giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

L’editoriale – Caso Sallusti, un po’ di sana autocritica
Pubblicato il 01-10-2012


Per carità: sul caso Sallusti siamo tutti d’accordo, le critiche, unanimi. Dalle istituzioni di categoria, alle condanne bipartisan, ai dubbi del governo (Severino) e persino ai mugugni del Colle. Più semplicemente, come scrive sul Corriere della Sera Pierlugi Battista, “da oggi siamo tutti un po’ meno liberi”. Però…però forse, nel coro, appunto unanime, dei lamenti, un po’ di autocritica male non ci stava. Dei giornalisti, che troppo spesso dimenticano che da anni pezzi importanti dell’informazione di questo paese non solo non informano più nessuno, ma sono diventate macchine del fango per l’eliminazione dell’avversario, storico, o del momento. Si vedano, da destra, il caso Boffo, il caso Fini, i tentativi nei confronti della Marcegaglia.

La sinistra non è stata da meno, spesso con il facile gioco di sparare sull’ambulanza, impallinando i sederi delle olgettine. ”Colleghi” (e molte “colleghe”) che invece di fare gavetta nelle questure e negli ospedali preferiscono frequentare i salotti che contano disposti a vendersi l’anima per il più piccolo gossip con una mediocrità superata solo dall’ambizione. Facile moralismo? Forse, e sempre per carità: la storia in fondo è vecchia e di fronte a questi soggetti il povero George Duroy, di maupassantiana memoria, appare un gigante. Altro che Sallusti come Guareschi: Giovannino fu denunciato da De Gasperi, che aveva addirittura accusato di aver suggerito agli Alleati di bombardare Roma.

Un po’ di autocritica ci vorrebbe da parte della Magistratura, che nella sentenza di condanna per Sallusti, anche se ancora non pubblicata sembra, almeno dalle prime indiscrezioni, persino esprimere una certa soddisfazione. Dimenticando che il ruolo di supplenza non le compete costituzionalmente e che, comunque, dalla “glorious revolution” (sic) di mani pulite sono passati quasi 20 anni nei quali la casta dei giudici si è divisa in consorterie appartenenti a questa o a quella procura, che spesso si combattono tra di loro con la stessa asprezza dei più spietati gruppi di potere. Vedi il caso De Magistris o, più recentemente, il caso Ingroia.

L’autocritica della politica, sarebbe scontata se non fosse grave che a distanza ormai di secoli e malgrado le tonnellate di carta e i fiumi di parole sprecati in questi anni, nessuno è mai stato capace di abolire la norma del Codice Rocco che prevede il carcere per il reato di diffamazione. Norme aggravate dalla legge sulle intercettazioni (la famosa legge bavaglio) voluta allora da quelli che oggi protestano per la polpottiana condanna di Sallusti, il quale, almeno a noi simpatico non è, ma al quale va comunque la nostra solidarietà. Sperando che il suo caso ci faccia a tutti riflettere con meno indignazione e un po’ più di buon senso.

Paolo Nasso

 

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Commenti all'articolo
  1. Condanna polpottiana? Caro amico, forse Pol Pot ci andava giù un po’ più pesante. Concordo che la questione è la legge sulla diffamazione. Così come concordo che trombettieri del potere ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno nella nostra converticola (che ha anch’essa la sua casta) e che schiena dritta significa rinunciare, se non al pane, almeno al caviale e alle ben remunerate comparsate in televisione.
    Ma, per una volta, prima di unire la mia solidarietà di “colleganza”, invece del socialista voglio fare l’andreottiano (“a pensare male si fa peccato, ma spesso s’indovina”) e ti pongo una questioncina piccola piccola: se l’articolista che si firma Dreyfus (con un eccesso di pretenziosità tipico di tutti noi giornalisti quando ricorriamo a psudonimi) non fosse l’agente Betulla, se l’articolo non fosse stato inFARINAto secondo una prassi disinformativa e calunniosa propria del soggetto in questione, se insomma fosse una notizia come tante altre, un vecchio cronista come Sallusti l’avrebbe pubblicato senza verifiche? E poi: da quando le “firme” del Corriere sarebbero “meno libere”? Ciao.

  2. Reato d’0pinione e Diffamazione non sono sinonimi. E un vero giornalista non si deve permettere di diffamare un CITTADINO se la pensa diversamente da lui. Ritengo che queste difese a spada tratta dell’intera categoria siano un po’ corporative, o no?

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