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Opinioni e commenti
 

Enel: “La sopravvivenza dei lavoratori del Sulcis dipende dalle scelte dello Stato”
Pubblicato il 05-09-2012


Dopo giorni di trattative convulse, i minatori sardi della Carbosulcis hanno concluso la loro protesta e sospeso l’occupazione dei pozzi di Nuraxi Figus. In seguito agli incontri di venerdì scorso a Roma tra alcuni rappresentanti dei lavoratori e i dirigenti del ministero dello Sviluppo economico, sembra esserci uno spiraglio di trattativa per gli operai. Il governo infatti ha chiesto alla Regione, che gestisce la Carbosulcis, di rimodulare il progetto “carbone-centrale” per renderlo quanto più sostenibile sul piano economico.

UN INTERVENTO COSTOSO – Tale progetto prevede un intervento atto ad aggiornare gli impianti in modo da rendere il più possibile meno inquinante l’utilizzo del carbone del Sulcis, caratterizzato da un alto tasso di zolfo e gas Co2. Come ha spiegato all’Avanti! Gerardo Orsini, responsabile per le relazioni con i Media dell’Enel, “le centrali sarde non possono usare il carbone proveniente dalle miniere del Sulcis, se non in una piccola percentuale, nonché mescolato con altri carboni, proprio per la sua caratteristica concentrazione di zolfo”.

IL PREZZO DA PAGARE  –  Il problema della riqualificazione dell’energia sarda, secondo la Carbosulcis, riguarda i progetti “Ccs”, che interessano la cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica nel sottosuolo. Per Orsini però il problema non riguarda solo il Co2, ma soprattutto lo zolfo. Un investimento importante che, secondo il responsabile della comunicaizone dell’Enel, si riverserebbe sulla collettività “perché solo attraverso delle sovvenzioni statali la produzione potrebbe sostenersi sul mercato”.

Si è parlato molto degli interventi necessari per riqualificare l’utilizzo del carbone della Carbosulcis. Su chi gravano i costi aggiunti determinati dalla necessità di sviluppare tecnologie idonee ad abbassare i livelli di zolfo e di Co2 del carbone sardo?

I costi vanno a spalmarsi sulle bollette e sulle imposte pagate dagli italiani, quindi sulla collettività. Ora, se per un privato potrebbero essere pochi centesimi che si sommano alla bolletta e alle tasse di fine anno, per un’industria, il cui bisogno di un approvvigionamento energetico è consistente, questo valore va a lievitare. Il tema è lo stesso del fotovoltaico per il quale lo Stato italiano ora vuole mettere un tetto di spesa di massimo 6 miliardi l’anno. La domanda è: il Paese è disposto a sostenere i costi per far sì che l’industria sarda sopravviva? È una scelta prettamente politica.

Quindi cosa accadrebbe?

Se il progetto venisse approvato e lo Stato prediligesse il tema occupazionale sardo, allora l’Enel sarebbe interessata. Sempre che ci sia un rientro utile per l’azienda. Non saremo gli unici naturalmente, perché il fatto di utilizzare fondi europei determina automaticamente la necessità di aprire un bando alle aziende a livello europeo.

Quali altri combustibili si possono sviluppare?

Se riuscissimo a sfruttare una maggiore quantità di carbone, si potrebbe arrivare ad uno scenario in cui il mix energetico sarebbe composto per 1/3 da gas, 1/3 da energie rinnovabili e 1/3 da carbone. Ma il problema con il carbone del Sulcis, risiede nel fatto che questo non può essere venduto al di fuori dalla Sardegna, per la quale sono state varate delle leggi straordinarie proprio alla luce della situazione occupazionale. Il contenuto di zolfo del carbone estratto dal Sulcis infatti, ha un tasso di contenuto di zolfo di circa 10 volte superiore ai valori consentiti per legge europea.

Quindi cosa andrebbe fatto?

Credo che, prima di pensare al Co2 di cui tanto si parla in questi giorni, bisognerebbe pensare ai sistemi per la cattura dello zolfo. Questo processo comporta una lievitazione dei costi più di qualunque altro progetto, parliamo di circa 200 milioni per la Carbosulcis, 250 secondo il sottosegretario De vincenti, e questo solo per i primi otto anni. Sfortunatamente questo è un prezzo che si paga per la natura merceologica del prodotto.

Insomma sembra che per il nostro Paese, che si rifornisce da altri, sviluppare energie alternative sia estremamente complesso.

L’Italia, per ovvie ragioni, non ha l’energia nucleare, che in altre realtà d’Europa apporta in media circa il 25% della produzione, con casi come la Francia dove addirittura supera il 75%. La nostra energia deriva per il 69% dal gas e per una piccola parte da olio combustibile oltre che dal carbone. Il gas però ha un difetto enorme: il suo prezzo sale quando sale il pezzo del petrolio. Inoltre l’Italia non può approfittare del boom dei gas meno puri, che hanno una composizione diversa, ma necessitano di rigassificatori per diventare utilizzabili. Il Paese non ha abbastanza di queste infrastrutture e rimaniamo tagliati fuori da un mercato che migliorerebbe la nostra disponibilità energetica.

Queste risorse si potrebbero impegnare meglio, anche dal punto di vista della creazione di posti di lavoro in Sardegna?

Ripeto, si tratta di scelte politiche e non spetta a me occuparmene. Quello che credo è che, a volte, ci vorrebbe una visione più ampia, una visione d’insieme. Invece noto che spesso in Italia si rincorrono i problemi e si gestiscono emergenze specifiche, rattoppando i buchi senza valutare gli impatti di medio e lungo periodo, e ricorrendo a soluzioni non sempre efficienti.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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Commenti all'articolo
  1. Vorrei chiedere a questi ” economisti” se l’ENEL fosse rimasta una Azienda pubblica si sarebbe preoccupata di investire su apparecchiature idonei per abbassare i valori dello zolfo nel carbone. Trattandosi di una Azienda, oggi, quotata in borsa bisogna guardare gli aspetti economici. Da sempre il carbone sardo ha alimentato la centrale termoelettrica e tutti erano a conoscenza dell’alto contenuto di zolfo dello stesso. Perché questi economisti non valutano che l’ ENEL, anche oggi, acquista combustibili solidi con alti contenuti di zolfo che alimentano diverse centrali termoelettriche in Italia, forse perché nel mercato mondiale costa meno. E’ vero che ha operato interventi di bonifica nei camini per abbassare le concentrazioni di CO2 e di zolfo. Naturalmente il costo di questi interventi viene distribuito nelle bollette. Come pure il costo del sovrapprezzo termico cosi anche sull’energia nucleare importata da quei Paesi limitrofi dove tranquillamente viene prodotta. Non capisco, pertanto, debbano essere i minatori sardi a pagarne le conseguenze. Solidarietà.

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