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Opinioni e commenti
 

Regione Lazio, Labellarte (Psi): «Quanto accaduto è espressione di un sistema e non di mele marce»
Pubblicato il 21-09-2012


Continua il terremoto nella maggioranza di centrodestra alla guida della regione Lazio dopo gli scandali scoppiati negli scorsi giorni. Mentre il presidente Polverini, dopo una giornata di passione, sembra aver ritrattato le sue minacce di dimissioni, Franco Fiorito, “er Batman”, unico indagato ad oggi nella vicenda ribattezzata “Laziogate”, ha parlato davanti agli inquirenti tirando in ballo altri membri del Consiglio e affermando, e poi smentendo, che la Polverini stessa sapesse. Intanto, nel pomeriggio di ieri, Francesco Battistoni, dopo un faccia a faccia con il segretario del Pdl Angelino Alfano, ha consegnato le sue dimissioni da capogruppo. Insomma, come afferma il responsabile nazionale Enti locali del Psi Gerardo Labellarte, un castello di carte che inizia a crollare espressione di  «un sistema complessivo che il presidente Polverini ha contribuito a mettere in piedi e del quale ha la piena responsabilità».

Sembra che, sulla scia degli scandali, la maggioranza in regione Lazio si stia sgretolando come un castello di carte.

Per capire quanto sta accadendo bisogna fare una premessa: il centrodestra romano e laziale è forse il peggiore in Italia perché, a Roma, non è mai nato un gruppo dirigente vero di Forza Italia. Il gruppo dirigente del Pdl è sostanzialmente una filiazione delle correnti del vecchio Movimento sociale italiano. Questo significa, di fatto, una scarsa o nulla cultura di governo e l’abitudine ad una sorta di “guerra per bande” tra le correnti interne. L’humus culturale è quello di una inclinazione alla rissosità politica che si traduce in inadeguatezza rispetto alle cariche di governo, soprattutto in un contesto di grandi metropoli come Roma. Questo si riflette sia nell’operato dell’amministrazione comunale che regionale, che hanno prodotto risultati disastrosi. Non dimentichiamo, ad esempio, lo scandalo di “Parentopoli” che ha coinvolto l’amministrazione di Alemanno.

In quest’ottica la teoria delle “mele marce” isolate, accreditata dal presidente Polverini, non è credibile.

La gestione la cosa pubblica in maniera “disinvolta” è una questione strutturale al centrodestra. Lo prova il fatto che lo scandalo che oggi travolge la giunta Polverini non arriva come un fulmine a ciel sereno. La questione è venuta fuori ora in maniera spettacolare, per le indagini che hanno messo in evidenza possibili reati, ma era stata già stata ampiamente denunciata da varie forze politiche dell’opposizione. La Polverini non può fare distinzioni tra mele marce perché si tratta di un sistema fondamentalmente guasto nel quale ci sono eccessi e non tutti hanno lo stesso livello di responsabilità. Ma pur sempre un sistema complessivo che il presidente Polverini ha contribuito a mettere in piedi e del quale ha la piena responsabilità. Se così non fosse, non avrebbe nominato persone del calibro di Fiorito come capogruppo. Il fatto che scoppi il caso dopo due anni e mezzo dimostra che la struttura politica non ha anticorpi. Quel sistema che oggi esplode è stato messo in piedi quando Renata Polverini ha fondato il suo movimento politico, “Città nuove”, finanziando scientemente “attività collaterali” comprese le spese facili in “ostriche e champagne” che sono l’aspetto più spettacolare, contraltare di un sistema di finanziamenti strutturale finalizzato al mantenimento di un’attività politica fatta con il denaro pubblico.

Oltretutto la Polverini ha impostato la sua “difesa” sui tagli agli sprechi, confondendo un po’ le acque e mescolando gli sprechi con le eventuali responsabilità penali di membri della maggioranza.

Certo. Sono due piani distinti. Se si sono prodotti degli illeciti questo è compito della magistratura accertarlo. Il discorso sui tagli poi è ipocrita perché il Presidente dice di voler tagliare cose che lei stessa ha deliberato come la questione delle palazzine. Lo spreco sicuramente c’è, ma è addebitabile a lei stessa visto che è notevolmente aumentato rispetto alla precedente amministrazione di centrosinistra. Anche l’incremento dei consiglieri esterni è totalmente frutto di decisioni di questa giunta e ora si porta come bandiera della “pulizia” il taglio degli stessi consiglieri, così come la questione dei vitalizi agli assessori esterni, voluti fortemente dalla Polverini, contro la quale l’opposizione si è battuta con forza.

Possibile che non si siano resi conto delle conseguenze disastrose della gestione dei fondi pubblici, soprattutto in un momento così delicato per la vita politica del Paese, in cui monta la cosiddetta “antipolitica”?

In generale, la classe politica dimostra di avere a volte scarsa sensibilità rispetto alla percezione del livello di esasperazione dell’opinione pubblica. Ma, nel particolare, con le amministrazioni di centrodestra nel Lazio assistiamo all’affermarsi di un atteggiamento di iattanza, di un’arroganza frutto proprio della scarsa sensibilità democratica di cui parlavo. L’idea, che nasce nel substrato politico e culturale di queste persone è “io sono qui e gestisco a modo mio” non curandomi delle regole. A vedere certi personaggi si capisce bene quale sia il loro background culturale che evoca una certa attitudine al “me ne frego”. I risultati estremamente negativi delle amministrazioni sono frutto proprio di questa degenerazione nell’uso delle risorse pubbliche.

Cosa ha determinato il caso fiorito in casa Pdl?

Con questi presupposti, quando scoppia il caso si rimette in atto proprio quella guerra tra le correnti interne, ovvero l’area ex An e Forza Italia. All’interno del Pdl scatta dunque una sorta di istinto di conservazione perché si rendono conto che le dimissioni significherebbero sancire il definitivo fallimento di un esperienza amministrativa nel Lazio. Per questo cercano di adottare la politica del capro espiatorio, individuando arbitrariamente dei responsabili, i due capigruppo e il Presidente del consiglio, con in fine di salvare la legislatura e il Presidente. Ma questa partita interna è una vera e propria sceneggiata che tende ad accreditare l’idea dell’esistenza di una dialettica tra pochi corrotti che hanno sbagliato ed un corpo sano, rappresentato dalla Polverini, che ha la capacità di risanare. Va da sé che se davvero sono responsabili il Presidente del consiglio e i due capigruppo della maggiore forza politica della coalizione, allora si tratta di una responsabilità complessiva. Questa faida interna, se dovesse proseguire senza giungere a delle dimissioni, si ripercuoterebbe sulle istituzioni rendendo ingestibile la situazione.

Qual è la proposta del centrosinistra?

La nostra opinione politica è che non ci sono le condizioni per continuare questa esperienza di governo. La Polverini dovrebbe dimettersi, bisognerebbe sciogliere la giunta e ridare la parola agli elettori.

Roberto Capocelli

 

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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