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Opinioni e commenti
 

Chavez rieletto presidente per la terza volta
Pubblicato il 08-10-2012


È stato eletto per la terza volta il presidente venezuelano Hugo Chavez. Dopo l’annuncio della vittoria con più del 54 per cento dei voti, la capitale Caracas è scoppiata in un tripudio di canti e balli, illuminata da uno spettacolo pirotecnico durato più di un’ora. Lo sfidante, il giovane Henrique Capriles, ha conquistato il 45 per cento dei consensi: un buon risultato se lo si paragona al 36 raggiunto otto anni fa dall’opposizione, ma pur sempre non sufficiente per sconfiggere “El Presidente del pueblo”, come ama definirsi il tenente colonnello Chavez. Le letture del risultato sono varie. Per alcuni si tratta dell’ennesima dimostrazione di come Hugo Chavez sappia rialzarsi in piedi: innanzitutto dal tumore che lo aveva colpito, e dal quale sembra essersi ripreso pur se le cartelle mediche rimangono segreto di stato. Per altri invece i nove punti guadagnati in questi anni dall’opposizione dimostrano la debolezza del Presidente che non riesce più a registrare i vecchi plebisciti, con il 63% dei suffragi, nonostante controlli i gangli vitali dello Stato bolivariano, media inclusi. Per Bobo Craxi, responsabile delle Politiche Internazionali del Psi, intervistato dall’Avanti!, per capire la situazione è necessario rendersi conto che «quel che è certo è che quando un potere militare si unisce ad un’ideologia forte, in questo caso il socialismo bolivariano di Chavez, la società viene pervasa dal populismo che trova terreno fertile soprattutto nelle classi povere e diseredate».

ALTA AFFLUENZA AL VOTO – La battaglia tra i due candidati non era scontata. Forse per questo l’affluenza alle urne è stata la più alta della storia del Paese, con oltre l’80 per cento dei diritto al voto. Negli ultimi giorni si erano rincorsi poi sondaggi che assegnavano a Capriles buone speranze di vittoria. Ma, evidentemente, i tanti dubbi sui legami con le vecchie oligarchie hanno pesato sulle scelte degli elettori. Sicuramente Chavez ha messo in piedi un sistema fatto da una burocrazia da lui stesso controllata, ha utilizzato le commesse della Petroleos de Venezuela S.A., la compagnia nazionale, per ridistribuire fondi a pioggia nei barrios popolari di Caracas, e non ha investito sulla crescita del paese. Ma in un continente in cui le classi popolari hanno una storia di umiliazione, l’eventuale ritorno di quelle oligarchie fa ancora troppa paura.

Onorevole Craxi, come va letto il dato delle rielezione di Hugo Chavez?

Intanto non possiamo leggere i dati dei paesi sudamericani con gli occhi europei e tanto meno italiani. Certo, è vero che con il Venezuela noi italiani abbiamo rapporti storici, antichi e consolidati. Non dobbiamo dimenticare che la comunità italiana è la più improntante del Paese. Quel che è certo è che quando un potere militare si unisce ad un’ideologia forte, il socialismo bolivariano di Chavez in questo caso, la società viene pervasa dal populismo che trova terreno fertile soprattutto nelle classi povere e diseredate. Chi si oppone a Chavez sono i ceti borghesi, ma anche intellettuali e liberali che non trovano e non hanno trovato e non hanno nemmeno espresso una leadership alternativa. Anche se, il risultato dell’opposizione, per al prima volta “dall’era chavista”, ha raggiunto un dato apprezzabile.

Si dice che alla fine abbia prevalso una certa paura di un ritorno al potere dei vecchi elementi dell’oligarchia.

Può darsi. Ma anche quella di Chavez è un’oligarchia. Un’oligarchia militare e anche burocratica. Quindi dietro di lui non c’è solo il popolo. Poi buona parte dell’establishment venezuelano vive anche quella frattura che attraversa un po’ tutto il Sud America che vede proprio in Chavez un punto di riferimento politico ed economico di una sorta di rinascita. Paesi come Ecuador e Bolivia hanno eletto il Venezuela bolivariano a punto di riferimento di un’America Latina che contrasta l’egemonia, l’influenza e, diciamolo pure,  l’ingerenza degli Usa che per anni hanno operato nello scenario latinoamericano. Lui ha tenuto testa a questa egemonia come ha fatto il Brasile di Lula, un leader popolare e populista che, però, ha avuto una riconversione democratica forte. In quest’ottica, al di là dell’elemento grottesco della sua figura e della sua personalità, Chavez incontra il favore popolare perché cerca di avere una dimensione extracontinentale, trasformando questo paese grande e ricco del Sud America e dandogli una dimensione che travalicasse i suoi confini. Nulla a che vedere con le correnti socialdemocratiche negli anni ’80. Inoltre, la storia ci dimostra come si affermino personaggi “forti”, sia che difendano i possidenti sia che difendano “il popolo”.

Allora perché si genera questa dinamica?

Perché è un continente che non ha conosciuto la rivoluzione industriale e quindi anche la formazione della politica non avviene attraverso processi di emancipazione delle classi sociali in seguito ad una trasformazione industriale. Sono passati dallo schiavismo al potere finanziario dei grandi latifondisti, al potere dei militari e alla crescita tumultuosa delle aree urbane sottosviluppate. Per questo la società si organizza su grandi movimenti di massa. Manca la mediazione partitica, “alla europea”. In quest’ottica, quello di Chavez è un socialismo che cerca di fare della redistribuzione della ricchezza uno dei punti base su cui aggregare consenso popolare. Ed è vero che, rispetto al passato, ha redistribuito alle classi popolari. Ma non ha sviluppato l’iniziativa imprenditoriale, non ha favorito la crescita.

Quali altre frecce al suo arco ha Chavez?

Il credito acquisito da Chavez, anche rispetto alla questione della guarigione dal cancro, ha generato presso l’opinione pubblica anche un elemento affezione. Poi, come dicevo, lui rappresenta il volto di una riscossa del Continente. Quindi anche un elemento di orgoglio. Poi, in qualche modo, rappresenta per il Venezuela una continuità, quindi un elemento di stabilità. Oltretutto, essendo appoggiato dai militari, nessuno ritiene più che quella di Chavez sia un’avventura pericolosa. Nell’area ci sono regioni molto più turbolente anche dal puto di vista della sicurezza. Del resto quella che una delle forti difficoltà della politica di Chavez, il tema delle grandi aree urbane afflitte dalla violenza e la criminalità, è anche un problema di carattere sociale, non solo di democrazia. Il Messico è una democrazia molto antica, ma questo non lo salva dalla ondata di violenza brutale che sconvolge il paese.

Sappiamo che in Venezuela c’è una forte presenza italiana. Qual è la relazione della comunità con Chavez?

Purtroppo il Venezuela è lontano dalle nostre coste. Se fosse più vicino potremmo tenere dei rapporti più intensi. Il mondo dell’emigrazione è un vecchio mondo nato negli anni ’20, ’30 e 40, e da allora la comunità si è molto trasformata. Gli italiani non sono più i proletari partiti in cerca di fortuna, ma, negli anni, si sono trasformati nella classe borghese dirigente che certo non vota Chavez. Sono liberali che si identificavano con il vecchio sistema, e mai inclini all’avventurismo. Non sono cessate le diffidenze e le ostilità e anche l’estraneità verso il “nuovo” Venezuela che vuole lanciare Chavez che si rifà a Bolivar, il liberatore dai “conquistadores” spagnoli. Quelle generazioni di discendenti italiani si rifà ad un riferimento storico che antecedente al melting pot che ha seguito questo secolo. Per questo la comunità internazionale venezuelana è estranea al processo chavista.

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

Roberto Capocelli

@robbocap

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