giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Al Centro Pio Manzù i giovani che ce la fanno: creativi, nomadi e impegnati
Pubblicato il 12-10-2012


“Quanti ragazzi in sala pensano che oggi in Italia serva di più una buona raccomandazione che conquistarsi un titolo di studio importante con sacrificio?”. Per alzata di mano, la stragrande maggioranza dei ragazzi di liceo presenti al teatro Novelli alla giornata di inaugurazione della 43ma edizione delle Giornate internazionali del Centro Pio Manzù di Rimini, pensa che una spintarella o un “aiutino” oggigiorno facciano la salvezza, il benessere, la carriera molto più della schiena piegata sui libri. Sconfortante dato psicologico, immediato e di massa, che la dice lunga sullo stato delle cose in Italia “incubatore della crisi sistemica”, come recita il sottotitolo della kermesse culturale, ma anche, si spera, testa di ponte di un movimento di rinnovamento della società civile e delle istituzioni nel loro insieme.

ITALIA, ESCI O CRESCI! – E Roger Abravanel, ingegnere-economista, consigliere di amministrazione in varie aziende e autore del saggio “Italia, esci o cresci!”, ce la mette tutta per evidenziare la filigrana del collasso morale, educativo e professionale che attanaglia soprattutto le giovani generazioni. Pur rischiando, in qualche passaggio, una certa spocchia da vecchio docente che “interroga” gli astanti, e lo fa per davvero. Ma l’intento è chiaro: scuotere menti che sono disabituate al pensiero critico, ad uno scatto di indipendenza e autoposizionamento nel mondo, che non sanno più “trovare passione” per corsi specifici di apprendimento e realizzazione personale, che nemmeno più riescono a distinguersi nell’elaborazione sensata delle proprie argomentazioni. “Secondo dati Ocse – sottolinea – l’80% degli italiani non è in grado di spiegare a parole sue ciò che ha appena letto. E questo sottolinea l’analfabetismo nel quale viviamo immersi”.

SETTE MITI DA SMONTARE – Non solo. Ma, secondo Abravanel, vanno smontati sette “miti” che bloccano l’espansione dell’individuo che sta crescendo anagraficamente e socialmente. Si può trovare indipendenza senza per forza credere nel posto fisso. Bisogna seguire una propria corrente di vita e di studio senza cedere agli stereotipi formativi. Non bisogna pensare di essere solo in credito con la società. Investire in comunicazione. Rinunciare alle “comfort zone”, la famiglia, la città di origine, e allargare il proprio raggio d’azione. Accettare le lezioni che derivano dai fallimenti. Non fare i furbi e allinearsi al rispetto delle regole generali. Dunque, meritocrazia sì, come panacea di mali antichi, corruzione e asimmetria di chance per questioni di potere in testa a tutti, ma all’interno di un sistema di idee e di comprensione del mondo che implica maggiore dialogo, maggiore consapevolezza, maggiore autodifesa, un empowerment collettivo, insomma, di cui si fatica però – soprattutto in prolusioni dal sapore generalista – a identificare target e strategie di azione.

BISOGNA “PRENDERE E PARTIRE” – “Meritocrazia vuol dire non semplicemente il fatto che un raccomandato non deve avere più opportunità che una persona non raccomandata; meritocrazia vuol dire competizione, lotta per l’eccellenza. Ma la competizione non può nascere in una società e in un’economia dove non si rispettano le regole, perché se lui magari è meno bravo di me ma è un furbo che evade le tasse, oppure ha i suoi modi per potermi fregare, alla fine pure dicono che è bravo, io rinuncio e me ne vado”. E allora forse è meglio “prendere e partire”, in barba a un capitalismo sempre più mortificante e sofisticato, come ha sottolineato Giovanni Masini, giovane imprenditore che ha fondato assieme al fratello la Faserbeton, azienda specializzata nella produzione di calcestruzzo fibrorinforzato, con sede a Falkow in Polonia. Un intervento il suo molto applaudito perché invita a una vera “mobilità globale”, senza le rassicurazioni della “famiglia chioccia” che tiene i figli avvinti a sé e il rigetto aprioristico di un nomadismo che è la vera essenza oggi della ricerca del lavoro e dello scambio di esperienze.

AVANTI I GIOVANI – Come pure ha fatto Matteo Iannacone, giovane ricercatore di Harvard, da poco a capo di un laboratorio presso l’Istituto Scientifico Universitario San Raffaele di Milano che investiga le dinamiche delle risposte immunitarie antivirali. Molto critico su quanta poca capacità attrattiva hanno le strutture italiane in termini di risorse, multiculturalità, sostegno, capacità organizzativa, e su quanto poco giornalismo scientifico ci sia nei media italiani. E allora il vero dilemma resta questo: sapranno i giovani dell’ultima covata incarnare questo mix antropologico su cui si disegna il futuro, fatto di creatività, pionierismo, impegno? E sapranno gli apparati obsoleti di Stato intercettare queste impellenti domande di senso e di crescita?

Carmine Castoro

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