venerdì, 23 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Nelle sale “Come non detto”. Il regista: «Mi interessano i processi di normalizzazione»
Pubblicato il 04-09-2012


Esce oggi al cinema Come non detto la commedia tutta italiana che fa sorridere e riflettere. Il film segna l’esordio del regista Ivan Silvestrini dietro la macchina da presa per un lungometraggio cinematografico, e il montaggio della modicana Alessia Scarso. Silvestrini – romano, classe 1982 – dopo il diploma in regia al Centro Sperimentale di Cinematografia, si è dedicato al suo primo progetto, la web series italiana in lingua inglese dal titolo “Stuck”. Poi è giunta la proposta di dirigere questa pellicola, ispirata all’omonimo libro scritto da Roberto Proia, che ha sceneggiato anche il film. La commedia racconta la storia di Mattia (Josafat Vagni), giovane laureato che, prima di partire per Madrid dove lo attende il suo compagno, si ritrova costretto a fare i conti con la sua famiglia, ancora ignara della sua scelta sentimentale. Avanti! ha intervistato Ivan Silvestrini, il giovane regista del film.

Come può definire questa prima volta dietro la macchina da presa per un film da cinema?

È stata un’esperienza molto positiva, fantastica, direi. La produzione mi ha messo nella condizione di poter lavorare con serenità. Ho avuto dei vantaggi poiché il film era nato come film piccolo, poi è cresciuto, e ho avuto libertà nella scelta del cast. Il risultato è molto simile a ciò che mi aspettavo.

Il tema principale del film è l’omosessualità e la difficile accettazione di se stessi. Perché ha scelto questo tema così attuale e delicato?

Roberto Proia aveva visto il cortometraggio con il quale mi sono diplomato. Stava cercando un regista e ha pensato che io potessi avere la sensibilità giusta per fare questo film. Tra i tanti motivi che mi hanno spinto ad accettare, c’è quello che è un film scritto col cuore e a me piace colpire al cuore. Mi interessano molto i processi di “normalizzazione” della diversità in generale.

In un’altra intervista ha definito “pop” il tono della fotografia. Perché?

La fotografia pop è stata una scelta presa di concerto con il direttore della fotografia. Non voleva essere un film dai toni iper realistici, ma una pellicola molto colorata, perché il protagonista tiene e trattiene le sue emozioni dentro se stesso e volevo che il suo sentire fosse rispecchiato al di fuori con un trionfo di luci e colori.

Quali sono le aspettative a pochi giorni dall’uscita del film nelle sale?

Sono molto emozionato, non vedo l’ora che esca. Per noi è stata un’impresa molto lunga, durata due anni. Sono curioso della prima reazione del pubblico. Per ora il riscontro della stampa online è stato molto positivo.

Com’è nata la collaborazione tra la cantuatrice Syria e il rapper Ghemon che hanno intepretato il brano che chiude il film?

Syria è stata coinvolta perché molto sensibile al tema, nonché cara amica di Roberto Proia. Dopo aver visto la pellicola, durante la sua elaborazione, ha deciso di scrivere un brano. Secondo me la canzone coglie bene lo spirito del film, l’aspetto liberatorio e l’ottimismo che vuole infondere. Uno dei temi che spesso ho affrontato con Proia è che, al di là di come possa andare il coming out, come pensi che gli altri lo possano vivere bene, se sei tu per primo a non accettarti?

Silvia Sequi

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