martedì, 20 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Ci meritiamo una scuola migliore: dal “concorsone” ad una riforma di sistema
Pubblicato il 26-09-2012


La scuola italiana riprende il reclutamento dei professori per la prima volta dal 1999, e nonostante l’abbondante decennio trascorso, lo fa con i soliti metodi che ripropongono le solite contraddizioni. Un paio di esempi: se si avverte l’esigenza (sacrosanta) di svecchiare il corpo docente scolastico, perché si escludono dalla partecipazione i laureati dal 2003 al 2012? Se si intende privilegiare il merito – che, in assenza di criteri che lo definiscano precisamente, si configura anche come esperienza concreta acquisita nelle aule – perché si obbligano a sottoporsi alle prove odierne coloro (circa 200.000) che insegnano da “precari regolari”, molti dei quali già abilitati, azzerando così le differenze con gli altri candidati e generando conflitti sociali?

Per non parlare poi del mancato riordino concorsuale che riguarda i professori di religione – e della legittimità di tale insegnamento in una società che si professa laica e multietnica – ancora ad esclusivo appannaggio della chiesa cattolica o del discutibile criterio che attribuisce ad un test preselettivo la possibilità di accedere alle prove per l’esercizio di una attività la cui peculiarità, a prescindere dalla disciplina insegnata, è la gestione critica della complessità. Allora, forse, il nodo, al netto delle polemiche sindacali in atto e dei ricorsi già previsti all’indomani della pubblicazione del bando, è nel metodo. Forse nel terzo millennio è la logica del “concorsone” a dover essere superata; forse nella società della conoscenza e della formazione permanente il reclutamento del personale docente andrebbe strettamente legato al suo percorso formativo post-universitario, riconoscendo finalmente alla “didattica” un proprio status, diversificato a seconda del livello scolastico, che si avvalga di tecniche e di logiche proprie e specifiche, da studiare, acquisire e praticare.

Una specializzazione insomma che all’ingresso possa prevedere una seria valutazione anche sulle attitudini psicologiche all’insegnamento, oltre che propriamente culturali, dell’aspirante docente, selezionato anche durante la frequenza. Un esame finale, fatto solo di prove teorico-pratiche nelle aule, a contatto con gli studenti, finalizzato a mettere in evidenza anche le qualità pedagogiche del docente, dovrebbe servire a stilare una graduatoria di merito, in base alla quale “vincere” la cattedra.

Tentativi di scuole post-universitarie, destinate alla preparazione all’insegnamento sono stati fatti con l’istituzione delle SSIS, Scuole di Specializzazione all’Insegnamento Secondario, regionali e interateneo, attivate nel 1999 e chiuse nel 2009, attualmente sostituite dal TFA-Tirocinio Formativo Attivo. La direzione è giusta ma, prive di quella logica che mette al centro della preparazione del docente il vero attore della scuola, lo studente, si sono attestate e si attestano sulle solite logiche parossistiche di selezione da test sui “contenuti” e di accesso sostanzialmente basato sul censo.

La scuola italiana dunque, vero motore della crescita economica e della rinascita culturale di questa Nazione, deve essere investita da una vera e propria rivoluzione copernicana, preparata da una trasformazione radicale nella sua struttura: una minima anticipazione e contrazione del ciclo primario; un ampliamento della scuola secondaria di primo grado, vero asse portante della formazione di base della popolazione; il quinquennio del ciclo superiore caratterizzato da una didattica strutturata non più per classi statiche, ormai del tutto anacronistiche, ma in base a corsi di materie fondamentali e propedeutiche, a seconda dell’indirizzo scelto. Insieme all’ampliamento e alla modernizzazione dell’offerta didattica si otterrebbe così finalmente una scuola laica, scevra da ideologismi, seriamente orientata alla persona, in grado di garantire una solida e diffusa cultura di base e di riconoscere e preparare le eccellenze, sanando il gap con le altre nazioni europee, in virtù di insegnanti “maestri”, non reduci da “libro Cuore”, ma pedagoghi professionisti degli anni 2000 che, grazie alle nuove tecnologie e favoriti da una efficace rete di servizi culturali (che non c’è), potrebbero così essere messi in grado di promuovere l’interesse, l’attenzione e, perché no, l’amore per la cultura nei propri allievi.

Maria Squarcione


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