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Opinioni e commenti
 

L’altro 11 settembre: nel giorno dell’anniversario del golpe di Pinochet in Cile, Italo Moretti racconta la caduta del presidente Allende
Pubblicato il 11-09-2012


Salvador AllendeAlle 9:10 della mattina dell’11 settembre del 1973, il presidente cileno Salvador Allende rivolgeva alla sua nazione l’ultimo appello radiofonico sotto le bombe dell’aviazione golpista che cadevano su “La Moneda”, il palazzo presidenziale. «Sicuramente questa sarà l’ultima opportunità che ho per dirigermi a voi»: sapeva cosa lo aspettava il presidente Allende. Si asserragliò nel palazzo e decise di combattere fino all’ultimo per difendere la democrazia cilena e la sovranità popolare. «Subito dopo il colpo di Stato, la prima decisione che presero i militari fu quella di chiudere gli accessi al paese bloccando lo spazio aereo, il porto di Valparaiso e i valichi via terra» ricorda, intervistato dall’Avanti!, Italo Moretti giornalista e scrittore italiano, da sempre impegnato in America Latina, nonché uno dei primi giornalisti europei ad arrivare a Santiago dopo il golpe attribuito al dittatore Pinochet.

UNO STATO CONTRO I SUOI CITTADINI – Decine di migliaia di persone, “oppositori”, semplici cittadine e cittadini, lavoratori, studenti furono “concentrati” nello Stadio Nazionale di Santiago trasformato, per l’occasione, in un centro di tortura. Negli anni successivi iniziarono le “desaparicion”, cioè i sequestri di Stato con cui fu quasi cancellata un’intera generazione. Fu un piano con un nome, un marchio e una paternità ben precise: operazione “Condor”. Nell’ambito della dottrina detta del “patio di casa”, quella Monroe, il governo degli Stati Uniti contrastò con ogni mezzo necessario l’affermazione di forze ritenute “ostili” nel continente, a qualunque prezzo, sacrificando sull’altare di una presunta sicurezza nazionale il processo riformista e di avanzamento sociale latinoamericano.

IL CAMMINO DI ALLENDE – Stava aprendo il cammino il presidente Allende, promuovendo un vasto programma di riforme socialiste. Un cammino difficile, fatto di successi ma anche di grandi difficoltà ed errori. Ma ,da quell’11 settembre, al popolo cileno non fu più concesso di sbagliare né di scegliere il proprio cammino. Oggi sono passati tanti anni e l’America Latina è cambiata: realtà come il Brasile si sono affermate, diventando attori importanti sullo scacchiere internazionale. Il continente è attraversato da un grande entusiasmo e sono in tanti i governi al potere che reclamano un nuovo protagonismo e una nuova autonomia, avviando politiche riformiste e socialiste. Quell’ultimo discorso del presidente Allende, un discorso politico senza saliva, sotto i bombardamenti, dopo quasi trent’anni, rivela la sua capacità di interpretare gli eventi e intuirne la direzione: «I semi che abbiamo consegnato alla coscienza degna di migliaia di persone non potranno essere falciati […], i processi sociali non si bloccano né con il crimine né con la forza. Verranno altri uomini a superare questo momento grigio e amaro […], andate avanti sapendo che, presto, si apriranno di nuovo i grandi viali alberati attraverso i quali passano gli uomini liberi in cammino per costruire una società migliore».

Moretti Lei fu uno di primi giornalisti ad arrivare a Santiago dopo il golpe. Cosa ricorda di quel giorno?

Il primo provvedimento dei militari autori del golpe, che passa come golpe Pinochet, ma che in realtà fu ideato dal comandante della Marina a Valparaiso, fu quello di chiudere gli accessi al Paese bloccando lo spazio aereo, il porto di Valparaiso e i valichi via terra. Io ero a Buenos Aires dove c’era un folto gruppo di giornalisti stranieri che cercava di passare il confine. Con l’aiuto di alcuni colleghi nordamericani si ottenne l’autorizzazione per volo charter, attraverso l’intermediazione di alcuni generali argentini. Io fui tra quelli che si era prenotato per questo volo e, così, andai a Santiago. Ci si aprì d’avanti agli occhi una città spettrale, con poca gente per strada, molti presidi militari. Il clima era davvero gelido. Avemmo la chiara sensazione che si era consumato un colpo di Stato che aveva lasciato la popolazione terrorizzata. Il Paese era nel caos al punto che, quando i militari presero il potere, non ci fu reazione da parte delle forze d’opposizione che, del resto, non era stata nemmeno prevista o organizzata. Per questo non ci furono reazioni armate e popolari. La stessa reazione internazionale, a parte alcuni casi, non fu così forte come ci si sarebbe aspettato, quindi mancavano le premesse per un contro-golpe.

Quale fu il ruolo degli Stati Uniti nel golpe?

I militari furono riforniti di armi dagli americani e questo è rivelato dai documenti del Dipartimento di Stato. E’ storia che Nixon aveva dato disposizioni chiare a Kissinger affinché la Cia si adoperasse per evitare, in primo luogo, l’affermazione elettorale di Allende e, venuta meno questa possibilità, di impedire alla coalizione di Unità Popolare di governare. Anche l’appoggio logistico che ebbero gli agenti di Pinochet quando assassinavano gli oppositori da Buenos Aires a Washington, così come a Roma, dimostrano che il regime godeva di una rete di supporto amplia che si basava appunto sulla complicità statunitense.

Sappiamo che dopo i primi successi delle riforme di Allende, nel paese si aprì una grave crisi economica. In particolare il prezzo del rame, maggiore bene esportato dal Cile, si abbassò drasticamente. Ma quanto influì l’azione sul piano economico degli Usa?   

È stato un insieme di fattori. Sicuramente un ruolo importante lo giocò il prezzo del rame, ma c’era una situazione di crisi a tutti i livelli. Credo non ci fossero le condizioni economiche in quel momento specifico affinché le riforme potessero andare avanti con quel ritmo, né le  condizioni politiche perché il governo potesse far fronte alle difficoltà, soprattutto perché i democristiani cileni erano divisi in due anime, una golpista e una moderata. Solo un accordo con le forze democristiane avrebbe permesso di portare avanti le riforme con un governo forte, ma l’accordo non si dette. Il resto lo fecero le pressioni internazionali degli americani.

Quanto ha influito quell’episodio sulla storia dell’America Latina e, in generale, sui processi riformisti dei paesi democratici?

Fu un punto di svolta. L’accesso la potere di Up fu visto da ambienti internazionali filoamericani come un vero e proprio virus da eliminare. Un virus che si poteva propagare nel contesto dell’America Latina, un “neo” da cancellare. Questo ha bloccato un processo di riforme che sarebbe potuto venire da quel continente.

L’Unione Sovietica non fu particolarmente attiva nell’appoggiare Allende. Perché?

L’Urss ebbe un atteggiamento ambiguo, fu accusata da molti di indifferenza. I Sovietici dissero che avevano delle priorità, dovevano occuparsi di Cuba e dell’Angola. In realtà io credo che non avessero intenzione di interferire troppo in quell’area geopolitica e, soprattutto, non si fidavano del contesto politico cileno perché avevano paura di non controllarlo. C’era una forte presenza del Mir, un partito d’opposizione di estrema sinistra. Infatti, l’appoggio ad Allende non era stato forte nemmeno prima del golpe: lui fece un giro in paesi amici per cercare aiuti e l’Urss gli dette un sostegno irrisorio.

E se, invece, l’Urss avesse deciso di non interferire per lasciare agli Usa una zona d’influenza nell’ambito dell’equilibrio di Yalta, già alterato dalla rivoluzione cubana che aveva trascinando il mondo nella crisi dei missili?

È un’ipotesi. Non posso escluderlo.

Oggi l’America Latina conosce un processo di rinascita economica ma non solo. C’è un affermarsi di governi che rivendicano una forte autonomia delle proprie scelte e propongono riforme radicali.

Penso che sia un processo naturale che si sviluppa nella misura in cui è venuta meno la Guerra Fredda. Sicuramente i condizionamenti forti degli Usa hanno impedito alle forze riformiste di agire e quindi oggi, con una nuova posizione di forza, gli uomini che hanno il potere affermano la necessità di riprendere quei processi.

Come è cambiata la politica estera nordamericana da allora?

In realtà io credo che gli Stati Uniti abbiano preso atto che la situazione latinoamericana evolve in un senso riformista e, per questo, sono anche venute meno le politiche interventiste e subdole nel Continente.

Un cambio di approccio politico o un indebolimento strategico causato da una crisi di “superiorità” politica degli Usa?

Direi più una maturazione dell’approccio in politica estera dovuta anche al fatto che è venuto meno anche lo spettro comunista.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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