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Beirut, torna l’incubo delle autobombe. Otto morti per un’esplosione nel quartiere cristinano
Pubblicato il 19-10-2012


Sarebbe di almeno otto morti e settantotto feriti il bilancio provvisorio di un’esplosione avvenuta a Beirut nel primo pomeriggio. Lo scoppio sarebbe stato causato da un’autobomba collocata nella popolare piazza Sassine, nel quartiere cristiano-maronita di Ashrafieh, poco distante dal centro della città. L’esplosione sarebbe avvenuta a circa 200 metri dalla sede del partito “Kataeb”. L’esplosione ha causato anche l’incendio di molte auto parcheggiate nelle vicinanze. Sul posto sono immediatamente accorse numerose autoambulanze dal vicino ospedale “Sacre Coeur”.

NON CHIARO IL MOVENTE – Non si conosce ancora l’obiettivo dell’attentato che ha colpito anche gli edifici che ospitano la radio “Voce del Libano”, legata a Saad Hariri, leader del partito “Alleanza del 14 marzo” e figlio dell’ex primo ministro Rafik assassinato proprio a Beirut da un autobomba nel 2005. Proprio quell’omicidio, rimasto ancora irrisolto, portò ad un ondata di proteste popolari che costrinsero i siriani ad abbandonare il Paese, presidiato militarmente dall’esercito di Bashar al Assad dalla fine della guerra civile nel 1990. Dall’inizio della sollevazione contro il regime siriano, il Libano ha visto un aumento degli scontri e delle tensioni, soprattutto nelle aree del “Paese dei cedri” dove più forte è la concentrazione di sostenitori di Assad. L’ultima autobomba esplosa in Libano risale al 2008 ed aveva come obiettivo i membri della commissione che indagavano sulla morte di Hariri.

UCCISO IL CAPO DELL’INTELLIGENCE – C’è anche il colonnello Wissam al-Hassan, capo del servizio interno dell’intelligence militare libanese, tra le vittime dell’attentato di oggi a Beirut. E’ quanto riferisce la tv satellitare al-Jazeera, secondo la quale proprio il colonnello era l’obiettivo dell’attacco. Al-Hassan, vicino all’ex premier Saad Hariri, era stato accusato di recente dagli sciiti di Hezbollah di fornire armi agli oppositori siriani dell’Esercito libero. Al-Hassan aveva scoperto di recente un piano per attentati contro personalità politiche e religiose nel nord del Libano. La scoperta aveva portato all’arresto dell’ex ministro dell’Informazione, Michel Samaha, stretto alleato del presidente siriano Bashar al-Assad. Subito dopo l’arresto l’estate scorsa di Samaha, incastrato tramite un informatore che aveva registrato le conversazioni con l’ex ministro, gli uomini di Hasan avevano rinvenuto nelle sue abitazioni ordigni e soldi provenienti dal generale siriano Ali Mamluk, ora a capo dell’Ufficio per la sicurezza nazionale di Damasco. La procura libanese aveva aperto un fascicolo contro il generale Ali Mamluk e il suo assistente un ufficiale indicato come Adnan. Wissam al Hasan, sunnita, era da anni a capo del servizio d’informazioni della polizia, istituzione che nella lottizzazione confessionale libanese era dominata dal movimento al Mustaqbal vicino all’Arabia Saudita e rivale del fronte guidato da Hezbollah, alleato dell’Iran e del regime siriano. Il movimento sciita Hezbollah controlla invece la direzione della Sicurezza generale e l’intelligence dell’esercito, le altre due agenzie di controllo libanesi.

IL FIGLIO DI GEMAYEL – Immediatamente dopo l’attentato il deputato del Kataeb, Nadim Gemayel, figlio del presidente Bashir Gemayel ucciso durante la guerra civile, ha dichiarato che «in tempi di guerra come di pace Achrafieh paga il prezzo del sacrificio per il Paese». Il padre di Nadim fu ucciso, nel 1982, proprio da un attentato nella stessa piazza Sassine.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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