martedì, 20 febbraio 2018
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Opinioni e commenti
 

Dalla Chiesa, a trent’anni dalla morte mancano ancora i mandanti
Pubblicato il 03-09-2012


Era il 3 settembre del 1982 quando ammazzarono, a colpi di Kalashnikov, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa in via Isidoro Carini, a Palermo. Con lui caddero la moglie Emanuela Setta Carraro, e l’agente di scorta Domenico Russo. L’immagine di quella Autobianchi A112 con i finestrini sfondati dai proiettili e dentro i corpi di Dalla Chiesa e della moglie crivellati, rimane impressa nella memoria storica dell’Italia, lì ferma nel tempo, indelebile. Una delle tante immagini in bianco e nero, come quelle scattate dai grandi fotografi Letizia Battaglia e Franco Zecchin, che raccontano visivamente la Sicilia di quegli anni fatta di strade insanguinate.  

LA RABBIA DELLA FOLLA AI FUNERALI COME PER BORSELLINO – Il giorno dei funerali, che si tennero nella chiesa di San Domenico, videro una partecipazione straordinaria e furono un presagio di quello che successe molti anni dopo al funerale di Paolo Borsellino. La folla si scagliò contro le autorità politiche presenti al funerale risparmiando soltanto il presidente socialista Sandro Pertini. Durante i suoi famosi “100 giorni a Palermo” come prefetto del capoluogo siciliano, che fu il titolo del film diretto da Giuseppe Ferrara, il Generale fu lasciato solo. Forse anche per questo, sua figlia Rita, proprio durante la celebrazione funebre, fece rimuovere le corone mandate dall’Assemblea della Regione Siciliana, presieduta dal democristiano Mario D’Acquisto, e non strinse la mano a nessuno dei politici presenti. Lo stesso cardinale Pappalardo, che celebrava l’omelia, pronunciò la famosa frase: «Mentre a Roma si pensa sul da fare, la città di Sagunto viene espugnata dai nemici e questa volta non è Sanguto ma Palermo».

IL GENERALE NEL SUO LABIRINTO – Era solo dalla Chiesa. Nonostante i successi ottenuti nella lotta contro le Brigate rosse, a Palermo il Generale vide cadere gli uomini migliori dello Stato che lottavano ogni giorno proprio per difendere il Paese dall’aggressione della mafia. «Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì», affermò Dalla Chiesa dopo essersi reso conto che le promesse fattegli dal governo di allora, di attribuirgli poteri fuori dall’ordinario per contrastare Cosa nostra, erano soltanto un’illusione. Sono passati trent’anni da quel giorno e, ancora, non si conoscono i mandanti dell’omicidio. Purtroppo per noi, il labirinto dal quale Dalla Chiesa voleva far uscire la Sicilia è ancora lì.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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