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Opinioni e commenti
 

Cefisi (Psi): Al congresso del Pes per costruire un’Europa solidale
Pubblicato il 29-09-2012


I socialisti del Pes si riuniscono a Bruxelles per discutere di un’Europa politica e per elaborare una risposta reale alla crisi. «È evidente che siamo di fronte ad una crisi europea e si tratta di una crisi annunciata. Sono anni che si discute in merito al deficit democratico dell’Europa che oggi diventa clamoroso», ha spiegato all’Avanti! Luca Cefisi, membro della presidenza del Partito del Socialismo Europeo che parteciperà ai lavori del Congresso in programma. Una crisi che impone la necessità di una nuova elaborazione politica forte e di una legittimità democratica da opporre ai “tecnicismi” figli delle ideologie neoliberali. Una politica di sinistra, capace di rilanciare una visione dell’Europa vista come sistema comune e, proprio per questo, organizzata intorno a un principio di solidarietà che non è vuota retorica ma base per il funzionamento di un sistema forte e unitario.

Il Pes si riunisce a Bruxelles per discutere di crisi e di proposte socialiste.

È evidente che siamo di fronte ad una crisi europea e si tratta di una crisi annunciata. Sono anni che si discute in merito al deficit democratico dell’Europa che oggi diventa clamoroso. Soprattutto con l’esplodere della crisi finanziaria che nasce negli Usa e arriva in Europa. È singolare notare come l’America Latina, che noi consideriamo ancora “un passo indietro” rispetto al Vecchio Continente non patisce una crisi come da noi. Il punto debole dell’Europa risiede nella questione che si è creata una moneta ma non i necessari organi per l’esercizio sovranità politica europea. L’unione non si è dotata di un governo che garantisca una politica coerente. Del resto, la conseguenza più evidente di questo è che mancano un tesoro e un fisco europei. È per questa ragione che la gestione della moneta diventa una gestione tecnocratica e affidata nelle mani di finanzieri e banchieri che sfuggono da ogni controllo. A questo si somma il fatto che, in assenza di un governo europeo, i paesi che si trovano in una posizione di favore come la Germania rincorrono interessi particolaristici.

Qual è stato il processo che ci ha portato fino a qui?

Non dobbiamo dimenticare che l’Europa così com’è oggi è il frutto anche di una sconfitta politica chiara, ovvero di quel progetto di costituzione europea che si è perso. Ricordo i casi del referendum olandese, di quello che accadde in Francia e così via. Quando c’è una sconfitta questo crea delle conseguenze. Il futuro del successivo trattato di Lisbona e il compromesso emerso in quella circostanza è il risultato di quella sconfitta di cui stiamo ancora raccogliendo i cocci. Questo ha determinato la debolezza della governance europea e il ritorno di un ruolo predominante di alcuni stati che poi si ritrovano uno contro altro. Parlando di dibattito sul rigore mi riferisco, ad esempio alla contrapposizione Finlandia – Grecia, ma potrei citare molti casi. Questa impostazione ha provocato un contraccolpo che ha favorito, tra le altre cose, il riemergere di forze nazionaliste e liberiste. Forze che intendono l’Europa come mercato comune e non come sistema politico. Di fatto è il fallimento dell’idea costituzionale dell’Europa.

Qual è il compito e quali le sfide di una forza socialista europea?

Il ruolo primo è quello di ripensare e proporre un’Europa di sinistra. E da questo punto di vista c’è da dire una cosa: guardiamo anche agli elementi positivi del dibattito sull’Europa. Innanzitutto è evidente che vi è un processo di polarizzazione del dibattito sia a livello di Consiglio che di Parlamento. Stiamo vedendo il chiaro riemergere di un polo conservatore opposto ad un polo socialista che dibattono e si scontrano. Questo in realtà è un elemento positivo perché era un qualcosa che, negli ultimi anni, era sempre stato debole. Storicamente prevalevano interessi nazionali oppure forme consociative appiattite sull’idea di un’unità priva di contenuti forti. Ora, invece, sembra organizzarsi una realtà del dibattito, che pure vede i socialisti in minoranza, ma pur sempre una dialettica che rilancia il bipolarismo europeo. Si ritorna a discutere in termini un dialettica pur sempre politica. È ovvio che noi socialisti siamo contrari a un’idea impostata sull’assenza di solidarietà tra le nazioni europee.

Parlando di solidarietà, questa parola è stata abusata da una certa sinistra, ma politicamente cosa significa per i socialisti?

Noi socialisti crediamo che l’Europa vada vista come un sistema. Il rigore della Merkel ha complicato le cose e non le ha favorite. Ha creato le condizioni perché la Grecia si percepisse come una preda isolata generando un segnale per i mercati che son partiti ad addentare la preda. È un po’ la sindrome dei “dieci piccoli indiani” di Agata Christie. I tedeschi sono l’ultimo dei piccoli indiani, ma con questa logica saranno colpiti anche loro. La prova della miopia di questa visione è che la crisi era arrivata fino alla Francia di Sarkozy, il “penultimo” degli indiani. A questa visione contrapponiamo un’idea di solidarietà politica che è strutturale al funzionamento dell’Europa vista come sistema politico/economico.

In quest’ottica perché paesi come la Grecia “crollano”?

La Grecia non è crollata perche i greci sono fannulloni e i tedeschi no. Ci sono dei meccanismi ben precisi, Ad esempio una delle ragioni della debolezza greca è il divario strutturale nella bilancia dei pagamenti a favore della Germania come economia esportatrice. Ricordiamoci che i debiti della Grecia sono soldi che hanno dato per comprare prodotti tedeschi. La Merkel sembra abbia dimenticato questo e non si renda conto che strangolando il debitore si sta segando il ramo dell’albero dove si sta seduti. L’unità politica dell’Europa significa anche un riequilibrio di flussi dei pagamenti. La stessa amministrazione Obama ha fatto delle richieste in questo senso. La politica più ovvia sarebbe quella degli eurobond ovvero di fare quello che fa la Fed statunitense, comprare i bond nazionali che il mercato non assorbe. Da noi non avviene semplicemente perché l’Europa non è uno Stato federale, ma un’alleanza tra Stati sparati.

Quali sono i punti centrali della proposta socialista?

Per ragioni ideologiche si sono affermate della visioni che hanno teso a rimuovere la grande esperienza del welfare state. Queste ideologi falliscono oggi sotto i colpi dell’implosione finanziaria, vengono smentite dalla storia. Noi socialisti riteniamo che se non si sostiene la produzione e il benessere sociale si crea la crisi di sovrapproduzione. Si deve, invece, garantire il potere di spesa dei lavoratori che consente di consumare e quindi di far ripartire l’economia. Senza welfare non si va verso la ripresa dopo il periodo di “lacrime e sangue” come si racconta, ma verso una recessione cronica e una società bloccata.

Quali sono gli esempi da seguire?

Gli esempi ci vengono dalle scelte sulla politica fiscale di Hollande, che invertono quelle annunciate da Sarkozy, e creano le condizioni per un welfare sostenuto da fiscalità generale con tassazione progressiva soprattutto per i redditi alti. Poi c’è anche l’esempio austriaco che, di fronte al problema dei giovani che non lavorano e non studiano, ha creato un sistema di inserimento attivo attraverso programmi di formazione e lavoro per evitare di ritrovarci non solo di fronte allo spreco di risorse fondamentali ma anche di una generazione che poi sarà completamente scoperta dalla previdenza sociale con tutti i disastri che ne conseguono.

Come si ottengono queste politiche virtuose?

Alleggerendo le imposte sul lavoro e alzando le tasse sui patrimoni, sulle rendite e sulle transazioni finanziarie. Facendo la redistribuzione del carico fiscale a favore del lavoro quindi anche del piccolo e medio imprenditore, perché non esiste più la vecchia dicotomia tra lavoro e padrone. Proponendo un’economia produttiva da opporre ad un’economia speculativa. Il caso italiano fa scuola: in Italia i salari sono bassi perche si è creduto che la svalutazione competitiva fosse la strada. Ma è una strada folle perché non possiamo inseguire la Cina e la Malesia ma dobbiamo puntare sulla qualità, dall’agricoltura alle tecnologie.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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