martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Esodati, storie di precarietà e rabbia dal presidio di fronte a Montecitorio
Pubblicato il 09-10-2012


Storie di precarietà, di rabbia contro regole cambiate in corsa, di accordi non rispettati, di impossibilità a ricollocarsi, di anni di lavoro ancora davanti o migliaia di euro da versare. Sono le storie di alcuni dei tantissimi lavoratori non “salvaguardati” dal Governo e abbandonati al loro destino. Un centinaio di questi, muniti di striscioni, fischietti e bandiere si sono riuniti questa mattina di fronte a Montecitorio. Attendono l’esito della proposta di legge a prima firma dell’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano sugli esodati, che l’Aula sta discutendo.

MARA, 18 MESI ALLA PENSIONE E 18MILA EURO DA PAGARE – Molti i lavoratori delle poste. Come Mara Polato, 56 anni da Brescia. 39 anni di lavoro alle spalle, quasi sempre in Poste italiane: “A marzo 2011 l’azienda mi ha chiamato proponendomi di lavorare fino al 31 dicembre offrendomi di uscire un anno prima. Dovevo andare in pensione dopo 40 anni di contributi con la pensione di anzianità,  nessuno allora aveva detto che sarebbe stata abolita. Con le nuove regole mi mancano 18 mesi per andare in pensione, ma devo versare 18 mila euro di contributi se voglio andare in pensione, come faccio?”.

ANDREA, SCEGLIERE TRA LAVORO PRECARIO E DIRITTO ALLA MOBILITA’ – Andrea Siani, 61 anni, arriva anche lui da Brescia. Ex responsabile della logistica di Iveco, il 20 dicembre l’azienda lo ha messo in mobilità per 36 mesi, anche lui non rientra nei 120 mila già salvaguardati dal Governo: “Il 22 aprile 2015 scade la mobilità, io sarei andato in pensione nell’agosto con 64 anni, con le vecchie regole. Ora, con la riforma delle pensioni, l’assegno slitta di 3 anni e 8 mesi”. Un lavoro l’ha cercato, “ma non ho trovato niente che mi permetta di avere lo stipendio che avevo prima e se cercassi un lavoro comunque, perderei il diritto alla mobilità”.

MARIAGRAZIA, COSTRETTA IN ASPETTATIVA NON RETRIBUITA – Mariagrazia Romano ha 60 anni, di Roma, è un’ex Ibm: “Non siamo stati salvati pur avendo firmato l’accordo di esodo individuale prima del 4 dicembre, come stabilisce il Milleproroghe perché risultavamo a lavoro fino al 31 dicembre 2011. Ma il mio ultimo giorno di lavoro è stato a marzo. Pur maturando il diritto alla pensione nei 24 mesi prescritti dal Milleproroghe siamo rimasti fuori”. La ragione è che l’azienda ha deciso di mettere Romano e altri 90 colleghi in aspettativa non retribuita, “per mantenere una cassa integrativa, ma non è stata un’opzione, siamo stati obbligati a fare così”. E continua, “l’azienda mi ha dato le mensilità per arrivare a luglio 2013, quando poi sarei andata in pensione, ora devo aspettare il 2017”.

MARTA, IMPOSSIBILE TROVARE UN NUOVO LAVORO – Per Marta Pirozzi, i problemi arrivano dopo il licenziamento nel 2008. 59 anni, un lavoro anche lei alle Poste non riesce a rioccuparsi e aspetta la pensione, ma poi le regole cambiano: “Le occupate e le disoccupate sono state trattate nello stesso modo dalla riforma delle pensioni. Le donne il lavoro non lo trovano. Dovevo andare in pensione nel 2014 a 61 anni e in un qualche modo potevo fare ma ora, potrà andarci nel 2020, ho altri 6 anni, come faccio?”.

CAROLINA, SOLO LAVORO NERO MA METTEREI A RISCHIO LA MOBILITA’ – E poi ci sono anche gli ex lavoratori dell’Alitalia, come Carolina Corvisieri, 55 anni di Roma. Con le vecchie regole sarebbe andata in pensione nel 2017 a 60 anni, ora deve aspettarne altri sette. “Nell’accordo che siamo stati costretti a firmare c’erano quattro anni di cassa integrazione a cui si sono aggiunti tre di mobilità. In questi anni ho cercato un lavoro, ma in regola non sono riuscita a trovarlo e in nero è pericoloso, se ti scoprono perdi la mobilità”.

Lucio Filipponio

Lucio Filipponio

@LucioFilipponio

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