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Opinioni e commenti
 

Come fare coming out! Lo racconta Roberto Proia, autore del libro “Come non detto”
Pubblicato il 04-09-2012


“Coming out of the closet”, è un’espressione inglese che letteralmente significa “uscire dall’armadio a muro”, cioè “uscire allo scoperto”. In italiano la traduzione letterale sarebbe “uscir fuori”, inteso come “dichiararsi” a se stessi, prima, e poi agli altri. Su questo tema così delicato, da pochi giorni è uscito nelle librerie Come non detto. Il manuale del perfetto coming out di Roberto Proia, Edizioni Sonzogno. Proia di lavoro non fa lo scrittore, bensì è responsabile marketing della “Moviemax”, la casa di distribuzione cinematografica. E dal leggere sceneggiature, si è ritrovato a scriverne una. Il libro – che ha ispirato l’omonimo film – non contiene solo consigli su cosa fare o non fare quando si decide di “uscire allo scoperto”, ma anche testimonianze di gente comune che racconta la propria esperienza personale. Il libro presenta inoltre numerose citazioni di personaggi famosi sul tema della omosessualità. Avanti! ha intervistato Roberto Proia, l’autore del libro e sceneggiatore dell’omonima pellicola.

Come e perché è nata l’idea di scrivere un libro sul tanto temuto e rimandato momento del coming out?

Lo scopo è quello di raccontare il momento del coming out, fornendo spunti interessanti e pertinenti. Il tono è volutamente semiserio. La scelta di dichiararsi senz’altro implica un rischio, ma alla fine i problemi sono altri. Spesso il grande limite è la non accettazione di noi stessi. Ad importare è ciò che noi pensiamo di noi stessi, non quello che pensano gli altri. Il coming out aiuta a liberarti e a stare meglio.

Ha affermato che da giovane, «mi addormentavo sperando di svegliarmi etero. Adesso, quando ci ripenso, quel ragazzo che non voleva essere gay mi fa tenerezza». Quando è toccato a te dichiararti, hai inoltre ricordato che te «la faceva sotto in maniera imbarazzante».

All’epoca percepivo la mia omosessualità come qualcosa di terribile. Addirittura preferivo essere malato che gay. Fu un grande sbaglio perché era un dramma solo percepito, più che reale. Ero io il primo carnefice di me stesso. Avevo 23 anni quando lo dissi a mia madre, e andò meglio di quanto pensassi. Mia madre mi ha accettato dopo circa un anno.

Il suo libro l’ha dedicato a Tiziano Ferro. Non credi che avesse paura di rovinare la sua carriera dichiarando le proprie preferenze?

Il suo gesto l’ho ammirato molto perché l’ha fatto all’apice del suo successo, rischiando molto. Più sei in alto, più rischi di cadere in basso. Sarà stata una liberazione per lui, pur non conoscendolo personalmente, lo percepisco più rilassato, più sereno. Tanto rumore per nulla, il suo ultimo disco ha stravenduto. Non è cambiato nulla rispetto a prima. E per questo gesto lo ringrazio. In particolare, mi fa piacere che sia stato un artista italiano a fare questo passo e che il mio manuale sia destinato all’Italia, un Paese non così chiuso come viene descritto. Sono i governanti ad esserlo, la società moderna non è chiusa.

E la Chiesa?

A mio avviso spesso la classe politica utilizza la Chiesa  come capro espiatorio, come scusante. Se ci fosse una reale volontà di riconoscere i diritti delle coppie omosessuali, si procederebbe in tale direzione.

Secondo lei, i genitori di Mattia – il protagonista del film – rappresentano i tipici genitori dei giorni d’oggi?

Secondo me – nella loro complessità – sì. All’inizio infatti sembrano fatti in un modo, alla fine si rivelano essere altro. Sono pieni di sfumature. E questo conferma che era Mattia ad essersi creato un’idea dei genitori distorta, perché il primo a non accettarsi era proprio lui.

Silvia Sequi

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