domenica, 27 maggio 2018
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Opinioni e commenti
 

Da Israele uno studio suggerisce che la “guerra al cancro” si combatte con l’intelligence
Pubblicato il 15-10-2012


Sin da quando Lao Tzu scrisse “L’Arte della guerra” è apparso chiaro che i conflitti non si vincono con i muscoli, ma con l’intelligenza. Lo sanno bene gli antropologi da quando accertarono che l’uomo sapiens sopravvisse ad altre specie umanoidi, più forti e resistenti fisicamente, per la sua capacità di articolare suoni che riuscì a organizzare in un linguaggio capace di trasmettere il pensiero. Oggi, uno studio del professor Eshel Ben-Jacob dell’Università di Tel Aviv riporta questa realtà alla lotta contro il cancro. La ricerca intitolata “Ripensare il modello di azione del cancro alla luce delle strategie di sopravvivenza dei batteri”, infatti, suggerisce che, così come alcune forme batteriche, anche le cellule tumorali sarebbero dotate di una sorta di “Intelligenza sociale” che le rende capaci di coordinarsi per studiare l’ambiente in cui agiscono, organizzando tattiche di sopravvivenza e adattamento.

SPIONAGGIO E CONTROSPIONAGGIO – Secondo l’intuizione degli scienziati, una efficace strategia per combattere la malattia sarebbe, dunque, quella di conoscere cosa le cellule tumorali in stato embrionale si “dicono” per poi “tagliare” le comunicazioni tra di loro e impedire che si coordinino. Sbaragliate in questa maniera, le “truppe nemiche” verrebbero lasciate esposte, deboli e disorganizzate, all’azione del sistema immunitario. Insomma, Ben-Jacob e il suo gruppo di ricerca suggeriscono che, in base ai primi esperimenti, contro il cancro sarebbe opportuno creare una sorta di servizio di controspionaggio in grado, proprio come avviene con una cellula terroristica, di capire cosa faccia scattare il “risveglio” di cellule tumorali dormienti. Queste potrebbero essere indotte a “rivelare” sé stesse nel momento in cui sono ancora troppo deboli e disorganizzate per poi essere neutralizzate dall’azione della risposta immunitaria, stimolata appositamente. Grazie all’azione di batteri innocui, inoltre, si potrebbe addirittura disporre si una sorta di “spie” e “agenti provocatori” capaci di infiltrare le cellule tumorali in stato embrionali per spingerle a mosse sbagliate.

UN MODO DIVERSO DI RAPPRESENTARE IL NEMICO – Il cancro viene comunemente rappresentato come un problema relativo ad alcune cellule che impazziscono cominciando a replicarsi, un po’ come un virus, proliferando senza più rispettare la loro funzione all’interno dell’organismo. Al contrario la massa costringe l’organismo stesso a dirottare le proprie risorse che vengono succhiate dalle cellule impazzite per continuare la loro folle corsa alla riproduzione che, alla fine, porta al collasso dell’intero sistema. Eshel Ben-Jacob, senza contraddire questa visione, suggerisce un modello che rappresenta le cellule tumorali come un po’ più “pensanti” rispetto a quello che comunemente si pensa perché capaci di agire con una sorta di “intelligenza sociale” e attuando come una comunità in grado di cooperare adattandosi alle specifiche condizioni ed essendo anche in grado di modificare il proprio genoma per rispondere alle necessità. Insomma, una visione d’intelligence applicata ad una guerra che interessa tutta l’umanità che viene da uno Stato, quello di Israele, che d’intelligence ne sa qualcosa.

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