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Opinioni e commenti
 

Terlizzi: «Le primarie sono uno strumento al servizio della politica, solo se utilizzate correttamente»
Pubblicato il 08-09-2012


Se è vero che l’indebolimento della politica con la “P” maiuscola è il risultato di profondi cambiamenti storici, sociali e “tecno-culturali”, è altrettanto vero che la sua latitanza non può che rendere questa situazione molto più drammatica. Infatti, come ammonisce Mauro Terlizzi, esperto di comunicazione politica e autore del libro “Primarie, istruzioni per l’uso” intervistato dall’Avanti!, «gli esseri umani sono esseri sociali per eccellenza e senza la politica diventano scimmie perché la politica è la dimensione stessa delle relazioni interpersonali. È un presupposto imprescindibile della vita collettiva». Proprio per questo, le sfide poste dalla crisi attuale impongono, alle donne e agli uomini impegnati in prima linea per ridare alla politica la sua imprescindibile sovranità, una riflessione profonda sui contenuti e sui valori, ma anche sulle pratiche da utilizzare.

Dove trova origine la crisi di rappresentanza della politica?

È cambiato l’ordine della scala dei bisogni, delle attese, dei valori nella società e la politica non è stata capace di rimanere al passo, non ha determinato i mutamenti e non è stata in grado di guidarli proponendo soluzioni. I partiti hanno perso il ruolo di agenzie risolutrici, soprattutto dopo il crollo del muro di Berlino e delle ideologie. Le relazioni sociali tra gli individui sono diventate “liquide” come dice il professor Baumann, e questo ha fatto assumere alla politica tradizionale un ruolo secondario perché altri attori si sono fatti supplenti. Poi ci hanno raccontato della “fina della storia”, della fine delle ideologie affermando il pensiero unico della fede nel mercato da un lato e della tecnocrazia dall’altro. In una realtà in cui non ci sono idee forti che guidino i cittadini immersi in un mondo senza profondità, senza un presente e un passato, quelli che sono stati i partiti di massa è chiaro che vanno in disuso.

Di fronte a questo scenario qual è il rapporto che esiste tra rappresentati o rappresentati?

Il problema della delega innanzitutto è centrale perché, ridotta al margine in questo modo, la politica inizia a tramutarsi in delega a se stessa. Ma attenzione: gli esseri umani sono esseri sociali per eccellenza, e senza la politica diventano scimmie perché la politica è la dimensione stessa delle relazioni interpersonali. È un presupposto imprescindibile della vita collettiva. Così nasce il cancro degli ultimi 20 anni, cioè l’idea della elìte personalizzate e delle lobby nel senso peggiore del termine.

Ma in qualche modo, le ideologie sono state anche loro degli strumenti che hanno “ingessato” la società e la politica, facendola restare indietro rispetto ai bisogni.

Parlando di ideologie mi riferisco alle idee forti in grado di spiegare la realtà, non manichee e totalizzanti, ma valori e princìpi da tradurre in azioni. In questo non c’è contraddizioni con la modernità anzi, ricordo un discorso di Turati del 1922 in cui, di fronte agli eccessi del fascismo e del bolscevismo, poneva la questione quanto mai attuale della libertà di pensare, di agire, di autodeterminarsi e libertà economica come intimamente legate tra di loro, affermando che togliendone uno tutte le altre vanno a decadere. Questa è l’idea alla base del socialismo riformista inteso come processo che dà autonomia che oggi più che mai è attuale.

In questo contesto s’inserirebbe Grillo?

Credo che ci sia un errore nel rappresentare Grillo come il padre dell’antipolitica. Al contrario, il fenomeno è l’affermazione di un bisogno estremo di politica che non trova sbocchi ed viene, perciò, incanalato male. Da noi è quasi commuovente: nonostante la crisi delle agenzie della politica la gente continua ad andare a votare almeno al 70%. Io poi porto sempre l’esempio di Milano che si dice sia la città con il maggior numero di persone che fanno i volontari, e cos’è il volontariato se non una sublimazione della politica?

In tutto questo discorso come affronta il discorso nel suo libro “Primarie istruzioni per l’uso”?

Da esperto di tecniche mi rendo conto che è indispensabile riaffermare il primato, la supremazia totale della politica sui suoi strumenti. Sono stufo della specificità italiana che trasforma gli strumenti, le primarie in questo caso, in valore politico. Queste sono solo uno modo che, se scelto, ha delle implicazioni a livello di organizzazione e di gestione politica e, per questo, da attuare propriamente o non attuare per niente. È una scelta, niente di più, ma, una volta fatta, va portata a termine fino in fondo. Le primarie possono essere uno strumento interessante per verificare la partecipazione attiva della gente.

Quali sono le implicazioni, a livello politico, di questo strumento?

Le primarie sono un meccanismo di selezione della classe dirigente, dunque, si sostituisce il tradizionale Congresso con i potenziali elettori, che devono essere necessariamente iscritti ad un albo preliminare. Va ricordato che attraverso le primarie si modifica geneticamente il partito, creando un altro tipo di continuità tra leader e base. È chiaro che chi vince le primarie è il candidato premier, non si può chiedere agli elettori di scegliere e poi dirgli che la loro scelta non conta.

Chi intende per elettori?

Se ci si rivolge a degli elettori, e non a un congresso, è chiaro che si deve presentare un’offerta di rappresentanza: i militanti diventano un bacino privilegiato per le candidature e il presupposto dell’organizzazione delle primarie. Questo tipo di pre-elezioni non sono come quelle politiche: a chi già condivide i tuoi valori non interessa il programma, ma vuole vedere se “tu, capo” hai gli strumenti per sconfiggere gli avversari, per vincere. Non devi convincere sui contenuti, devi convincere della tua leadership.

Come nasce questa “specificità” italiana che porta ad un sistema incompiuto contro la quale lei si scaglia?

Il valore della politica è la proposta e non gli strumenti. Noi, invece, da quando ci sono le primarie introdotte da Prodi nel 2005, discutiamo ancora dei regolamenti. Quella del 2005 è una soluzione che piace a qualche politologo che non ama i partiti di massa ma preferisce, e lo si capisce, i sistemi reticolari. Ma in quel momento c’era a sinistra un leader senza partito, Romano Prodi. Per questo gli venne in mente che le primarie potessero essere un mezzo di legittimazione formale per sfruttare, anche comunicativamente, la sua leadership. Questa scelta ha determinato una decisione presa senza valutare la portata delle implicazioni. E’ da allora che il sistema primarie si è diffuso così capillarmente nel periodo pre-elettorale.

Cosa ci si deve aspettare per il futuro? E chi modificherà la pratica delle primarie?

Mi auguro che il sistema si affini e si stabilizzi. Ipotizzo che questo avverrà soprattutto per una spinta proveniente dal centrodestra che, ad un certo punto, dovrà superare la figura di Berlusconi e il berlusconismo.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

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@robbocap

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