatto che i Governi di Khartoum e di Juba abbiano ridotto il numero dei temi controversi. Tuttavia, il segretario dell’Onu si rammarica del mancato rispetto del termine ultimo disposto dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per la realizzazione della road-map prevista dalla risoluzione 2046. Il testo chiedeva l’immediata fine dei combattimenti tra i due Paesi, la ripresa delle trattative sulle questioni rimaste aperte e l’accesso illimitato delle organizzazioni umanitarie alla popolazione civile nelle regioni del Kordofan meridionale e del Nilo Azzurro, principali teatri della ripresa del conflitto nei mesi scorsi. Lo stesso mediatore dell’Unione africana, l’ex presidente sudafricano Thabo Mbeki, ha specificato che il confronto delle parti è ben lungi dall’essersi concluso. Negli ultimi mesi, nel sostanziale stallo dei negoziati tra Sudan e Sud Sudan per dare soluzione ai contrasti lasciati irrisolti dalla proclamazione, il 9 luglio 2011, dell’indipendenza sudsudanese, la crisi ha avuto ripercussioni sempre più pesanti sulla vita delle popolazioni, non solo nelle aree di confine teatro della ripresa dei combattimenti.

MALI – Il protrarsi della crisi in Mali minaccia di destabilizzare l’intero Sahel e cresce la preoccupazione iei Governi dei Paesi confinanti. In questo senso si è espresso, tra gli altri, il ministro degli Esteri del Marocco, Youssef el Amrani, che ha detto di temere una “somalizzazione” del Mali, le cui regioni settentrionali sono ormai sotto controllo di gruppi armati considerati parte della galassia del terrorismo internazionale di matrice fondamentalista islamico. La situazione ricorda appunto quella della Somalia, dove vaste zone restano nelle mani della milizie radicali islamiche di al Shabaab. Di conseguenza, el Amrani ha rivolto un nuovo appello alla comunità internazionale ad agire con urgenza. L’ipotesi di un intervento armato internazionale nel nord del Mali si fa sempre più probabile, dopo che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione in questo senso che di fatto avalla la richiesta della Comunità degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) di dispiegare una propria missione armata di tremila uomini. Perplessità sull’ipotesi di soluzione militare ha però espresso, almeno per quanto riguarda il suo Paese, il presidente della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, il quale ha dichiarato che «il problema maliano è complesso», che la Mauritania non possiede la soluzione e che in ogni caso non interverrà militarmente.

AFGHANISTAN – Otto morti e quattro feriti ci sono stati oggi nella capitale afgana Kabul per l’esplosione di un ordigno vicino a un autobus. Il ministero dell’Interno afgano ha attribuito l’attacco ai «terroristi talebani» e ha comunicato l’arresto di una persona accusata di aver avuto un ruolo nell’organizzazione dell’attentato. I talebani hanno annunciato a inizio maggio l’avvio di un’offensiva contro le forze di sicurezza afgane e i militari della Nato. Questa mattina hanno rivendicato un’azione di commando nella base Nato di Logar, a sud di Kabul, dove hanno fatto saltare un camion carico di esplosivo provocando una decina di feriti tra il personale civile. Domenica scorsa, erano rimasti uccisi nella provincia afgana di Bamiyan due soldati neozelandesi dell’Isaf, la forza multinazionale sotto comando Nato, e quattro agenti delle forze di sicurezza afgane.

CECENIA – Un attentatore suicida si è fatto esplodere alla periferia di Grozny, capitale della Cecenia, uccidendo quattro persone e ferendone tre, ricoverate in gravi condizioni. Un portavoce del ministero dell’Interno ha detto che i morti, oltre all’attentatore, sono due ufficiali, un soldato e a un civile. L’attentatore si è fatto esplodere al passaggio di un veicolo militare in viaggio tra Khankala e la capitale. Da tempo non c’erano stati attentati terroristici nella capitale cecena, teatro di una sanguinosa guerra (1994) tra l’esercito russo e i ribelli indipendentisti. Da allora, la ribellione si è estesa ad altre Repubbliche instabili del Caucaso russo. Nello scorso anno, nonostante gli annunci di normalizzazione più volte fatti dal Cremlino, una serie di azioni terroristiche avevano insanguinato il Caucaso.

INONDAZIONI IN ASIA – Il Vietnam ha deciso di donare 5.000 tonnellate di riso alla Corea del Nord dopo le devastanti inondazioni che hanno colpito il Paese. Lo ha annunciatola radio di Stato nordcoreana dopo i colloqui tra il capo dello Stato Kim Yong Nam e il presidente vietnamita Troung Tan Sang. Le inondazioni nella Corea del Nord, seguite dalle abbondanti piogge delle ultime settimane, hanno causato centinaia di vittime e dispersi, oltre duecentomila persone rimaste senza casa e 65.280 ettari di campi coltivati danneggiati o del tutto distrutti, tanto da rilanciare i timori sulla produzione agricola, sempre in perenne affanno ed esposta al rischio carestia. Anche le Filippine sono state colpite da piogge torrenziali che hanno accompagnato il passaggio del tifone “Saola”. Le conseguenze più gravi si sono registrate nell’area di Manila, dove ci sono stati almeno quindici morti, mentre migliaia di persone sono state costrette ad abbandonare le loro case. A Manila e in nove province settentrionali scuole e uffici pubblici sono stati chiusi, così come la Borsa. Molte strade che conducono alla capitale sono inagibili, con l’acqua che in alcune zone è arrivata a un metro e mezzo di altezza.

MYANMAR – Nuove violenze settarie tra buddisti e musulmani hanno causato altri morti in Myanmar, in particolare nella regione occidentale di Rakhine, dove già in giugno scontri tra le due comunità avevano provocato almeno 80 vittime e decine di migliaia di sfollati. I nuovi disordini sono avvenuti nel distretto di Kyauktaw, a circa cento chilometri dal capoluogo Sittwe. Le tensioni tra la maggioranza buddista e la minoranza di etnia musulmana Rohingya – ottocentomila persone prive di cittadinanza e considerate dall’Onu una delle etnie più discriminate al mondo – sono esplose all’inizio di giugno con una serie di rappresaglie dopo la morte di una donna buddista. Le violenze hanno portato il presidente Thein Sein a proclamare lo stato di emergenza. Dopo giorni di rivolte, migliaia di case bruciate e decine di migliaia di sfollati, le violenze sono pian piano rientrate, ma i Rohingya denunciano la scomparsa di migliaia di persone. Discendenti di mercanti arabi e persiani stabilitisi sulle coste nordorientali del Golfo del Bengala lungo i secoli, i Rohingya vengono definiti «immigrati bengalesi illegali» dai birmani e tollerati a malapena dal Bangladesh, che nell’ultima emergenza ha respinto al confine centinaia di donne e bambini in fuga. Sul piano politico, intanto, si è appreso che la leader dell’opposizione, il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, guiderà la commissione parlamentare per la pace, la legalità e la stabilità istituita oggi dal Parlamento. Le elezioni suppletive di questa primavera, grazie alle quali è stata eletta Suu Kyi, sono fra i vari passi compiuti nell’ambito del processo di democratizzazione in atto nel Myanmar, dopo che la Giunta militare ha varato una serie di riforme per arrivare alla democrazia e alla riconciliazione nazionale.

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