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Opinioni e commenti
 

Ilva verso la chiusura e operai sospesi a 60 metri d’altezza per un posto di lavoro
Pubblicato il 26-09-2012


Vite sospese a 60 metri d’altezza, precarie, a rischio licenziamento e costrette a lavorare in un impianto che semina morte con le sue polveri. “La nostra iniziativa non è pilotata né dall’azienda né dai sindacati: la nostra è stata una decisione spontanea, non concordata con nessuno”. A parlare è Ivano, uno dei dieci operai saliti due sere fa sulla passerella dell’altoforno numero 5 dell’Ilva per “dare un segnale forte – dice – a tutti”. La protesta monta dopo la ferale decisione di ieri il gip Patrizia Todisco ha rigettato il piano presentato nei giorni scorsi dall’azienda per l’abbattimento delle sostanze inquinanti. Niente facoltà d’uso per gli impianti Ilva posti sotto sequestro da luglio scorso.

VITE SOSPESE A 60METRI DA TERRA – Ma gli operai dell’Ilva non mollano e continuano la loro protesta consapevoli che il giorno della chiusura degli impianti è sempre più vicino. “Vogliamo dire a tutti che anche noi ci siamo e combattiamo per i posti di lavoro. L’impianto – precisa ancora l’operaio – è in marcia ed è in sicurezza con il numero di personale necessario. Noi siamo in turno e abbiamo deciso questo tipo di manifestazione”. Chi, tra gli operai, è di riposo non può entrare nello stabilimento. I lavoratori fanno la staffetta per salire sulla passerella dell’altoforno che rimane permanentemente presidiata. Ma anche di fronte a una tragedia annunciata c’è chi si divide. Per un altro gruppo di operai che è davanti all’ingresso dell’Ilva e che fa parte del “Comitato cittadini e lavoratori liberi pensanti”, quelli che sono saliti sulla passerella “non sono operai, ma tecnici pilotati dall’azienda e stanno compiendo – dice Cataldo Ranieri – un atto palese per influenzare la magistratura”. “Protestano contro la magistratura ma la magistratura – aggiunge Massimo Battista, componente dello stesso comitato – non è il nostro nemico. Noi vogliamo essere trattati come gli altri operai che in Europa producono acciaio ma che non muoiono per l’acciaio”.

IL PIANO DI FERRANTE NON E’ STATO CAPITO? – A detta del segretario provinciale della Uilm, Antonio Talo’ il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, “ha sottolineato che l’impegno dei 400 milioni non è stato capito, che era solo l’inizio del piano di investimenti. Ora il percorso concertato non c’è più. Loro sono disponibili a fermare subito l’Altoforno 1, se invece si aggiunge anche l’Afo5 si apre uno scenario totalmente diverso sugli investimenti e sulle ripercussioni per i lavoratori. Se ci limitassimo al fermo dell’Altoforno 1 e delle batterie 5 e 6 – afferma il segretario della Uilm – i lavoratori interessati sarebbero ricollocati”.

CLINI, GIP NON INTERROMPA IL PERCORSO AVVIATO – “Aspetto di leggere le motivazioni del Gip, mi auguro che non interrompano il processo avviato dal ministero e dall’Ilva per adeguare gli impianti a degli standard tecnologici e ambientali all’avanguardia e di cui l’Europa si doterà dal 2016”. Così il ministro dell’Ambiente Corrado Clini commenta la decisione del Gip di Taranto che ha respinto il piano formulato dall’Ilva per interventi immediati per il risanamento degli impianti inquinanti.

LE REAZIONI DI POLITICA E SINDACATI – Un accorato appello al governo è quello espresso dal segretario del Pd affinché “prenda in mano la situazione, come si è impegnato a fare fin qui e che si trovi una via d’uscita”. Schierato per la non chiusura degli impianti Pier Luigi Bersani ha aggiunto: “Il governo ha in mano un passaggio autorizzativo, la nuova Aia – ha aggiunto – mi auguro che sia possibile raccogliere in quell’autorizzazione le preoccupazioni e le indicazioni che vengono dalla magistratura e che sia possibile al contempo non spegnere l’attività dell’azienda perché forse non si percepisce la dimensione colossale di questo problema”. Sulla stessa linea del segretario dei democratici anche il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni: “Spero ci sia sempre la possibilità di non arrivare a una spaccatura. Siamo addolorati. Serve più responsabilità” e “nessuno può pensare alla chiusura dell’attività. Se l’Ilva chiude, Taranto sprofonda in una voragine spaventosa”. Ancora più pessimista si è detto il leader Uil Luigi Angeletti che sul rischio chiusura ha tuonato: “Per me ormai è quasi una certezza…”.

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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