giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Il Made in Italy prova a resistere alla crisi
Pubblicato il 18-10-2012


Leggendo lo studio realizzato dall’Istituto Tagliacarne per conto della Unionfiliere, l’associazione promossa dalle Camere di Commercio per la valorizzazione del “Made in Italy”, si apprende per  la prima volta il profilo economico delle tre filiere che più identificano lo stile e il design italiano nel mondo: la filiera orafa, la filiera della moda e la filiera della nautica. In queste tre filiere sono impegnate 341 mila imprese, oltre il 5 per cento del totale nazionale, che occupano quasi un milione e mezzo di lavoratori, con un fatturato  complessivo di quasi 200 miliardi di euro. Le imprese impegnate nella filiera orafa hanno ovviamente subito i contraccolpi della crisi ma in tempi di vacche magre l’oro è da sempre considerato un bene rifugio. Così le esportazioni dei prodotti orafi, dirette principalmente verso gli Emirati Arabi e  la Svizzera, in calo dal 2009, sono cresciute negli ultimi due anni. Sorprende trovare accanto ai classici centri di lavorazione e di assemblaggio dell’oro, ovvero Arezzo, Alessandria, Vicenza, non solo Napoli e Caserta, classificata al pari di Firenze, ma anche Crotone, Agrigento e Vibo Valentia.

LA MODA ITALIANA SENTE LA CRISI, MA NON ALL’ESTERO – Anche  la filiera della moda ha indubbiamente ricevuto un duro colpo dalla crisi degli ultimi anni. Le circa 300 mila imprese impegnate nelle attività principali del tessile, dell’abbigliamento e della concia hanno registrato forti riduzioni della produzione, con una flessione del 16 percento rispetto al 2007, ma la contrazione del valore delle esportazioni è stata molto meno pesante, con un meno 0,9 percento. Anche qui, ordinando le province per incidenza degli addetti della filiera sul totale provinciale, alle spalle di Fermo, Prato e Biella troviamo la provincia di Barletta-Andria-Trani, specializzatasi nella produzione di calzature antinfortunistiche per le aziende, e Napoli precede Milano. In particolare, mentre le industrie tessili hanno risentito profondamente della crisi, con un calo della produzione di un quarto ed un calo dell’occupazione di un terzo rispetto al 2007, nell’ambito dell’abbigliamento le cose sono andate meglio con un calo del valore delle esportazioni di appena l’un percento. In assoluta controtendenza invece il comparto della concia e delle calzature che, pur registrando una contrazione della produzione, ha fatto segnare addirittura un aumento sia del fatturato  con un +9,7 percento, sia delle esportazioni con un +8,6 percento, che dell’occupazione con +7,8 percento.

LA NAUTICA TIENE GRAZIE AI SERVIZI – Nella filiera della nautica, da sempre vocata all’export, si registra invece una brusca frenata delle esportazioni nel corso del 2011. Tuttavia, nonostante la crisi, le imprese attive in questa filiera riescono a resistere rimodulando le proprie attività, intese non solo come produzione di imbarcazioni piccole e grandi ma anche come assistenza, riparazioni e manutenzione. In termini di addetti totali subito dopo Genova, dove sono occupati quasi il 16 percento degli addetti complessivi della filiera, troviamo Napoli e Palermo, essendo i territori che ospitano i cantieri navali di maggiori dimensioni e dove lavorano oltre un terzo degli addetti del settore.

L’ITALIAN STYLE FATTO NEL MEZZOGIORNO PIACE ALL’ESTERO – La puntuale ricerca condotta dall’Istituto Tagliacarne riserva dunque almeno due sorprese. La prima  è che i distretti dell’Italian Style stanno resistendo alla crisi molto meglio di altri settori produttivi. La seconda consiste nel registrare la presenza di realtà produttive nel Mezzogiorno che hanno raggiunto e talvolta superato i livelli di eccellenza  delle imprese del Nord Italia.

Alfonso Siano

 

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Commenti all'articolo
  1. E’ confortante apprendere che non tutto va male in Italia. Nonostante la presenza di una classe politica che non ha saputo risolvere i problemi nel passato,non sa gestire il presente e ci ruba anche la speranza per il futuro, intravedere qualche spiraglio corrobora lo spirito.

  2. …Tengo a precisare, per evitare che qualche stronzo di dirigente tenti di cavalcare il cavallo contro la mia tesi semplicemente reclamando il merito di tutta la categoria per l’eccellenza di molte aziende italiane che effettivamente lo sono, che quanto affermo accade in quelle dove intermedia una trafila di individui tra la proprietà e i dipendenti di base.. sembrano masserie senza padrone. A differenza di tante piccole aziende dove responsabili e maestranze vengono quotidianamente sottoposti individualmente a continui test di professionalità e capacità produttive in modo diretto dal padrone stesso, e se esse soffrono, malgrado la passione e il costante impegno, è perché devono sostenere tutto il carico dell’imbarazzante “sistema Italia”… Continua: http://www.montemesolaonline.it/Lettera_Aperta_direttori-stupidi.htm

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